Venezia 77: La MasterClass di Ann Hui che riceve il Leone d’Oro alla Carriera

Ann Hui tiene la sua MasterClass alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia e riceve il Leone d’Oro alla Carriera

Alla 77esima edizione del Festival del Cinema di Venezia la regista Ann Hui ha presentato Fuori Concorso il suo ultimo lungometraggio, Di Yi Lu Xiang (Love after Love) e ha ricevuto il Leone d’Oro alla Carriera. La Mostra l’ha invitata a tenere una MasterClass per discutere con il pubblico e la stampa suo percorso artistico.

Che sensazioni ti dà tornare a Venezia come ospite d’onore e ricevere il Leone d’Oro alla Carriera?

Ann Hui: Mi chiedo se dovrei sentirmi diversa. La cosa diversa è che si è più felici. Vorrei cercare di aiutare il più possibile gli altri, ho il tempo per farlo e dovrei perché nella mia vita ho lottato per sopravvivere, e adesso tocca a me offrire un’opportunità a chi è meno fortunato e sta lottando per andare avanti.

Ti riferisci ai giovani cineasti?

Ann Hui: Loro non hanno bisogno dei filmmaker più anziani perché il mondo che vivono è diverso e segue regole diverse che conoscono meglio di noi. Con la nostra esperienza correremmo il rischio di ostacolarli, bisogna essere consapevoli che essere un buon maestro è più difficile che essere un buon regista.

Ann Hui alla Mostra del Cinema di Venezia
Ann Hui alla Mostra del Cinema di Venezia

All’inizio della tua carriera hai cambiato il cinema di Hong Kong portando nuovi generi insieme ad altri cineasti: a quel tempo avevi qualcuno che ti insegnava o è stato un tuo istinto?

Ann Hui: A quell’epoca noi filmmaker reagivamo tutti alla tradizione filmica cantonese degli anni 50’ e 60’, corrente poi scomparsa negli anni 70’ lasciando spazio ai film sul Kung Fu in mandarino che riscuotevano enormi successi al botteghino. Erano film di ottima fattura e io amavo il Kung Fu. Nel 1975 Hu Jinquan fu premiato a Cannes per A Touch of Zen, fu lui ad aiutarmi all’inizio della mia carriera in TV per le emittenti TVB e RTHK.
Hu Jinquan era un estimatore della della Nouvelle Vague francese, stava sviluppando una serie drammatica sulla polizia a Hong Kong e scelse altri tre registi tra cui io. Ho imparato molto lavorando con lui ed è stato il modo migliore per crescere e confrontarsi con gli addetti ai lavori ancor prima che con il pubblico televisivo.

Sei considerata una pioniera del cinema di Hong Kong, non soltanto per il realismo dei tuoi film con cui rappresenti la cultura e la società del tuo Paese, ma anche per altri generi come la tua trilogia sul Vietnam (Below the Lion Rock: The Boy From Vietnam, The Story of Woo Viet e Boat People)

Ann Hui: Non razionalizzo i progetti che realizzo, non programmo i miei lavori a lungo termine. Quando abbiamo pensato di fare una serie drammatica indipendente in 14 episodi girati da altrettanti registi siamo andati a confrontarci con le forze di polizia del nostro Paese, abbiamo svolto ricerche approfondite e abbiamo avviato la produzione. Questa è la mia abitudine sul lavoro, cercare di documentarmi e saperne sempre di più.

Con il Direttore della Mostra Alberto Barbera
Con il Direttore della Mostra Alberto Barbera

Come scegli il tuo progetto? Come ti arriva?

Ann Hui: È un processo organico, non un approccio artistico consapevole. Mi piace girare film indipendentemente dal genere. Oggi sarebbe ridicolo dire “non so cosa farò domani”, se ti propongono un progetto bisogna essere aperti a tutto, a meno che non si abbia già una visone negativa di quell’argomento trasposto al cinema. Non dico che si debba essere aperti come me, ma quando insegnavo vedevo i miei studenti troppo presi dai loro progetti per considerare altro, la gioia di poter realizzare film può portarti molto lontano perché aiuta a migliorarsi. Quando si gira un film si guarda al passato, agli errori e si migliora.

