Goodnight Mommy

Goodnight Mommy recensione film di Severin Fiala e Veronika Franz con Susanne Wuest

Goodnight Mommy è un horror diretto da Severin Fiala e Veronika Franz, la storia di una mamma che dopo un'operazione chirurgica non viene riconosciuta dai figli: la recensione

Goodnight Mommy recensione film scritto e diretto da Severin Fiala e Veronika Franz con Susanne Wuest, Lukas Schwarz e Elias Schwarz

Goodnight Mommy: il pauroso labirinto dell’identità nascosta

Goodnight Mommy è un film horror del 2014 disponibile a su Amazon Prime Video, su  canale Midnight Factory.

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Oggi può sembrare una cosa scontata, ma nel 2014 (sette anni fa, un’era biologica fa) il cinema horror non era sdoganato appieno e il torture porn era una novità quasi assoluta. E si può dire che sono stati proprio i grandi Festival, Venezia in testa, a far passare l’idea che l’orrore è il genere più appropriato al cinema per parlare di noi e degli angoli bui della nostra attualità.

Uno di questi passaggi fondamentali è stato forse l’arrivo al Lido di Goodnight Mommy, di Veronika Franz e Severin Fiala (una coppia che nel 2019 ha fatto un altro centro con The Lodge, rispettivamente moglie e nipote del regista Ulrich Seidl), oggi disponibile su Amazon Prime Video: una riflessione lucida, spietata e affascinante quanto impervia sulla banalità del Male e la sfumata essenza dei confini etici tra Bene e Male.

Il film sta per avere un remake con Naomi Watts come attrice principale.

Goodnight Mommy recensione film di Severin Fiala e Veronika Franz
Goodnight Mommy di Severin Fiala e Veronika Franz

Elias Schwarz e Lukas Schwarz
Elias Schwarz e Lukas Schwarz

La storia: due gemelli di otto anni accolgono in casa la madre con il volto fasciato, reduce da un’operazione di chirurgia estetica. Purtroppo prima la maschera protettiva, poi il cambiamento delle sue fattezze, non convincono i bambini, che iniziano una surreale (all’inizio) e poi via via sempre più serrata caccia alla verità: dov’è la loro vera madre?

La domanda germina già mille significati semantici, e le risposte non saranno assolutamente quelle che ci si aspetta, portando lo spettatore coraggioso – in sala a Venezia anche la stessa Franz si è più volte coperta gli occhi per non poter reggere la violenza dello schermo – in territori cinematografici inattesi quanto eccitanti.

Va sottolineato: dal punto di vista narrativo, niente in Ich Seh, Ich Seh potrà stupire, non ci sono svolte inaspettate nello stile de Il sesto senso che rovesciano il senso prospettico di quanto visto. Perché quello della Franz e di Fiala non è tanto un film di storia, ma sul valore appunto semantico e teoretico della ricerca della verità.

Tanto più affannosa quando a compierla, questa ricerca, è un bambino, che strada facendo perderà la sua innocenza, e che già di suo fa fatica a tenere il passo con i dolori della crescita, affrontando una realtà che tra mille spigoli non dà appigli o consigli con cui orientarsi. La realtà come labirinto di senso, che si rispecchia nella costruzione del film stesso: un film meravigliosamente aperto nella sua (non)spiegazione, in alcuni rivoli di narrazione che non hanno spiegazione.

Elias Schwarz e Lukas Schwarz
Elias Schwarz e Lukas Schwarz

Susanne Wuest e Elias Schwarz
Susanne Wuest e Elias Schwarz

E la costruzione della tensione, algida e implacabile, guarda da vicino al cinema di Michael Haneke, salvo poi discostarsene nell’esplosione esplicita di una violenza inarrestabile: una violenza che però germoglia naturale e perturbante fin dal titolo originale, quell’Ich Seh che vuol dire “Io vedo”, ma ripetuto due volte.

Un’affermazione che riconduce ad un senso ben preciso, la vista, e che come in un labirinto di specchi fa risalire via via fino ai concetti di doppio, di immagini speculari che separano la realtà dalla finzione, la teoria dalla pratica.

Un gioco delle coppie che si ribalta di continuo nella sua dialettica: aperto e chiuso, natura e casa, luce e buio, silenzio e rumore, bianco e nero.

È così che le domande da mistery lentamente ma inesorabilmente assumono un senso altro.

Cos’è l’identità? Da cosa è data?

Quali sono le coordinate con cui si può decodificare la reale conoscenza dell’altro da sé?

Cosa è reale, e cosa no?

In questo modo, i due registi costruiscono un piccolo gioiello screziato, un film a tesi che usa il genere per parlare di – tanto – altro: certo, loro l’horror lo usano in dosi massicce, e la povera protagonista Susanne Wuest proverà sulla sua pelle dolori inimmaginabili fino ad un confronto finale dove solo la catarsi di un fuoco primigenio potrà placare la ricerca dei due gemelli.

Similmente che nel successivo The Lodge (però meno riuscito dal punto di vista della costruzione emotiva), con Goodnight Mommy l’orrore deflagra da un trauma intimo e contemporaneamente familiare, dove la discesa in una follia violenta è direttamente proporzionale con l’incapacità dei personaggi (tutti uniti da un legame di sangue) di fare i conti con l’assenza e con il ricordo.

Sintesi

Riflessione lucida, spietata e affascinante quanto impervia sulla banalità del Male e la sfumata essenza dei confini etici tra Bene e Male, Veronika Franz e Severin Fiala con il loro piccolo gioiello screziato Goodnight Mommy ci conducono, attraverso una costruzione della tensione algida e implacabile, in territori cinematografici inattesi quanto eccitanti ad interrogarci sul significato dell'identità e dell’altro da sé.

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