Galveston recensione del film di Mélanie Laurent con Ben Foster, Elle Fanning, Jeffrey Grover, Christopher Amitrano, Mark Hicks, María Valverde, Beau Bridges e Michael Ray Escamilla
A quante storie può dare origine il multiforme paesaggio americano? Quanti individui malvagi popolano le piccole cittadine dei diversi – ma narrativamente simili – stati americani? A scorrere sommariamente il catalogo delle produzioni americane uscite almeno negli ultimi 10 anni, non si farebbe fatica a ritenere la nazione a stelle e strisce un covo di banditi e criminali di tutti i tipi. L’equazione periferia-malaffare, poi, è un qualcosa che anche noi, pubblico europeo, diamo per verità assodata e non ci scomponiamo davanti alla mole di storie che ci vengono raccontate.
Galveston è uno degli ultimi prodotti di questa tipica narrazione americana fatta di violenza, fughe, motel e denaro contante che, in un modo o nell’altro, porta a casa sempre un discreto risultato. In un contesto così familiare senza averne nessuna competenza diretta, la prova di Mélanie Laurent dietro la macchina da presa è incoraggiante e senza sbavature. L’attrice e regista francese non cerca fortunatamente un rivoluzione o una ridefinizione di un genere, ma si cimenta nella ricostruzione di un clima e di una tensione credibili in mezzo a tanta mediocrità.
Per questo motivo ci sono soltanto nomi. Rocky, Roy, Nancy, Carmen sono i badge identificativi di figure che potrebbero essere nate tanto a Galveston quanto a Sioux Falls senza per questo cambiare di una virgola. Rappresentano le funzioni narrative necessarie a portare avanti la storia e in questo senso il lavoro di casting ha funzionato specialmente con l’ingaggio di Elle Fanning nel ruolo della donna disperata alla ricerca un futuro migliore dopo anni di abusi e soprusi. Se da un lato c’è un’attenzione particolare al percorso emotivo dei personaggi, frutto di una sensibilità europea apportata dalla stessa Laurent, questo non consente di entrare del tutto nella storia che viene raccontata, limitando il piacere al semplice “Come andrà a finire stavolta?”.
Non c’è pace nella sterminata America, ma c’è lo spazio per ampliare il bagaglio di una giovane regista e dare alla luce la trasposizione cinematografica del libro di Nic Pizzolatto (True Detective), qui presente sotto lo psudonimo di Jim Hammett per divergenze creative. Su terreni come questi ci si impone all’attenzione di produttori mentre si cerca di portare grano nel proprio pagliaio da reinvestire in altri progetti, se mai Galveston dovesse raggiungere come si deve le sale cinematografiche.
Nel frattempo un thriller/noir americano fino al midollo ma messo in scena da un’europea potrebbe essere il perfetto placebo per un genere che ha bisogno di voci, luoghi e stili nuovi il prima possibile.