Mission: Impossible – Fallout – la recensione

Mission: Impossible - Fallout
Mission: Impossible - Fallout con Tom Cruise, Henry Cavill, Ving Rhames, Simon Pegg, Rebecca Ferguson e Alec Baldwin

Due anni sono passati dagli eventi di Mission: Impossible – Rogue Nation, ed Ethan Hunt (Tom Cruise, se ci fosse bisogno di dirlo) accetta una nuova missione, che tanto nuova non è: deve recuperare tre nuclei di plutonio prima che finiscano nelle grinfie di ‘John Lark and the Apostles’, che non sono una band di christian rock, ma la nuova organizzazione segreta nata dalle ceneri del Syndicate, il gruppo criminale capeggiato da Solomon Lane (il sibilante Sean Harris), il quale è ancora in prigione e sfoggia un nuovo look. Il solito dream team (Hunt, Benji/Simon Pegg e Luther/Ving Rhames) questa volta non fa le cose a modo, e si trova a dover riparare alle conseguenze (Fallout) dello svarione. Per di più, il boss dell’IMF Hunley (Alec Baldwin) nulla può contro il nuovo capo della CIA (Angela Bassett), che impone al team la compagnia del granitico August Walker (Henry Cavill), pronto a prendere le redini della missione al prossimo passo falso di Ethan Hunt. Il primo obiettivo è fare la conoscenza dell’affascinante White Widow/LadyMcGuffin (Vanessa Kirby), seducente ma invano, visto che neppure Ilsa Faust (Rebecca Ferguson) è riuscita a togliere dalla testa e dal cuore di Ethan il suo grande amore, Julia (Michelle Monaghan).

Christoper McQuarrie, già regista e sceneggiatore dell’ottimo Rogue Nation (nonché rifinitore dello script di Ghost Protocol), è il primo autore a riuscire nella Mission: Impossible di dirigere un secondo film nella serie, concedendosi così ciò che Brian De Palma, John Woo, J.J. Abrams e Brad Bird non hanno potuto (o voluto) fare: costruire sulle situazioni e sui personaggi del precedente episodio, anziché ricominciare da zero, e realizzare il primo vero sequel. Non preoccupatevi ora se non ricordate i dettagli della puntata precedente: il tradizionale spiegone introduttivo della missione (incastonato in una copia dell’Odissea, nientemeno) dà tutte le informazioni necessarie. Più importante è fare attenzione ai dialoghi: Mission: Impossible – Fallout è straordinariamente di poche parole, ed ogni battuta potrebbe essere determinante per capire in pieno la storia.

Non che la trama sia mai stata la principale attrattiva della serie. Fallout non delude i suoi fan, riservando numerose sorprese e proponendo lunghissime scene d’azione che, forse, non terranno con il fiato sospeso come l’indimenticabile discesa appesa a un filo del primo film o l’interminabile apnea del quinto episodio, ma lasciano lo spettatore letteralmente a bocca aperta, ponendolo nella scena con Tom Cruise durante le sue incredibili acrobazie. Merito dell’interpretazione senza riserve della star, della regia e della fotografia che rendono il pericolo palpabile, e apparentemente indipendente dalle magie della computer graphics, riportando alla mente, anche per la frequenza incalzante dell’azione, Mad Max: Fury Road.

Non è tutto qui: oltre all’adrenalina, Mission: Impossible – Fallout regala anche altre emozioni, tenerezza e commozione, a partire da una scena iniziale, visivamente simile a quanto visto in Avengers: Infinity War. Una straordinaria coincidenza che sembra un passaggio di testimone tra due dei migliori blockbuster dell’anno (peraltro accomunati dalla domanda: dov’è Jeremy Renner?)