Baby Driver il genio della fuga recensione

Baby Driver
Baby Driver - il genio della fuga

Il fallimento della collaborazione con Marvel su Ant-Man deve aver lasciato Edgar Wright deluso e amareggiato. Assolutamente comprensibile quindi che abbia deciso, per riprendersi, di dedicarsi ad un passion project: Baby Driver.

« I was born one dark gray morn, with music coming in my ears. They call me Baby Driver and once upon a pair of wheels, hit the road and I’m gone »

L’omonima canzone di Simon & Garfunkel dice tutto quello che c’è da sapere: si tratta di un film che unisce musica e strada. Non è la prima volta che succede, e lo stesso Wright ha sciorinato la lista delle sue ispirazioni in una rassegna che ha curato per il British Film Institute. Qui l’obiettivo è più ambizioso: coniugare la playlist e una crime story su quattro ruote in modo che la prima dia il ritmo alla seconda, in modo che le sgommate, gli spari, i cambi di marcia del film siano sincronizzati con la colonna sonora. In pratica, un musical per auto (un musicar).

L’idea riposava nei cassetti di Wright da così tanto tempo che, nel 2003, quando gli fu commissionato di realizzare un video musicale, per mancanza di ispirazione decise di utilizzarla: il video di Blue Song dei Mint Royale ha funzionato come ‘prova su strada’, e i primi tre minuti del film non ne fanno mistero.

Siamo del tutto a favore dei passion project, e anzi ci piacerebbe che ogni film fosse al 100% un frutto della passione, però ci sono due problemi.

Primo, si può facilmente scivolare nell’autoindulgenza: l’autore è talmente innamorato della propria idea da non rendersi conto di quando il film frena bruscamente, o del fatto che certi personaggi cambino direzione in modo repentino e senza nessun indicatore.

Secondo, se il pubblico non condivide la stessa passione, non si lascerà trasportare incondizionatamente e vorrà scendere alla prima fermata.

Dato l’enorme successo di pubblico e di critica che Baby Driver ha riscosso a livello globale, sembra che siano in molti ad apprezzare la guida di Wright.

Tuttavia io credo che ci sia qualcun altro che, come me, potrebbe trovare il film tecnicamente ineccepibile, ma piatto e popolato da personaggi senza carisma, primi fra tutti Baby – il protagonista Ansel Elgort in cosplay da Han Solo – e la sua bella Debora (fa rima con ‘zebra’), Lily James. Su tutt’altro piano i premi Oscar (Kevin Spacey e Jamie Foxx) e Golden Globes (John Hamm), il cui ruolo però è limitato da una sceneggiatura che comincia presto a perdere colpi e nel terzo atto cede il passo a lunghe (troppo lunghe) scene d’azione.

Non mancano i momenti più squisitamente ‘Wright’ , ma anche questi – ad esclusione della prima scena ‘Harlem Shuffle’ – suonano in qualche modo forzati e ‘già visti’.

Ho fatto due giri con Baby Driver. Ora preferisco scendere e proseguire a piedi. Se volete unirvi, arriviamo giù all’angolo a prendere un Cornetto.