Santa Lucia

Santa Lucia recensione film di Marco Chiappetta con Renato Carpentieri e Andrea Renzi [TFF 39]

Santa Lucia recensione film di Marco Chiappetta con Renato Carpentieri, Andrea Renzi, Biancamaria D’Amato, Antonia Marrone e Eduardo Sorgente

Presentato al Torino Film Festival nella sezione Fuori Concorso, Santa Lucia si realizza grazie alle due presenze in scena che rendono questo viaggio nel passato più presente che mai. Renato Carpentieri, attore e regista teatrale, (David di Donatello per il miglior attore protagonista ne La tenerezza), affiancato da un altro attore di teatro, Andrea Renzi, che ricordiamo ne L’uomo in più e ne Le fate ignoranti.

Due fratelli: Roberto e Lorenzo. Due città lontane: Napoli e Argentina. Una separazione prematura, quella dei due, che obbligherà Roberto, il fratello emigrato in Argentina, a tornare a Santa Lucia, la città dei ricordi di una vita passata che ormai non può più vedere con gli occhi (in quanto cieco) ma solo col cuore e con le immagini della mente e dei ricordi. La morte della madre lo ‘costringe’ a un incontro col passato e con tutte le persone dalle quale aveva preso le distanze.

Santa Lucia: un luogo, una protettrice e una pietra. Questi elementi sono intrecciati e collegati non casualmente e aiutano lo spettatore (e il protagonista stesso) a ricostruire, tramite la mappa dei ricordi, un percorso tutto personale in una Napoli inedita e cupa. Santa Lucia è, nella tradizione classica, la santa che protegge la vista, ma anche la pietra (donatagli dalla madre da bambino) che rimane attaccata alla conchiglia finche non muore perché quella è casa sua, ed è anche quella casa, quel quartiere, quei vicoli di città, di cui Roberto ha avuto paura per troppo tempo, tanto che il fratello gli chiede a più a più riprese: “Perché te ne sei andato e non sei più tornato?

Andrea Renzi e Renato Carpentieri
Andrea Renzi e Renato Carpentieri (Credits: Serena Petricelli/Teatri Uniti/RiverStudio)
Renato Carpentieri e Andrea Renzi
Renato Carpentieri e Andrea Renzi (Credits: Serena Petricelli/Teatri Uniti/RiverStudio)

Le immagini sembrano sfocate come è sfocata la vista ormai assente del protagonista: nella parte iniziale sperimentiamo, insieme a Roberto, la sensazione di non vedere più nulla nitidamente e questo è realizzato attraverso macchie di colore che riempiono l’obiettivo senza forma e definizione. Più avanti le immagini diventano più nitide ma sempre sfocate: sono le immagini della memoria, di una Napoli diversa e lontana come sono lontani i ricordi di un passato volutamente accantonato. I suoi occhi che non vedono più, ora rivedono quella Napoli mai realmente dimenticata e quelle persone lasciate in angoli remoti del cuore e mai più incontrate. Sono immagini interiori, quelle della memoria che vengono interiorizzate e, una volta ripercorse, mutano quasi i lineamenti del paesaggio e le strade che una volta erano familiari. 

L’atmosfera è, nella prima parte, tesa e severa, come se tutto si fosse fermato e si dovesse ricostruire senza più elementi umani. La morte della madre mette nella condizione di affrontare i fantasmi del passato. Roberto, una volta tornato, non può più esimersi da questa responsabilità che per troppo tempo ha rimandato. “Tu non sei cieco, tu non vuoi proprio vedere”, gli dice solenne il fratello Lorenzo. E ora, che veramente non vede più, i ricordi riaffiorano e non gli danno pace, ricordandogli che “a volte è meglio immaginare il mondo che vederlo così com’è.”

I due luoghi così lontani, Napoli e Argentina, presentano elementi comuni che però, solo ora, nella sua città, lo fanno sentire veramente a casa come, forse, non si è mai sentito: “Avevo dimenticato l’odore del mare perché ogni mare ha il suo buon odore”. E così, solo oggi, una volta tornato, ammette che quella lontananza fu il suo esilio anziché la sua salvezza. Lontano da Napoli nessuno sa che ha un fratello, né la moglie né il figli, è un segreto, come lo è tutto quel pezzo di passato che tiene nascosto anche a se stesso. Solo lui è portatore di tutto quel bagaglio pesante ma necessario. 

Santa Lucia recensione film di Marco Chiappetta con Renato Carpentieri e Andrea Renzi
Renato Carpentieri e Andrea Renzi (Credits: Serena Petricelli/Teatri Uniti/RiverStudio)
Marco Chiappetta
Il regista Marco Chiappetta (Credits: Serena Petricelli/Teatri Uniti/RiverStudio)

E così sulle note di Concierto de Aranjuez (intonate e suonate alla chitarra da suo fratello), seduto in poltrona, davanti al libro mai finito “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, e vagando per i vicoli di quella Napoli immaginata, Roberto e Lorenzo si confrontano sul passato e sul futuro, non pensando ci sia un vero e proprio presente: “A me piace il passato perché sta lì, fermo immobile, e non mi può fare del male. Il futuro invece è sempre in agguato, mi mette pressione”. Quel futuro è ormai oggi e obbliga Roberto ad incontrarlo, a indagarlo e decidere come accettarlo.

Veniamo coinvolti in un film sul presente che ci ricorda che è sempre possibile far pace con un passato difficile, dimenticato e seppellito. “È sempre meglio vivere perché ci sono momenti di felicità che fanno dimenticare per un attimo tutti i dolori vissuti”, ricorda Lorenzo al fratello andato via. Il passato obbliga anche a fare i conti col futuro fatto di un presente che ci fa aprire gli occhi, quegli occhi che possono essere bugiardi come le parole, ma che aiutano a non pensare a chi non c’è più e a vedere chi c’è, finche siamo in tempo. Questa consapevolezza ci fa tornare nei posti, fisicamente e col le immagini della memoria, e ci fa sentire liberi di dire, come Lorenzo, “Non posso aver paura di casa mia”.

Sintesi

Santa Lucia: un luogo, una protettrice e una pietra. Questi elementi sono intrecciati e collegati nell'opera di Marco Chiappetta che ricostruisce, tramite la mappa dei ricordi, un percorso tutto personale in una Napoli inedita e cupa, in un film sul presente che ci ricorda che è sempre possibile far pace con un passato difficile.

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