Monica

Monica recensione film di Andrea Pallaoro con Trace Lysette [Venezia 79]

Monica recensione film di Andrea Pallaoro con Trace Lysette, Patricia ClarcksonEmily Browning, Adriana Barraza e Joshua Close

Andre Pallaoro dirige una bravissima Trace Lysette in Monica, uno dei cinque film italiani in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia un’intima storia di perdono e ricongiungimenti tra una giovane donna trans e sua madre. Monica si è lasciata alle spalle la sua famiglia da molti anni, lavora come massaggiatrice a Los Angeles e ha appena chiuso una storia burrascosa di cui gli unici strascichi sono i messaggi che lascia alla segreteria telefonica all’ormai ex fidanzato. Quando sua cognata Laura (Emily Browning) la chiama per comunicarle che sua madre Eugenia (Patricia Clarckson) è gravemente malata e necessita di assistenza, Monica decide di partire e raggiungere la casa natia, per ritrovare sua madre, suo fratello Paul (Joshua Close) e, forse, un rapporto con la genitrice che anni prima l’ha rinnegata.

Monica è un film che punta lo sguardo interamente sulla sua protagonista, con primi piani ravvicinati e inquadrandola attraverso superfici riflettenti, ma mai dallo sguardo altrui: Pallaoro desidera guardare Monica e desidera che anche il suo pubblico la guardi, che lei sia in ogni scena, perché è la sua storia e lei ne deve essere protagonista, con gli occhi malinconici e i silenzi.

Trace Lysette, Joshua Close ed Emily Browning in Monica
Trace Lysette, Joshua Close ed Emily Browning in Monica (Credits: Rai Cinema/Fenix Entertainment/I Wonder Pictures)
Trace Lysette
Trace Lysette (Credits: Rai Cinema/Fenix Entertainment/I Wonder Pictures)

Ecco, Monica è anche un film che parla attraverso lo sguardo e il non detto, che (ri)costruisce legami e connessioni per sottrazione e non accumulando parole e oggetti. Questo è ben chiaro nel modo in cui la protagonista si rapporta con gli altri, in particolare sua madre: Eugenia è una donna orgogliosa, che non vuole l’aiuto di un’estranea (non riconosce la figlia e la nuora le nasconde l’identità presentandola come un aiuto dell’ospedale), ma che la malattia sta lentamente trasformando, portandola a dimenticare ricordi e anche semplici parole. Ma questo la porta, con il trascorrere della storia, ad affidarsi istintivamente a Monica, a riconoscerla in qualche modo, attraverso gli occhi, i gesti e appunto, ciò che non riescono a dire, come nella bellissima e intima scena della vasca da bagno, in cui Eugenia è al massimo della vulnerabilità ma lascia che la figlia si occupi di lei e le due si avvicinano, fino a restare fronte contro fronte, nel silenzio più totale.

Trace Lysette
Trace Lysette (Credits: Rai Cinema/Fenix Entertainment/I Wonder Pictures)

Ma Monica sovverte anche i tropi di storie viste fin troppe volte e che hanno come protagoniste delle donne trans: Monica è sicura del proprio corpo, della propria femminilità, non è il percorso di riaffermazione del suo genere ad essere al centro della storia, ma la fragilità di una donna che desidera essere amata, che desidera l’amore (come dimostrano i tentativi di Monica di riallacciare i rapporti con l’ex fidanzato o di cercare un nuovo amore). Di una donna che ha smesso di essere figlia quando sua madre l’ha abbandonata alla fermata di un autobus per Los Angeles (“Non posso più essere tua madre”) e che cerca di recuperare quel legame, perché sa che la sua identità sarà completa solo se guarisce questo dolore. Nel film il sovvertimento è anche dei ruoli: Monica ed Eugenia si scambiano di posto, perché è la madre ad aver bisogno di cura e di attenzione, è lei che piange e in qualche modo regredisce, mentre Monica si occupa di lei, la rassicura e la ama incondizionatamente.

Un piccolo racconto sull’amore filiale, su un rapporto tra madre e figlia che si ricostruisce con gli sguardi e nel silenzio.

Sintesi

Andre Pallaoro dirige una bravissima Trace Lysette in Monica, uno dei cinque film italiani in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, un'intima storia di perdono e ricongiungimenti tra una giovane donna trans e sua madre. Monica è anche un film che parla attraverso lo sguardo e il non detto, che (ri)costruisce legami e connessioni per sottrazione e non accumulando parole e oggetti.

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