Gli indesiderati d'Europa

Gli indesiderati d’Europa recensione [RaiPlay]

Gli indesiderati d’Europa recensione film di Fabrizio Ferraro con Euplemio Macrì, Catarina Wallenstein, Pau Riba, Bruno Duchêne e Marco Teti

Nel febbraio 1939, un gruppo di miliziani antifranchisti, dopo la definitiva presa di potere del generale Franco in Spagna, decide di espatriare in Francia attraverso il sentiero montano chiamato “Route Lister”, nel sud-est dei Pirenei.
Nel settembre del 1940, un gruppo di stranieri, ebrei e dissidenti antifascisti – tra cui il grande filosofo Walter Benjamin -, in seguito all’invasione nazista della Francia, sceglie di percorrere la stessa “Route Lister” in senso opposto, nell’intento di entrare in Spagna.
Fabrizio Ferraro ne Gli indesiderati d’Europa decide di raccontare queste due storie parallelamente, mettendo in scena il viaggio dei due gruppi mentre, sul sentiero, si spostano da una parte all’altra e viceversa.
Lascia che si crei l’illusione cinematografica di un incontro, impossibile cronologicamente ma simbolicamente significativo, nel senso che la Storia, intesa come succedersi di vicende umane, è pura ripetizione di sé, e, dunque, in questo senso incrocio.

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La sua eco, da lì, si riverbera nell’attualità, attraverso le immagini televisive e giornalistiche degli indesiderati di oggi, espulsi di casa dalle guerre e dalla fame, costretti a percorrere gli incerti sentieri della salvezza: ne è testimone lo spettatore, che porta la propria esperienza massmediatica e visiva all’interno del film, calato tra i fuggitivi di ieri, di cui ascolta i respiri profondi, gli affanni, le fatiche fisiche: in tal modo, egli non “vede” più soltanto, ma finalmente “sente” il dolore degli altri, assumendo su di sé la pena dei propri simili.

Euplemio Macrì
Euplemio Macrì

Catarina Wallenstein
Catarina Wallenstein

Film particolare Gli indesiderati d’Europa, frutto di una scelta formale e narrativa radicale, caratterizzata, anzitutto, dalla quasi assenza di dialoghi, dal suono del silenzio interrotto soltanto dai respiri affannosi dei protagonisti e dalle profonde riflessioni di Benjamin sulla Storia e sull’uomo.
Anche l’uso della macchina da presa risulta originale: Ferraro preferisce riprendere i suoi personaggi in lunghi piani-sequenza affiancandoli, nel loro andare sulla Route, con carrelli laterali e, soprattutto, seguendoli a distanza molto ravvicinata con carrelli in avanti.
A volte la stessa camera si ferma improvvisamente, piantandosi in un punto e lasciando che gli altri proseguano da soli, come se fosse lo stesso operatore di ripresa ad essere stanco ed estenuato.
È questo – unitamente all’uso del sonoro teso alla sottolineatura dei rumori di fondo – il modo scelto dall’autore per produrre nello spettatore l’effetto immedesimazione, per immergerlo nella scena e ottenerne la partecipazione quasi fisica.

Gli indesiderati d'Europa recensione
Gli indesiderati d’Europa di Fabrizio Ferraro

Il difetto – cascame di una scelta autoriale volta al superamento dei canoni classici del racconto cinematografico – è quello di un ritmo lentissimo, persino esasperante, dato dalle scene interminabili in cui l’unica azione è costituita dal percorrere il sentiero quasi senza soluzione di continuità. Si vorrebbe ottenere, così, una sorta di vuoto pneumatico da riempirsi con l’approfondimento psicologico e l’ingresso della/nella Storia – sovrana assoluta del racconto – e che, tuttavia, destando il sospetto di un certo compiacimento nel virtuosismo, finisce per estenuare, rendendo quello stesso vuoto, anziché denso di significato, almeno in parte, fine a se stesso.
Colpisce, invece, la fotografia, elemento filmico migliore, curata dallo stesso Ferraro e resa in un bianco e nero a tratti cupissimo che si esalta in plastici chiaroscuri e non tralascia sprazzi gotici ed espressionisti.

Gli indesiderati d'Europa recensione
Gli indesiderati d’Europa di Fabrizio Ferraro

Non è, infine, indifferente la presenza di Walter Benjamin (Euplemio Macrì), protagonista “umano” del lungometraggio assieme alla Storia e alla Route: disperato Virgilio nell’Inferno dei vivi, egli non saprà condurre se stesso e suoi compagni al di là del confine, verso la Spagna e, quindi, negli Stati Uniti, dove aveva programmato di rifugiarsi. Si toglierà la vita prima, giunto alla fine del sentiero, devastato dal timore d’essere rimandato indietro; definitivamente arreso alla mostruosità dell’odio.

In conclusione, Gli indesiderati d’Europa è un racconto difficile da giudicare. Complicato ed estenuante, offre una visione coraggiosa del cinema che rifugge programmaticamente da ogni vellicazione commerciale, non concedendo nulla al diletto dello spettatore, qui chiamato a “fare” il film piuttosto che a guardarlo.
Lodevole, dunque, per il suo voler essere diverso, per la ricerca di una nuova estetica cinematografica, il film presenta, nondimeno, eccessi difficili da metabolizzare, risultando oltremodo ermetico e scarsamente fruibile. Ne risente il messaggio di fondo, che rischia di giungere debole a chi osserva/partecipa, fiaccato dalla lentezza eccessiva e da un’ombra di intellettualismo che forse si poteva risparmiare.

Immersivo e sfidante.

Pierpaolo

Sintesi

Gli indesiderati d'Europa di Fabrizio Ferraro è un racconto difficile da giudicare. Complicato ed estenuante, offre una visione coraggiosa del cinema che rifugge programmaticamente da ogni vellicazione commerciale, non concedendo nulla al diletto dello spettatore, qui chiamato a “fare” il film piuttosto che a guardarlo. Lodevole, dunque, per il suo voler essere diverso, per la ricerca di una nuova estetica cinematografica, il film presenta, nondimeno, eccessi difficili da metabolizzare, risultando oltremodo ermetico e scarsamente fruibile. Ne risente il messaggio di fondo, che rischia di giungere debole a chi osserva/partecipa, fiaccato dalla lentezza eccessiva e da un'ombra di intellettualismo che forse si poteva risparmiare.

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