Il primo anno

Il primo anno recensione [Anteprima]

Il primo anno recensione film di Thomas Lilti con Vincent Lacoste, William Lebghil, Michel Lerousseau, Darina Al Joundi, Benoît Di Marco e Graziella Delerm

Distribuito da Movies Inspired a partire dal 2 settembre, approda nelle sale italiane – anche se in ritardo di due anni – Première annéeIl primo anno di Thomas Lilti, designato “Film della Critica” dal SNCCI Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Gravoso allora provare a giustificare il voto che gli abbiamo dato, ma ci proveremo.

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Il cinema in Francia lo si studia a fondo, lo si conosce nel dettaglio, lo si ama alla follia. I registi in erba, ispirandosi al passato, molto spesso creano fluide e interessanti sceneggiature messe in scena e fotografate in maniera brillante ed esemplare, tanto da spiccare e primeggiare nel panorama europeo.
Thomas Lilti prova a far parte di questa schiera di cineasti contemporanei degni di nota, cerca di barcamenarsi e farsi notare – tra le più interessanti c’è senza dubbio la “rohmeriana” Mia Hansen-Løve.
Ma fa uno sforzo immane, passa in quasi completa sordina e raramente lo si sente nominare. Dovrebbe, in sostanza e con tutta franchezza, osare di più.

Vincent Lacoste
Vincent Lacoste

Al suo quarto lavoro presenta stavolta il distruttivo sacrificio di tutti quei giovani che tentano di iscriversi in facoltà a numero chiuso, un muro che il governo francese sarebbe intenzionato a rivalutare; 329 i posti disponibili al secondo anno di medicina.
Ma l’opera si riduce ad una commedia simpatica senza grande spessore, che gira su se stessa senza riuscire a creare personaggi stratificati, senza fotografare o creare composizioni dell’immagine iconiche e appaganti, senza prestare particolare attenzione al montaggio o ad un’estetica costante e che possa richiamare all’attenzione vecchi maestri del suo stesso cinema.

È dunque solo l’ennesimo leggero capitolo atto a concludere la trilogia comico/drammatica sul mondo medico iniziata nel 2014 con il lungometraggio Hippocrate – che a pensarci bene parrebbe un sequel de Il primo anno – seguito poi da Il medico di campagna (Médecin de campagne) – nomination al César 2017 come miglior attore per François Cluzet, uno tra i migliori attori del cinema francese contemporaneo; Chabrol lo sapeva bene! Occhio vigile e attento il suo, diede a lui infatti il ruolo del protagonista nel suo dramma L’enfer, del 1994.

Vincent Lacoste e William Lebghil
Vincent Lacoste e William Lebghil

Sinossi

“Ogni volta che vuoi piangere, pensa di metterlo in una scatola quel pensiero e di aprirlo dopo.”
Antoine (Vincent Lacoste)

Antoine (Vincent Lacoste) e Benjamin (William Lebghil): il primo vorrebbe seguire l’esempio del padre chirurgo Serge (Michel Lerousseau), uomo molto esigente che non sembra credere poi così tanto nel figlio.
L’altro è al terzo tentativo per entrare in facoltà, è determinato a tutto e non ha altre ambizioni nella vita se non quella di diventare un medico.
Non si conoscono ancora ma stanno per incontrarsi.
È il mondo dell’università, lo si conosce bene: i tutor, la corsa contro il tempo per trovare un posto libero e sedersi e quella per l’acquisto dei libri fotocopiati, il ripasso delle nozioni apprese in classe da fare al più presto: Benjamin, come un pesce fuor d’acqua lo scopre per la prima volta questo nuovo mondo, mentre Antoine ne è ormai saturo.
Lavorare insieme è la chiave per ottimizzare i tempi e ottenere il massimo risultato al test a risposta multipla da eseguire il più rapidamente possibile rispondendo in modo automatico come delle vere macchine da guerra – circa due minuti a domanda.

Vincent Lacoste e William Lebghil
Vincent Lacoste e William Lebghil

“Devi imparare non capire!”, dice un amico a Benjamin.

Seguendo il suo esempio inizia a preferire l’apprendimento mnemonico senza veramente conoscere o capire e Antoine non è esattamente d’accordo, perché troppo accademico come meccanismo d’apprendimento – in fondo devono diventare dottori non macchine.
Entrambi son comunque disposti a studiare anche dieci annali in quindici giorni, senza problemi; non esiste infatti né giorno né notte, non esistono luoghi pubblici o privati, silenzi o regole da seguire; l’obiettivo è entrare in Medicina e niente e nessuno può né deve interferire durante il processo di preparazione.

Il primo esame di gennaio per cui tanto si sono preparati però creerà un distacco interno alla coppia, nonostante gli ottimi risultati raggiunti da entrambi.
“Mi hai usato!” dice uno dei due.
È l’occasione giusta per approfondire la sua possibile psicosi, allora, spingere verso una direzione più drammatica e tenere lo spettatore in tensione.
Ma Lilti non segue tale strada, forse scontata ma decisamente più interessante, creando un alterco ed allontanamento tra i due che profuma di scuola elementare, senza approfondire il problema socio-psicologico che è alla radice del suo sragionato atteggiamento.

Il primo anno recensione
Il primo anno di Thomas Lilti con Vincent Lacoste e William Lebghil

Lo si intuisce, lo si assapora, ma senza entrare troppo nel dettaglio, senza veramente far preoccupare, dispiacere o addirittura indignare o irritare lo spettatore.
Una riappacificazione porterà poi la coppia a concludere gli studi preparatori in vista dell’esame definitivo, chiudendo il cerchio aperto all’inizio con la chiamata degli studenti idonei e la scelta del percorso alla consegna delle tessere, con un finale – forse da rivedere, forse no – che potrebbe lasciare indifferenti o con l’amaro in bocca.

Il primo anno si rivela un’opera leggera, simpatica, da vedere magari con la propria famiglia, adatta a tutti sì ma forse un po’ meno ai cinefili esigenti, in grado di far sorridere più che ridere, carente tuttavia di una formula d’intrattenimento complessa, con risvolti che appassionano lo spettatore in maniera blanda e un risultato finale che resta, purtroppo, poco impresso nella mente a fine visione.

Sintesi

L'opera di Thomas Lilti si rivela leggera, simpatica, in grado di far sorridere più che ridere, carente tuttavia di una formula d'intrattenimento complessa, di personaggi stratificati e composizioni dell'immagine appaganti, con risvolti che appassionano lo spettatore in maniera blanda e un risultato finale che resta poco impresso nella mente a fine visione.

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