Cannes 72: Sibyl recensione e podcast

Sibyl (Cannes 2019)
Virginie Efira in Sibyl di Justine Triet

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Il concorso (bello) della 72esima edizione termina con il cerino in mano. Peccato. Demerito di un calendario che ha presentato proprio agli sgoccioli, un film torrenziale e complesso come Mektoub, My Love: Intermezzo; reso praticamente invisibile It Must Be Heaven di Elia Suleiman (a causa di scombinati orari di proiezione); scelto come ultimo titolo della gara Sibyl, della francese Justine Triet.

Una psicoterapeuta (il cui nome è nel titolo) decide di lasciare la professione per dedicarsi, anima e corpo, a scrivere il romanzo della vita. Una paziente fuori (di testa e) tempo massimo, le darà ispirazione.

SIBYL: RECENSIONE E PODCAST

Dall’ultimo Polanski (Quello che non so di lei) in giù, l’elenco di similari è lungo. In Sibyl il peccato è originale e mortale. Il film non sembra in grado di decidere il genere cui appartenere.

Più che altro è una commedia. E allora: meno pianti, drammi, nudi e sesso esplicito (tanto qui non c’è gara, a Cannes trionfa il cunnilingus del film di Kechiche). Poi, come amano i registi cinefili, le citazioni sono tante.

Sibyl (Cannes 2019)
Adèle Exarchopoulos in Sibyl di Justine Triet

A cominciare dal film nel film, una storia d’amore girata a Stromboli. Ma Adèle Exarchopoulos non è la Bergman. È stata Palma d’oro con Kechiche (La vita di Adele) e poco altro.

Federico