ArteKino Festival: Flesh Memory – recensione

Flesh Memory è uno dei film disponibili, fino al 31 dicembre, nell’ambito dell’ArteKino Festival, che, vi ricordiamo, consente di guardare gratuitamente e legalmente otto film europei dal circuito dei festival internazionali (in lingua originale e con sottotitoli).

Flesh Memory illustra le giornate di Finley Blake, trentatreenne che vive ad Austin e di professione fa la ‘webcam girl’: Finley tiene una telecamera puntata su di sé e interagisce con ammiratori disposti a pagare per una sbirciata alle sue parti più nascoste. Quando non è online, porta avanti la sua battaglia per ottenere la custodia del figlio Ethan. Attenzione: il film contiene sequenze molto esplicite.

Per il regista Jacky Goldberg – critico cinematografico per il magazine francese Les Inrockuptibles – Finley è una musa ed un’ossessione: dopo averla incontrata anni fa a New York (quando faceva la commessa in un negozio di calzature), Goldberg l’ha presa come ispirazione per un cortometraggio del 2010, Far from Manhattan. Quando poi, tre anni fa, i due sono entrati nuovamente in contatto, la nuova professione della donna ha convinto il regista a farne il soggetto di una sorta di documentario.

Flesh Memory è un ritratto di Finley, non necessariamente fedelissimo, con elementi reali ed altri sceneggiati: la telecamera è puntata sulla donna mentre lavora – e in questi momenti lo spettatore non è nulla di più se non un altro dei suoi web-ammiratori -, e nel tempo libero, mentre si dedica alla creazione di profumi e quando scambia teneri messaggi con il bambino.

Non c’è una voce narrante, non ci sono dialoghi: Finley parla solo con la webcam, e le risposte degli ‘utenti’ sono sul suo monitor e a noi non visibili. È un’esistenza apparentemente solitaria, nella quale le uniche interazioni che non avvengono attraverso uno schermo, eccezion fatta per l’occasionale sbrigativa consegna a domicilio, sono telefoniche, che siano con uno dei clienti della sua ‘hotline’ o con la madre che ovviamente la vorrebbe accasata. Flesh Memory non è intenzionato a raccontare una storia, né a giudicare, né a dare un punto di vista, ma con questo approccio distaccato, il film non appassiona e fa presto sperare che succeda qualcosa di interessante.

Fortunatamente, arriva una lunga chiacchierata – sempre tramite webcam – con una collega, alla quale Finley riassume la sua vita degli ultimi nove anni: un racconto importante che per qualche momento lascia cadere la maschera da ‘show girl’ e fa intravedere l’essere umano.

Ma questa sequenza, come quella che chiude il film cercando di dare tardivamente un senso al gioco di parole del titolo, sono solo sprazzi di cinema che non giustificano la seppur breve durata di un’ora: Flesh Memory avrà soddisfatto l’impellenza creativa di Goldberg, ma finisce per essere quasi uno spot promozionale per l’attività professionale della sua protagonista.