Favolacce

Favolacce recensione

Favolacce recensione film di Damiano e Fabio D’Innocenzo con Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Gabriel Montesi, Max Malatesta e Ileana D’Ambra

Finalmente qualcosa di nuovo, finalmente qualcosa di vero, finalmente qualcosa di antico. Favolacce, presentato allo scorso Festival di Berlino dove ha vinto il premio alla migliore sceneggiatura e distribuito sulle piattaforme digitali a partire da lunedì scorso a causa dell’attuale chiusura delle sale, è l’opera seconda di Fabio e Damiano D’Innocenzo, i due fratelli gemelli romani già autori de La terra dell’abbastanza.

Ambientato in una periferia imborghesita dove sotto l’apparenza idilliaca delle cose si nascondono molte nevrosi e rimossi, Favolacce è un film drammaturgicamente molto innovativo, le cui seminali innovazioni si ripercuoteranno sicuramente su molto del cinema italiano del futuro; al tempo stesso, nello sviluppo della trama e dei suoi personaggi, c’è un cuore tragico molto antico. I fratelli D’Innocenzo hanno indicato fra le loro influenze Raymond Carver, Gianni Rodari e i fumetti di Charlie Brown, ma in Favolacce sembra di avvertire anche un respiro strindberghiano.

Favolacce di Damiano e Fabio D'Innocenzo con Elio Germano
Elio Germano

La loquacità. La ferocia. C’è qualcosa di non detto in Favolacce, un nesso logico che manca, un elemento pulsionale rimosso ma ancora palpabile. Un senso di pericolo avvolge ogni cosa. La sinossi ufficiale del film dice che “nella periferia di Roma, vive una piccola comunità di famiglie che trascorre le sue giornate in maniera apparentemente normale, tuttavia, sotto la superficie, cova il sadismo dei padri, la passività delle madri e la disperazione dei figli”. È un buon riassunto che difficilmente si potrebbe espandere, anche perché Favolacce è un film di impressioni e di argomenti piuttosto che di trama. Non è affatto lontano, nella sua acuta ferocia, da quello che Pasolini definiva cinema di poesia.

Le scene si succedono sostanzialmente per intuizione, non per nessi logici. La narrazione si muove per elissi dai contorni indefiniti, segue le vicende di un gruppo di personaggi per poi spostarsi su altri, del resto tutti i nuclei famigliari che abitano le ordinate villette al cuore delle dinamiche del film, e soprattutto i bambini, si intersecano, senza mai riuscire veramente a parlarsi. L’abituale continuum – una successione di scene direttamente concatenate l’una all’altra – manca. Tutto concorre al finale, ma ce ne accorgiamo solo negli ultimi minuti del film. Spesso le scene non hanno una vera conclusione, si fermano in una maniera non brusca ma neanche concludente. Del resto, alla logicità “di facciata” di ogni comportamento dei personaggi adulti segue un doppio fondo di irrazionalità, di trasgressione, quasi di nevrosi. Questo è una sorta di contraltare della stessa struttura drammaturgica del film.

Favolacce di Damiano e Fabio D'Innocenzo
Favolacce di Damiano e Fabio D’Innocenzo

Se possiamo recuperare un passo di Omero, alla base sia dei comportamenti dei personaggi sia dell’impostazione narrativa del film c’è un “pensare sghembo” a cui difficilmente si possono attribuire antecedenti diretti almeno nel cinema italiano. Una delle più interessanti chiavi di lettura di Favolacce ci viene fornita dal film stesso quando, nella prima parte, due bambini uno dopo l’altro cadono vittima uno del morbillo e l’altra dei pidocchi e, peraltro, la madre della bambina che ha preso i pidocchi cerca di farla contagiare dal bambino che ha preso il morbillo. La dimensione della malattia estiva – nulla è più fastidioso per un bambino di un febbrone estivo – è un ottimo correlativo oggettivo del malessere esistenziale che consuma tutti i personaggi di Favolacce, nessuno escluso. Questa malattia è forse lo sguardo altrui, più probabilmente è un ideale edonistico incancrenito di vita perfetta da mostrare agli altri e a se stessi.

