Tout s'est bien passé

Tout s’est bien passé – Everything Went Fine recensione film di François Ozon con Sophie Marceau [Cannes 74]

Tout s’est bien passé recensione film di François Ozon con Sophie Marceau, Charlotte Rampling, Hanna Schygulla, André Dussollier e Géraldine Pailhas

L’ultima metamorfosi di Ozon

Di François Ozon ci colpisce sempre più il senso della misura, che va via via affinandosi insieme alla sua regia, ormai giunta a piena maturità stilistica. Non è così scontato associare termini quali essenziale, misurato, pacato a un regista la cui filmografia di marcato stampo queer straborda di scene sensuali e sessuali, un cineasta di rado immune alla provocazione giocosa e alla passione che diventa ora intenso dramma, ora vero e proprio melodramma.

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Tratto dal romanzo autobiografico del 2013 dell’autrice francese Emmanuèle Bernheim, Tout s’est bien passé conferma che in Ozon si sta sviluppando una vena spirituale e molto intimista. Il film ruota attorno al desiderio di Andrè, un anziano padre dalla vita non proprio irreprensibile, di ricorrere all’eutanasia per porre fine alle proprie sofferenze, acuitesi dopo un grave ictus.

Le premesse fanno già presagire un film drammatico che preme forte sulla commozione. Invece la pellicola prosegue il cammino iniziato con Grazie a Dio; Ozon si confronta con le Grandi Domande (la vita, la morte e cose c’è ad attenderci dopo) senza perdere per strada le pietre angolari del suo cinema. Il padre di Emmanuèle infatti ha alle spalle un matrimonio di convenienza che ha indurito il carattere della moglie e segnato profondamente le figlie Emmanuéle e Pascale.

Sophie Marceau
Sophie Marceau

Sophie Marceau, Géraldine Pailhas e André Dussollier
Sophie Marceau, Géraldine Pailhas e André Dussollier

Ozon fa splendere tutti, anche Sophie Marceau

Laddove potrebbe insistere su un dramma familiare o su una storia strappalacrime, Ozon invece realizza il ritratto di un uomo pieno di colpe che cerca la redenzione (la pace?) nella morte. La sua è insieme l’ultima presa di posizione e una scelta finale da imporre alle figlie. Il tutto raccontato attraverso il personaggio della protagonista, interpretata da una sorprendente Sophie Marceau nei panni di una donna dal carattere determinato, segnato dal rapporto profondo ma non sempre indolore con il padre. Marceau brilla con una performance che da lei forse non ci si aspetterebbe, ma lo spettatore attento noterà come Ozon riesca ormai a tirare fuori il meglio dai suoi interpreti, mettendoli sotto la giusta luce e al centro della scena.

Impossibile non citare André Dussollier nel ruolo del padre; un uomo che fino alla fine porta con sé la croce dell’omosessualità vissuta in un’epoca in cui era una colpa da espiare, ma non certo esente da piccole e grandi meschinità nel rapporto con la moglie (una Charlotte Rampling straordinaria con appena un pugno di scene) e con le figlie.
Non si fa mancare nemmeno l’amante truffaldino, con cui continua ad avere un rapporto passionale e burrascoso.

Géraldine Pailhas e Sophie Marceau
Géraldine Pailhas e Sophie Marceau

Sophie Marceau e André Dussollier
Sophie Marceau e André Dussollier

Un regista al servizio delle sue storie

Pur mettendosi da parte per lasciare che la storia personale di Emmanuèle Bernheim abbia tutto lo spazio necessario, Ozon fa davvero la differenza. La sua regia in particolare spicca per grandissima raffinatezza nel raccontare relazioni ed emozioni con pochi, accorti movimenti di camera espliciti e molte finezze quasi invisibili. Forse non è così immediatamente visibile, ma c’è anche l’Ozon giocoso e irriverente in questo film, che spesso sceglie l’ironia quando la storia è sull’orlo del dramma, dando alle emozioni dei protagonisti appena lo spazio necessario. Il risultato è un film che rifiuta ogni sensazionalismo e lascia allo spettatore il compito di trarre le proprie personali riflessioni sul tema etico dell’eutanasia, che diventa quasi un passaggio collaterale del ritratto di un rapporto intenso tra un padre e una figlia.

A pagare il prezzo più alto è proprio Ozon: di fronte a quanto visto in Tout s’est bien passé è evidente come anteponga le storie da raccontare alla fama da perseguire. Il regista francese ha ormai tutte le carte in regola per sfornare progetti ben più ambiziosi, che gli donerebbero una fama estesa ben oltre il circuito cinefilo e festivaliero. Ha già dimostrato maestria e grande versatilità: con gli sviluppi più recenti della sua carriera conferma anche una grande integrità umana, ancor prima che artistica.

Sintesi

Verrà mai il momento della vera, definitiva consacrazione di François Ozon? Film quotidiani e intimi come Tout s'est bien passé non possono forse proiettarlo nel gotha del cinema internazionale, ma è sempre più un piacere vederlo crescere, evolversi, maturare come artista e come uomo, affrontando i grandi temi propri della vita umana sempre da un punto vista personale, difeso e sviluppato strenuamente.

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