ArteKino Festival: Those Who Are Fine – recensione

Those Who Are Fine
ArteKino Festival: Those Who Are Fine - recensione

Those Who Are Fine fa parte del catalogo degli otto film, resi disponibili gratuitamente e
legalmente (in lingua originale e con sottotitoli), dell’ArteKino Festival, del quale MadMass è media partner. Le proposte hanno un comune denominatore: opere europee, fortemente
indipendenti, che toccano temi di grande attualità e che difficilmente potrebbero essere viste se non attraverso un circuito differente da quello della sala.

Those Who Are Fine, presentato nella sezione “Cineasti del presente” del Festival di Locarno,
racconta la storia di Alice, un’operatrice di un call center che, sfruttando in maniera cinica le
competenze sviluppate sul luogo di lavoro, chiama vecchie signore per estorcere del denaro
fingendo di essere la nipote. Il tutto all’interno di una città, Zurigo, che sembra essere indifferente, vuota e fredda.

Il regista Cyril Schäublin si serve di un fatto che potrebbe essere tranquillamente di cronaca per portare avanti un discorso ben preciso sulla società di oggi e sulla perdita di ogni valore, persino del rispetto per le precedenti generazioni. Non esiste altro fine se non il denaro, da ricercare in ogni modo, anche quello meno pulito.

Alla storia principale si alternano poi una serie di quadri su altri personaggi minori che procedono nel loro tran tran quotidiano, senza grandi sussulti o momenti di reale coinvolgimento emotivo. Quella descritta è una società alienante, in cui si è persa la gioia di
vivere e le azioni si ripetono in maniera meccanica, disarmonica.

Cyril Schäublin svuota la messa in scena e sceglie di mantenersi a distanza rispetto a quello che racconta, creando un effetto di straniamento che è funzionale al messaggio che vuole veicolare ma, allo stesso tempo, finisce con il creare una totale sensazione di disinteresse rispetto a quanto rappresentato. Non c’è empatia con i personaggi e si ha la netta impressione che si stia assistendo a un film troppo di testa, più attento a quello che si vuole dire rispetto a come proporlo. Lo stile, forse anche per evidenti limiti economici, è del tutto assente, così come il ritmo è estenuante. Sicuramente non mancano degli spunti di interesse, ad esempio le sequenze all’interno del call center o quella estremamente significativa nella banca. Prevale, tuttavia, una tendenza a specchiarsi in se stessi e una ricerca autoriale che sembra più studiata a tavolino che non realmente sincera.

Tutti questi elementi finiscono col vanificare un’idea sulla carta buona ma che zoppica clamorosamente nella rappresentazione su schermo. Data la giovane età del regista, però, i margini per migliorare ci sono tutti, occorre solo mettere a fuoco le evidenti stonature di questo film.

Sergio