Ultima notte a Soho

Ultima notte a Soho recensione film di Edgar Wright con Anya Taylor-Joy e Thomasin McKenzie [Venezia 78]

Ultima notte a Soho recensione film di Edgar Wright con Anya Taylor-Joy, Thomasin McKenzie, Matt Smith, Terence StampDiana Rigg a Venezia 78

Ultima notte a Soho: il doppio, il rimosso e il rimorso di Edgar Wright, in salsa horror

Eloise sogna di diventare una fashion designer, e decide di andare a studiare a Londra lasciando il tranquillo paese della Cornovaglia dove vive con la nonna dopo aver perso la madre, morta suicida. Riesce però misteriosamente a catapultarsi negli anni Sessanta dove incontra Sandy, un’aspirante cantante di grande glamour, ma il fascino non è propriamente quello che sembra, i sogni del passato iniziano ad infrangersi e approderanno a qualcosa di molto più oscuro.

Nonostante sui poster si citi spesso e volentieri solo Baby Driver, il regista Edgar Wright è anche autore di due film notevoli come Scott Pilgrim vs. the World e L’alba dei morti dementi. Che non sono “lievi” come Il genio della fuga, ma nel loro germinare sui generi (film supereroistico ante litteram il primo, horror grottesco il secondo) hanno fatto conoscere le potenzialità di un autore che con i generi ci gioca, li distorce e alla fine racconta quello che vuole lui, come lo vuole lui.

Thomasin McKenzie
Thomasin McKenzie (Credits: Parisa Taghizadeh/Focus Features)
Anya Taylor-Joy e Matt Smith
Anya Taylor-Joy e Matt Smith (Credits: Parisa Taghizadeh/Focus Features)

Con Ultima notte a Soho, portato a Venezia 78, conferma le sue notevoli qualità: prima di tutto, la capacità di partire da modelli precostituiti e poi sviluppare storie autonome e mai banali, evitando la trappola del demenziale con l’ambizione e l’intenzione (riuscita) di operare commistioni di generi differenti e apparentemente inconciliabili, mostrandosi come smaliziato affabulatore inquieto e divertito, coordinando una buona scrittura ad un uso sapiente e affilato della macchina da presa che nelle sue mani sembra capace di qualsiasi cosa.

Ultima notte a Soho sembra partire come un musicarello in salsa britannica: passa poi al romanzo di formazione, con la più classica delle adolescenti che affronta i dolori della crescita al college; transita dal dramma della follia, ma si scarta e restando in Inghilterra finisce in Grand Guignol, unendo insospettabilmente la Swinging London ad un horror spietato e fantasmatico.

Edgar Wright
Edgar Wright (Credits: Parisa Taghizadeh/Focus Features)

L’amalgama dei toni è perfetta, morbida e quasi necessaria per raccontare la storia di Eloise e Sandy, due facce della stessa medaglia (o forse la stessa faccia di due medaglie diverse…) che portano dentro di sé la ricchezza del passato e l’importanza di far sì che il rimosso non diventi rimorso. Insieme a riflessioni e suggestioni sull’inquietudine del doppio.

Totalizzante è comunque l’eleganza formale del progetto: Ultima notte a Soho ha una soundtrack leggendaria, ma le movenze della regina degli scacchi Anya Taylor-Joy e Thomasin McKenzie (apprezzata da poco in Old di Shyamalan) sono sinuose e perfette, inquiete e avvolgenti, portando su di sé l’intero carico emotivo e teorico del film.

Sintesi

Ultima notte a Soho sembra partire come un musicarello in salsa britannica, passa poi al romanzo di formazione, transita dal dramma della follia e finisce in Grand Guignol, unendo insospettabilmente la Swinging London ad un horror spietato e fantasmatico. Totalizzante l’eleganza formale del progetto, con le movenze della regina degli scacchi Anya Taylor-Joy e Thomasin McKenzie che si rivelano sinuose e perfette, inquiete e avvolgenti, portando su di sé l’intero carico emotivo e teorico della pellicola di Edgar Wright.

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