Kingsman – Il Cerchio d’Oro – una recensione

Kingsman Il cerchio d'oro
Kingsman Il cerchio d'oro di Matthew Vaughn con Colin Firth e Taron Egerton

Il primo capitolo di Kingsman fu un film sorprendente, una miscela esplosiva di ironia, violenza e sfrontatezza che Matthew Vaughn, già regista di Kick Ass, riuscì a mantenere in perfetto equilibrio (almeno fino all’ultima scena, che urtò non poche sensibilità).

Al suo primo sequel (Kick Ass 2 venne diretto da Jeff Wadlow), il regista londinese sa benissimo che un numero 2, per non essere deludente, deve essere non necessariamente migliore, ma sicuramente ’più grande’ sotto tutti gli aspetti, e il rischio che il mix diventi instabile e gli esploda tra le mani è ancora più alto.

Eggsy (Taron Egerton), che ha ereditato il ruolo di Galahad dal compianto mentore Harry Hart (Colin Firth), è ormai un navigato agente segreto e si giostra sapientemente tra il ruolo di salvatore del mondo (assieme a Roxy – Sophie Cookson – e Merlin – Mark Strong), la compagnia di amici, e la compagna Principessa Tilde di Svezia (Hanna Alström). Quando la minaccia del leader mondiale della produzione di stupefacenti, Poppy Adams (Julianne Moore) diventa reale, il servizio segreto dei Kingsman deve unire le forze con la sua controparte statunitense, gli Statesman (Jeff Bridges, Channing Tatum, Halle Berry, Pedro Pascal).

Kingsman – Il Cerchio d’Oro fa quello che ci si aspetta: spinge sull’acceleratore (narrativamente e letteralmente) fin dalla prima scena, un inseguimento a velocità smodata per le strade di Londra, e allarga il cast, arruolando la bellezza di 5 premi Oscar. Gioca a fare il James Bond, con una sequenza ambientata sul Monte Bianco (e con dialoghi in Italiano, fatto che prenderemo come omaggio al fatto che Colin Firth è ora un compatriota).

Punta ancora molto sulla sfrontatezza, verbale e visuale.

Si auto-cita, e in particolare auto-cita la scena controversa del primo film, cercando di diluirla tra una battuta e l’altra, ma allo stesso tempo rilancia con un’altra, ancora più oltraggiosa, attirandosi le ire di molti sostenitori di Kingsman – Il servizio segreto.

La miscela, questa volta, non funziona perfettamente.

Sia chiaro: Kingsman – Il Cerchio d’Oro non è un cattivo film, se chiudete un occhio su quella scena. Diverte, e tiene lo spettatore attento e coinvolto per tutte le 2 ore e 20 minuti.

Però in qualche modo è come se manchi di spessore: nonostante alcuni momenti drammatici e altri malinconici, il tutto sembra animato da una frenesia da cartone animato che, pur intrattenendo, toglie suspense e sostanza.

Paradossalmente, nonostante una sotto-trama che denuncia le disparità subite dalle donne negli ambienti di lavoro, le attrici in Kingsmen ne sono esse stesse vittime: la Poppy di Julianne Moore è un villain banale, al quale neanche l’esperienza di un Premio Oscar può dare reale consistenza e motivazione. Halle Berry è invece totalmente sprecata e la sua presenza limitata ad un paio di scene.

Egerton ha carisma, e fa piacere vedere Mark Strong in un ruolo che non sia il cattivo di turno, ma l’impressione è che l’anima di Kingsman stia tutta in Colin Firth e nel suo aplomb britannico, perfetto per un film d’azione. Possiamo candidare Firth per il prossimo James Bond?

La prassi vuole che, in una trilogia, il secondo atto sia quello più pesante e cupo. Speriamo che Kingsman stia seguendo la traiettoria opposta: che Il Cerchio d’Oro sia un momento di leggerezza, e che un eventuale terzo capitolo torni a fare sul serio.

Dopotutto, per citare Churchill, questa non è la fine. Non è nemmeno il principio della fine. Ma, forse, è la fine del principio.