Cate Blanchett, Alberto Barbera e Ann Hui
Cate Blanchett e Alberto Barbera consegnano il Leone d’Oro alla Carriera ad Ann Hui

Prendiamo in considerazione i tre film che hai adattato dai romanzi di Eileen Chang, Love in a Falling City (1984), Eighteen Springs (1997) e Love After Love (2020). In cosa sono migliorati i tuoi film?

Ann Hui: Ai tempi di Love in a Falling City ero già una fan di Eileen Chang, non avevo mai visto Hong Kong descritta così bene con la sua mescolanza di culture, i suoi personaggi e le sue drammaticità. Eileen Chang era già così moderna ai tempi, trattava gli stranieri alla pari degli altri cinesi, con i suoi romanzi abbatteva le barriere culturali.
Mi interessava ricreare gli Anni ’40, i party in giardino, lo stile di vita, i ristoranti di Shanghai. Abbiamo svolto molte ricerche per entrare nell’ottica del racconto e della sua ricostruzione storica, abbiamo ricreato un albergo dell’epoca sul set.
Love in a Falling City è un buon film e ho imparato molto dagli errori fatti in quella occasione, come un dialogo erroneamente riproposto con uno slang cantonese anziché in mandarino… un errore che oggi suona ridicolo!
Il secondo film, Eighteen Springs, era già migliore, la storia di una quotidianità rappresentata con molta espressività e pochi dialoghi.
Non pensavo di poter trarre di meglio dal materiale di Eileen Chang quindi all’inizio ero scettica sul realizzare Love After Love, ma successivamente ho acquisito consapevolezza sulla duplice natura che volevo trasmettere: il background selvaggio dell’epoca ma anche la bellezza e l’eleganza della civiltà.
Ho reso il personaggio della zia più gradevole, meno cattiva perché anch’ella in fondo era vittima della società. Avevo ben chiaro in mente come dovesse essere l’ambientazione. mi piacciono i dettagli e abbiamo ricostruito tutto alla vecchia maniera, senza effetti speciali.

Ann Hui alla Mostra del Cinema di Venezia
Ann Hui alla Mostra del Cinema di Venezia

Love After Love è un film molto cinematografico nonostante l’assenza di effetti speciali. Dai costumi alle musiche, hai portato avanti un grande lavoro di squadra e sei riuscita a rappresentare realisticamente sullo schermo le intense relazioni tra i tuoi personaggi, indipendentemente da dove e quando esse si svolgano.
Le relazioni sono sempre cruciali, sono il centro del tuo cinema. Questo implica anche un importante lavoro con gli attori per creare una squadra affiatata sul set.
Hai lanciato la carriera di diversi attori che si sono affermati grazie ai tuoi film.

Ann Hui: Lavorare con gli attori sul set mi permette di guadagnare fiducia in me stessa. Penso sempre che sarà necessario girare molte riprese. Rispetto al passato adesso investo molto più tempo nel lavoro preparatorio che precede le riprese. Ogni regista deve affinare il proprio metodo di lavoro, io ad esempio lavoro molto da sola, senza coinvolgere il cast.
Un attore è prima di tutto una persona ed è fondamentale rispettarlo, conosco molti bravissimi registi che sul set si comportano da tiranni e torturano gli attori finché non ottengono esattamente ciò che hanno in mente.
Io non la penso così, sfumature diverse da quanto immaginato possono comunque andare bene al cinema. Perciò faccio esclusivamente casting e non test o audizioni, se gli attori non indossano i costumi è più difficile per loro entrare nella parte ed è più complicato per il regista giudicarli e capire se saranno bravi o meno in quel ruolo.

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