La società della neve

La società della neve recensione film di Juan Antonio Bayona [Netflix]

Juan Antonio Bayona ci mostra come si racconta una tragedia vera

La società della neve recensione film di Juan Antonio Bayona con Rafael Federman, Esteban Bigliardi, Simon Hempe, Enzo Vogrincic e Fernando Contingiani [Netflix]

di Sara Mariotta

La società della neve di Juan Antonio Bayona (Credits: Netflix)
La società della neve di Juan Antonio Bayona (Credits: Netflix)

La società della neve è l’ultimo film di Juan Antonio Bayona, regista conosciuto, tra le altre cose, per Jurassic World – Il regno distrutto, The Impossible e The Orphanage.

Premiato agli European Film Awards per i migliori effetti visivi e per il miglior trucco, il suo è un dramma che racconta una storia vera.

Una squadra di rugby uruguayana, accompagnata da amici e parenti, precipita in un disastro aereo nel cuore delle Ande. I superstiti dovranno sopravvivere per più di due mesi in mezzo a neve e ghiaccio, attanagliati dalla fame e minati dalla progressiva perdita di lucidità mentale.

Il film è il terzo adattamento del vissuto da questi giovani, precedenti sono I sopravvissuti delle Ande (1976) e Alive. Sopravvissuti (1993). Bayona si è inoltre basato, oltre che sui fatti di cronaca, sul romanzo La società della neve. La storia mai raccontata dei sopravvissuti al terribile disastro aereo sulle Ande.

Il lungometraggio è un mix perfetto di drammaticità, epicità e orrore. Dopo il breve preambolo iniziale, idilliaco e patinato, che serve ad introdurre i vari personaggi, si entra subito nel vivo. Al tredicesimo minuto comincia il racconto dell’incidente, visivamente potentissimo. La paura è invasiva, avvolge lo spettatore prima attraverso gli sguardi sempre più consapevoli e disperati dei protagonisti e poi con le scene terrificanti dello schianto. Questa sequenza da sola potrebbe reggere tutto il film. È visivamente incredibile. L’aereo si distrugge sulla cresta della Cordigliera in un attimo si smembra.

I passeggeri vengono risucchiati e scompaiono nel turbinio del vento e della neve, le componenti metalliche diventano armi che rompono ossa e schiacciano i corpi, ad ogni colpo lo spettatore sobbalza di fronte all’orrore della vicenda. Quando finalmente la punta spezzata dell’aereo interrompe la sua discesa letale, i sopravvissuti si fanno largo tra lamiere e cadaveri ed escono allo scoperto, realizzando lentamente la situazione.

Qui comincia la vera tragedia. Ogni giorno è una tortura insopportabile, in cui le speranze vengono fiaccate e si perde a poco a poco il raziocinio a favore dell’istinto di sopravvivenza animale.

La società della neve di Juan Antonio Bayona (Credits: Netflix)
La società della neve di Juan Antonio Bayona (Credits: Netflix)

Il film mette bene in scena il dilemma più grande che questi ragazzi hanno dovuto affrontare: sopravvivere rinunciando alla propria umanità, o morire da essere umani. Il tema del cannibalismo non è trattato come elemento orrorifico, ma come sacrificio necessario. Eppure, spaventa lo spettatore, proprio grazie alla delicata trasparenza con cui man mano viene mostrata sempre di più quella carne. Anche la fede gioca un ruolo fondamentale: Dio è una salvezza o una condanna? I crocefissi sono simboli che diventano allegorie ossessive di una speranza ormai vuota. La morte è sempre più normalizzata, il corpo senza vita diventa una risorsa.

È la storia di un eroismo macabro, di come un manipolo di esseri umani sia riuscito a sopravvivere due mesi in condizioni di vita impossibili grazie alla fredda lucidità che entra in gioco quando la morte impregna lo sguardo a 360°.

Riesce a non essere retorico né melodrammatico, proprio grazie alla crudità con cui mostra i fatti, senza elevare i sopravvissuti a superuomini straordinari. Quei pochi superstiti hanno ormai perso la loro umanità, quella neve e quelle montagne li hanno cambiati per sempre. È stato un miracolo o una tragedia? Lo spettatore sentirà pesare la risposta al termine delle due ore e venti di film.

Sintesi

Immersivo e avvolgente, tiene incollati allo schermo dall’inizio alla fine. La rappresentazione dello schianto vale da sola tutto il film, insieme alla messa in scena del dilemma sul cannibalismo. Un’ottima regia, cruda e senza filtri, che riesce ad avvolgere lo spettatore e trasmette efficacemente la paura. Sicuramente da vedere

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