Un’altra chiave di lettura proviene invece dall’elemento dell’iniziazione, nei suoi vari significati, anzitutto quello sessuale. In un punto del film il montaggio alterna inquadrature provenienti da due diverse scene in ognuna delle quali una coppia di preadolescenti arriva relativamente vicina a un amplesso, ma non sembra consumarlo, per insicurezza e per mancanza di vera motivazione. L’idea stessa di fare l’amore a 11, 12 anni nasce in imitazione del comportamento se non addirittura in risposta a un’istigazione dei genitori, dei modelli che non riescono ad essere veramente tali, con i quali i bambini intrattengono una relazione mimetica nutrita da una sostanziale fiducia nell’adulto che in ultimo li soffocherà, perché come in ogni favola che si rispetti c’è anche un orco.

Elio Germano
Favolacce con Elio Germano

Favolacce di Damiano e Fabio D'Innocenzo
Favolacce di Damiano e Fabio D’Innocenzo

La maturità – in quelle scene rappresentata dalla perdita della verginità, ma dal film intesa nel significato ampio del termine – è un traguardo che nessuno dei personaggi raggiunge, né i bambini né tantomeno gli adulti ancora del tutto immaturi e incapaci a esprimere in modo appropriato le loro emozioni e riflessioni. Gli unici “sopravvissuti” del film – “sopravvissuti” quasi per caso – rimangono dei bambinoni fino all’ultimo secondo dell’ultima inquadratura del film. Del resto tutti i personaggi di Favolacce “si parlano addosso”, sprofondano nell’autoreferenzialità e in un’implicita retorica. La struttura narrativa di Favolacce imita i suoi personaggi, ma sommando scena a scena, percezione a percezione, rende la fruizione dell’opera perfettamente chiara ed altrettanto inesprimibile a parole, qualcosa di molto vicino a quello che potremmo definire film impressionista.

La prova del nove dell’abilità di un regista è la direzione dei bambini. Se sai far recitare bene dei bambini, sai dirigere molto bene un film. Questa prova del nove i fratelli D’Innocenzo la superano perfettamente. L’inquadratura resta tendenzialmente abbastanza statica, e forse in questo c’è ancora margine del miglioramento per i due più che promettenti registi, ma l’ambientazione sostanzialmente campagnola del film, soprattutto se paragonata alla grigia periferia de La terra dell’abbastanza, lascia spazio per una maggiore presenza di alcuni degli elementi visivo-sonori più significativi – più “imprimenti”, potremmo dire – per l’esperienza cinematografica dello spettatore che possano comparire in un film. La presenza dell’acqua in un film generalmente cattura uno spettatore a un livello inconscio, ed ecco che uno degli episodi più interessanti di Favolacce si consuma a proposito di una piscina gonfiabile. Le stesse scene in campagna hanno un sapore particolarmente vivo e particolarmente onirico, e in quest’occasione la macchina da presa si muove in maniera più libera, ricordando in qualche modo i flussi di coscienza dei film di Terrence Malick.

L'opera seconda di Damiano e Fabio D'Innocenzo
L’opera seconda di Damiano e Fabio D’Innocenzo

La fotografia di Paolo Carnera, già dietro la macchina da presa de La terra dell’abbastanza e noto soprattutto per il suo lavoro sulla serie tv Gomorra, è in queste scene e in tutto il corpo del film splendida, al contrario della pessima presa diretta che costringe il pubblico a sforzarsi non poco per cogliere alcune battute. Anche il gruppo degli attori, capeggiato dal sempre bravo Elio Germano, fa un lavoro notevole. È difficile dire qual è la scena più bella del film, è facile dire qual è la più emozionante, quella in cui una baby-mamma inizia a cantare a squarciagola una canzone di Vasco Rossi sullo squallido tavolino all’aperto di un bar prima che la voce le si spezzi in pianto.

Per quanto triste sia non poter vedere quest’opera nelle sale, Favolacce è decisamente uno dei film italiani migliori dell’anno, da vedere assolutamente in questi giorni di semi-quarantena in attesa che i fratelli D’Innocenzo facciano un ulteriore salto di qualità con il loro terzo film.

Ludovico

Sintesi

Opera seconda di Fabio e Damiano D’Innocenzo, Favolacce è uno dei film italiani migliori dell’anno, drammaturgicamente molto innovativo e le cui seminali innovazioni si ripercuoteranno sicuramente su molto del cinema italiano del futuro; al tempo stesso, un cuore tragico molto antico batte nello sviluppo della trama e dei suoi personaggi.

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