Gabriele Mainetti: intervista al regista di Freaks Out [Venezia 78]

Gabriele Mainetti: intervista al regista di Freaks Out con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo e Pietro Castellitto presentato a Venezia 78

Gabriele Mainetti: I francesi ci hanno chiesto: “Quanto vi è costato?” e noi gli abbiamo detto: “provate a indovinare”. Pensavano avessimo almeno 20 milioni come budget. La verità che è che se Freaks Out l’avessimo girato in Francia, sarebbe costato intorno ai 40 milioni e sarebbe identico a come lo vedrà il pubblico in sala.

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C’è tanto orgoglio e una componente non irrisoria di tensione in Gabriele Mainetti durante la presentazione alla stampa italiana di Freaks Out. Al fianco ha Andrea Occhipinti e Paolo Del Brocco, i due produttori che hanno sostenuto un progetto di magnitudo faraonica per gli standard del cinema italiano contemporaneo: 14 milioni di euro e una lavorazione durata anni, tanto da rendere Freaks Out quasi leggendario (o maledetto?). Una scommessa che sembrava un azzardo quasi impossibile, invece ora diventa realtà:

Gabriele Mainetti: Quando presentai Lo chiamavano Jeeg Robot agli statunitensi, continuavano a dirmi “it is so grounded”. Di Lo chiamavano Jeeg Robot all’estero hanno apprezzato la solidità narrativa ma anche la capacità di parlare a un pubblico esteso, con un linguaggio cinematografico poco utilizzato nel cinema italiano contemporaneo.

Il cast di Freaks Out alla Mostra del Cinema di Venezia 78
Il cast di Freaks Out alla Mostra del Cinema di Venezia 78 (Credits: ASAC ph G. Zucchiatti/La Biennale di Venezia)

Aurora Giovinazzo
Aurora Giovinazzo (Credits: ASAC ph G. Zucchiatti/La Biennale di Venezia)

Gabriele Mainetti: intervista al regista di Freaks Out

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Come hai convinto i produttori a finanziarti un film tanto ambizioso?

Gabriele Mainetti: Quando Lo chiamavano Jeeg Robot uscì in sala Andrea Occhipinti mi promise che se avessi registrato 300mila presenze, mi avrebbe prodotto quel che volevo. Alla fine i biglietti staccati furono più di un milione. A quel punto anche Paolo Del Brocco e Rai Cinema – che all’epoca di Lo chiamavano Jeeg Robot non erano riusciti a sostenere il film come sperato per tutta una serie di cause concomitanti – mi hanno dato pieno sostegno. Anche così però è stata davvero una sfida.

Freaks Out è di fatto un blockbuster italiano: qual è stato l’aspetto più complesso da gestire?

Gabriele Mainetti: Non c’è stata nessuna scena al di sopra delle nostre possibilità o più complicata di un film “normale”. Il problema principale da affrontare è stato la perdita dell’esperienza stessa di produrre film di questa portata, che un tempo in Italia si producevano ben più di frequente. Abbiamo dovuto rimparare a girare questo tipo di film, riacquistare competenze e artigianalità che sembravano perdute.

Ci sarà stata una scena particolarmente difficile, considerando anche la spettacolarità del film.

Gabriele Mainetti: A livello tecnico ci sono state tante piccole difficoltà, certo. Pensa per esempio a un dettaglio come la parrucca biondo platino di Pietro: continuava a sporcarsi e bisognava prendersene cura tra un ciak e l’altro e poi a lui causava terribili mal di testa. Poi c’erano tempi morti inaspettati: quando abbiamo girato il lungo arco finale tra un ciak e l’altro si poteva rimanere fermi anche mezz’ora, perché ricaricare il materiale per le esplosioni sul set è una faccenda molto complicata e lunga.

Gabriele Mainetti sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia 78
Gabriele Mainetti sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia 78 (Credits: ASAC ph G. Zucchiatti/La Biennale di Venezia)

A proposito di Pietro Castellitto: tu l’hai scoperto prima che il grande pubblico lo notasse, prima che interpretasse Totti e iniziasse la sua carriera da regista. Come vi siete incontrati?

Gabriele Mainetti: Per il ruolo dell’albino che riesce a comunicare e comandare gli insetti inizialmente avevamo pensato a un ragazzino, un attore con non più di 17 anni. Cominciai a provinare attori quando a un certo punto il direttore del casting mi propose Pietro. Ero un po’ scettico perché lui all’epoca aveva già più di 20 anni, ma quando ha provato la parte mi ha davvero conquistato. Durante la lavorazione mi sono convinto di aver fatto la scelta giusta: sul set lui ha aggiunto moltissimo al personaggio, io gli ho lasciato carta bianca e lui ci ha lavorato tanto.

Abbiamo parlato del lato blockbuster di Freaks Out, ma alla base c’è la Storia italiana con la S maiuscola, il racconto di una Roma città aperta, assediata da fascisti e nazisti che rastrellano le popolazione ebrea. Come hai lavorato al lato storico del film?

Gabriele Mainetti: Con molto rispetto e anche qualche timore. In Freaks Out alcune scene, come ad esempio quella della neonata, sono basate su fatti realmente accaduti a Roma in quei mesi difficilissimi. Io e Nicola Guaglianone siamo andati a parlare con la comunità ebraica di Roma, per farci raccontare le storie dei testimoni e quelle dei figli, dei nipoti a cui sono state raccontate. La loro accoglienza è stata incredibile. Quando siamo andati al ghetto non facevano che dirci: “noi siamo innanzitutto romani, come te: trasmetti questo, non avere paura. Siamo una famiglia”.

Cosa ti ha colpito di quei racconti oltre al versante emotivo?

Gabriele Mainetti: Una cosa che mi ha molto colpito è stato scoprire che in quelle settimane di guerra, rastrellamenti e bombardamenti alberghi, ristoranti e cinema romani erano comunque aperti. C’era sempre voglia di stare insieme anche se il mondo andava in pezzi: per questo abbiamo pensato a un circo come occupazione per i protagonisti.

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