Benedetta

Benedetta recensione film di Paul Verhoeven con Virginie Efira e Daphne Patakia [Cannes 74]

Benedetta recensione film di Paul Verhoeven con Virginie Efira, Charlotte Rampling e Daphne Patakia presentato al 74esimo Festival di Cannes

Verhoeven l’eterno iconoclasta

Non ne fanno più di registi come Paul Verhoeven. Non è un luogo comune, è una constatazione scevra di giudizi e nostalgia. L’ottantaduenne regista olandese di Basic Instinct ed Elle è il frutto di un’epoca e un luogo, come ogni essere umano. Vedendo Benedetta si percepisce quanto l’abbiano segnato gli anni giovanili passati in un contesto in cui la religione era materia intoccabile, quanto sia stato ispirato dalla liberazione femminista e sessuale successiva, quanto constati, attonito, che un certo puritanesimo sia tornato, strisciante. Per natura e formazione pensatore provocatore, Verhoeven si muove senza limiti, senza remore, senza freni inibitori, in un film che divora e distrugge qualsiasi cosa sul suo cammino: anche un po’ se stesso.

Sarà difficile però far emergere cosa ci sia alla base di Benedetta, portare il pubblico oltre lo shock, l’eccesso e persino il ridicolo di una pellicola che racconta la vita di una giovanissima suora che vive in un convento teatino nell’Italia del XVII secolo. C’è troppo a distrarre, difficile non sentirsi punti sul vivo o lasciarsi sfuggire una risatina di fronte a un film che promette una rovente storia d’amore tra due suore e dopo neanche mezz’ora ti fa capire che quello è solo il punto di partenza, l’entry level, verso una furia inarrestabile che non risparmia nulla, ma è anche in grado di non prendersi mai troppo sul serio.

Daphne Patakia e Virginie Efira
Daphne Patakia e Virginie Efira in Benedetta di Paul Verhoeven
Virginie Efira e Daphne Patakia
Virginie Efira e Daphne Patakia

Oltre il cult e lo scult, dentro la Storia

LEGGI ANCORA: Benedetta di Paul Verhoeven, la recensione podcast

Benedetta è una ragazza animata in egual misura da uno spirito manipolatore e da una fervente fede religiosa. Proveniente dalla ricca famiglia Carlini, non è abituata a vedere le cose da una prospettiva diversa dalla propria. Quando comincia ad avere visioni mistiche di Gesù che la reclama come sposa, si ritrova nel bel mezzo di una lotta che di spirituale ha poco, così come il mondo in cui vive. Benedetta sembra così falso, così ridicolo, perché lasciamo che siano le immagine votive (la réclame dell’epoca) a farci immaginare il passato, religiosissimo e bigotto. Le figure ecclesiali del film invece – a partire da una strepitosa madre badessa interpretata da una Charlotte Rampling con delle battute più pungenti del migliore stand up comedian – sono politici, mercanti, calcolatori. Un convento è un centro di potere come un comune o un principato: Benedetta si ritrova al centro dello stesso, con le stigmate, e non sembra esserci arrivata per caso né tantomeno intenzionata a farsi da parte.

Ci riesce difficile non parlare di delusione per Benedetta dopo il bellissimo Elle, ma la verità è che da Verhoeven volevamo una mediazione, elegante e allusiva. Benedetta è un film dai temi altissimi (l’eterno dubbio di fronte alla fede e ai miracoli, il potere del corpo femminile, la sorellanza) che volutamente dileggia se stesso, a tratti persino parodia del genere storico a cui appartiene. Vede il limite del buon senso e del buon gusto, lo oltrepassa e corre, corre, corre per la sua strada. A mente fredda però se non nella forma, nei fatti ha ragione Verhoeven, uno che ha dalla sua la Storia. Il film è basato su dettagliatissimi verbali del processo per blasfemia ed eresia a cui venne sottoposta la vera suor Benedetta; carte che riportano quasi pedissequamente atti sessuali, giochi erotici e di potere, che tanto fatichiamo ad immaginare accostati al mondo del sacro.

Lambert Wilson e Virginie Efira
Lambert Wilson e Virginie Efira
Benedetta recensione film di Paul Verhoeven con Virginie Efira
Virginie Efira in Benedetta di Paul Verhoeven

Paul è come Benedetta: manipola nella sua storia, ma ci crede davvero

Le visioni di Benedetta con protagonista Gesù hanno ben poco di sacro? Certo, ma che tipo di visioni potrebbe avere una giovanissima donna dalla sfrenata fantasia? Non sono poi così lontane dai prodotti che una parte del mondo dell’intrattenimento dedica a questo pubblico, dalle fantasie erotiche sublimate dalle fanfiction. Che poi Verhoeven goda immensamente nel ritrarre una realtà nuda, violenta e provocatrice all’estremo, selezionando una fonte storica che gli permetta di farlo, non si può negare, ma è anche un 82enne che si dice sollevato dal poter raccontare “una storia di donne e sorellanza attraverso le voci dirette delle interessante, senza doverci mettere il mio filtro maschile“.

Come la sua Benedetta, Verhoeven sa di non essere del tutto assolvibile in come mette in scena la sua storia, ma si appella alle vie del cinema, misteriose come quelle della fede. A tanti – sia sulla sponda puritana, sia sulla sponda femminista – non piacerà, perciò andate al cinema solo se siete pronti al rischio di uscirne scontenti. Di certo non vedrete altri film così per molto tempo: Verhoeven non è mai stato il tipo da fare qualcosa seguendo la normalità vigente ed è per questo che registi come lui non ne fanno più.

Sintesi

Benedetta è un film dai temi altissimi - l'eterno dubbio di fronte alla fede e ai miracoli, il potere del corpo femminile, la sorellanza - che volutamente dileggia se stesso, a tratti persino parodia del genere storico a cui appartiene. Paul Verhoeven vede il limite del buon senso e del buon gusto, lo oltrepassa e corre per la sua strada, godendo immensamente nel ritrarre una realtà nuda, violenta e provocatrice all'estremo.

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