Yves Montmayeur intervista al regista di Citizen K documentario su Takeshi Kitano [FEFF 24]

Yves Montmayeur, regista del documentario Citizen K, presentato in occasione della ventiquattresima edizione del Far East Film Festival, racconta i retroscena nella realizzazione del film incentrato sul maestro Takeshi Kitano

Intervista a Yves Montmayeur, regista di Citizen K, il documentario su Takeshi Kitano presentato al Far East Film Festival 24

Come ti è venuto in mente il titolo per il documentario?

Yves Montmayeur: Ho frequentato Takeshi Kitano per molti anni, abbiamo avuto modo di vederci in numerose occasioni e da questi incontri ho notato l’emergere di una doppia personalità di Kitano, o meglio, di due poli opposti della sua persona. Durante tutti questi anni ho colto un aspetto più “bambino” dietro al personaggio duro che tutti conoscono dai suoi film. Ma se anche consideri soltanto gli yakuza movie che Kitano ha realizzato, comunque emerge un lato bambinesco e giocoso, in qualche modo ha un’aura di innocenza che cerca di mantenere integra, nonostante il contesto molto violento. Tutto questo mi ha ricordato molto il film di Orson Welles, Citizen Kane, in cui il protagonista è qualcuno di molto imponente, molto pieno di sé e sicuro di tutto quello che fa, ma che, allo stesso, trasmette allo spettatore un senso di fallimento. Kane cerca, in qualche modo, di ritornare alla dimensione edenica dell’infanzia, in particolare alla fine del film, quando si nota il suo attaccamento non tanto all’oggetto quanto alla parola “Rosebud”, un ricordo d’infanzia. Mi è sembrata assomigliare sotto tanti aspetti alla stessa ricerca dell’infanzia che Kitano inscena nei suoi film, in modo più o meno esplicito. Kitano dichiara di essere un perdente (“loser”), sì, ma non senza una certa carica provocatoria. Quello che intende fare è un confronto tra gli esordi e il punto della sua carriera attuale ma ciò che davvero rifiuta è ogni forma di artificialità: vuole davvero andare alla radice, arrivare al cuore delle cose, delle persone, delle situazioni che descrive. Alla fine, il messaggio che intende trasmettere è di non tradire mai il bambino che si trova dentro ognuno di noi e guardare sempre con prospettiva diversa non solo le situazioni che si affrontano ma anche se stessi.

Yves Montmayeur
Yves Montmayeur al Far East Film Festival 24 presenta Citizen K (Credits: Alice BL Durigatto/FEFF)

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Hai detto che per realizzare il documentario sono serviti quasi dieci anni. È cambiato molto, durante questa lunga gestazione, dall’idea originaria che avevi oppure è rimasto esattamente come lo avevi progettato?

Yves Montmayeur: All’inizio di tutto non avevo neanche intenzione di realizzare un documentario! Ogni volta che incontravo Kitano cercavo di poterlo conoscere un po’ meglio ma non avevo un orizzonte cinematografico, l’idea di poter mettere su un documentario è arrivata dopo. Ad un certo punto mi sono ritrovato moltissimo materiale tra le mani e così ho deciso che questo sarebbe stato il modo migliore per approfondire questo personaggio. Sarà stato intorno al 2010 che ho preso questa decisione e mi sono ritrovato a progettare e strutturare un lavoro documentario; certo, qualcosa è cambiato, le mie domande, le conversazioni. Ho trovato un modo migliore di realizzare le riprese, parlando proprio da un punto di vista tecnico, ho impiegato diversi formati, tra cui il formato Super 8. Sono abbastanza fissato con il movimento nei documentari, non mi piace affatto stare a sedere e parlare, posizionare una telecamera e lasciarla fissa, come se mi fossi dimenticato di essermela portata dietro. Certo, sicuramente sentire parlare qualcuno del proprio lavoro è interessante, ma non penso che sia la forma d’indagine migliore quando si arriva a realizzare le riprese di un film documentario. Ho cercato di rendere le riprese molto più “fisiche” e dinamiche, per realizzare qualcosa di più vivido.

Il regista di Citizen K documentario su Takeshi Kitano
Yves Montmayeur presenta Citizen K al FEFF 24 (Credits: Ricky Modena/FEFF)
Sei un regista francese ma hai lavorato molto e a lungo in Asia. A tal proposito, hai notato grandi differenze, nell’accoglienza dei film di Kitano, tra il pubblico europeo e quello asiatico?

Yves Montmayeur: Sì, sicuramente, c’è un grande divario tra queste due parti del mondo. Quando Sonatine uscì al cinema, fu molto frustrante per Kitano non avere nessun riconoscimento da parte del suo Paese, del suo pubblico. Posso raccontarti una storia che spiega bene questa differenza: quando, prima ancora di registrare la mia prima intervista al regista, nel 1993, al Festival di Cannes, venne presentato Sonatine, mi trovavo con alcuni colleghi giornalisti ed eravamo tutti giovani, avevamo appena iniziato il lavoro. Dopo la proiezione eravamo rimasti estasiati dal film e, vedendo Kitano passeggiare da solo sulla Croisette – al tempo non era famoso, per cui era molto facile potersi avvicinare e iniziare una conversazione – abbiamo deciso di andare a ringraziarlo per aver realizzato un film del genere, ci aveva colpito molto. Al sentire le nostre parole, Kitano iniziò a piangere, commosso e pieno di gratitudine nei nostri confronti, spiegandoci che in Giappone i suoi film non erano stati apprezzati e il fatto che noi avessimo amato così tanto il suo film lo aveva riempito di gioia. Quindi sì, c’è una grande differenza nella ricezione dei suoi film in base al pubblico e la stessa cosa si potrebbe dire dei documentari, in Giappone hanno un approccio molto diverso e anche davvero poco coinvolgente. Non c’è grande attenzione nel realizzarli: le domande sono scontate se non stupide nella maggior parte dei casi e le riprese mancano di cura – cosa molto strana, se consideriamo quanto il cinema giapponese sia tradizionalmente attaccato alla cura dei dettagli e dell’immagine! Sono interessato al cinema di tutto il mondo ma, quando ho iniziato a scrivere – sono, prima di tutto un giornalista e la mia carriera cinematografica è iniziata così – a inizio anni Novanta, c’era un nuovo cinema asiatico che stava emergendo. In quanto giornalista e critico ho trovato molto interessante questo aspetto del mondo, potevo parlare di film contemporanei che venivano realizzati in quegli anni e che trovavo molto più emozionanti di alcuni film del passato. Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di lavorare in Asia, in più ero molto attento e concentrato sul cinema giapponese, sono cresciuto con molti film classici giapponesi, soprattutto di Kurosawa, Mizoguchi e Ozu.

Yves Montmayeur
Yves Montmayeur al Far East Film Festival 24 presenta Citizen K (Credits: Alice BL Durigatto/FEFF)

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