Solo: A Star Wars Story

Solo recensione (Solo: A Star Wars Story)

Sul pianeta Corellia, la criminalità organizzata può contare sul supporto e lo sfruttamento di una miriade di orfani, ai quali assicura i mezzi per sopravvivere e uno stato di schiavitù. Tra loro, Han e Qi’ra sognano di scappare, di comprare un’astronave tutta loro e visitare la galassia. Quando l’opportunità arriva, Han riesce a sfuggire, ma Qi’ra viene catturata. Il giovane si arruola nell’esercito imperiale con l’obiettivo di tornare a salvarla…

Solo è il decimo film live-action dell’universo Star Wars (se, come tutti, chiudiamo un occhio sulle due Avventure degli Ewoks televisive), ed il secondo film della serie antologica A Star Wars Story: storie ambientate nello stesso universo ma teoricamente slegate dalla saga Skywalker.
Un’idea semplice, ma tutt’altro che facile da mettere in pratica: già il primo film Rogue One, nonostante il lusso di poter introdurre personaggi completamente nuovi, ha fatto l’impossibile per includere volti ed elmetti familiari ai fan.
Per Solo, senza nascondersi, la parola chiave è familiarità: la sceneggiatura è stata affidata al miglior esperto del personaggio, Lawrence Kasdan (coautore di The Empire Strikes Back, The Return of the Jedi e The Force Awakens) e suo figlio Jonathan. E dopo l’estromissione dei registi Phil Lord e Chris Miller, la produzione si è affidata al miglior surrogato di George Lucas: Ron Howard (che a quanto pare declinò l’offerta di dirigere The Phantom Menace).
Solo non è uno spin-off: è praticamente uno dei prequel della trilogia originale.

È un prequel molto più snello e godibile degli altri tre: privo di elucubrazioni politiche e libero da solenni profezie, Solo può lanciarsi all’avventura a capofitto, con una propulsione spettacolare che da una scena iniziale memore dei migliori film di Harrison Ford ci porta rapidamente ad una vera e propria grande rapina al treno, ad inseguimenti di astronavi e poi a tutta l’azione che ci aspetteremmo.

Il problema è che un prequel, per definizione, non può riservare grandi sorprese: non possiamo avere grande trepidazione per i nostri eroi, sapendo che di lì a qualche anno si troveranno a sparare per primi in una bettola di Mos Eisley; quello che dovrebbe appassionarci è il destino dei personaggi che ancora non conoscevamo, ma in Solo questo non succede: Beckett e Val (Woody Harrelson e Thandie Newton, a loro agio nel ruolo dei criminali con un cuore) hanno l’aria di saper badare a sé stessi; Dryden Vos (Paul Bettany, molto più interessante che nel ruolo di Vision) non merita che ci preoccupiamo di lui; Qi’ra, che come rivale di Leia già non parte avvantaggiata, è appiattita dall’interpretazione di Emilia Clarke, che sembra non sapersi disfare della sua staticità da khaleesi. Non giova la mancanza di affiatamento tra Qi’ra e Han, che sono teoricamente cresciuti insieme ma che ora sembrano appartenere a due mondi completamente diversi.

Un teschio di cristallo e un idolo dorato che fanno da sfondo ad alcune scene sono la rappresentazione tangibile del ‘fantasma’ di Harrison Ford che aleggia su tutto il film. Alden Ehrenreich, novello Han, ha un fardello pesante da portare, ma il fatto di interpretare una versione più giovane del personaggio volge a suo favore: non sapremo mai se le titubanze sullo schermo sono di Alden che cerca di farsi coraggio o di Han che deve ancora perfezionare la sua faccia da schiaffi. Sono i battibecchi con Chewbacca (qui interpretato, come in The Last Jedi e in alcune scene di The Force Awakens, da Jonaas Suotamo) i momenti in cui questo Han Solo finalmente ci fa sentire a casa.

Come molti prequel, Solo cede purtroppo alla tentazione di trasformare ogni scena in una ‘origin story’. Comprendiamo la scelta di introdurre nella storia anche il giovane Lando Calrissian (grazie al gigioneggiante Donald Glover), ma viene presto il sospetto che le strizzatine d’occhio ai fan siano non l’ornamento, ma l’intera ossatura della trama, arrivando a vincolare non solo la storia ma anche i dialoghi. Se il nome nei credits non fosse Kasdan, si potrebbe etichettare il tutto come fan fiction.

La familiarità di vicende e parole rende Solo l’esatto opposto di The Last Jedi, e senza dubbio il film piacerà soprattutto a coloro che sono rimasti spiazzati dall’irriverenza iconoclasta del film di Rian Johnson. Ma a differenza di Episodio VI, Episodio VII e perfino di Rogue One, Solo non aggiunge né toglie niente a Guerre Stellari: è un film superfluo, e tutto ciò che lascia è un potenziale spunto per un’altra storia, un altro film. E la prima prova tangibile dell’ormai inesorabile produzione di massa di quella che una volta era una serie-evento. C’è chi la chiama marvellizzazione.

Sintesi

L'avventura giovanile di Han Solo è leggera e godibile, ma si affida ad un percorso troppo familiare e non lascia il segno.

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