Multietnicità nel cinema italiano: incontro con Daphne Di Cinto, Mohamed Hossameldin, Livio Kone e Valentina Cheng [FeST 2021]

La multietnicità nell’industria audiovisiva in Italia: incontro con Daphne Di Cinto, Mohamed Hossameldin, Livio Kone e Valentina Cheng al FeST 2021

Fatti Sentire* è il progetto Colory* powered by Google – spazio online nato dal desiderio di dimostrare che la diversità è un elemento positivo che arricchisce il tessuto sociale italiano, creato con l’obiettivo di aiutare gli italiani di seconda generazione a prendere la parola – che, durante il FeST – Il Festival delle Serie Tv, ha organizzato il panel moderato da Marianna Kalonda Okassaka con alcuni membri del mondo audiovisivo per raccontare le narrazioni attraverso un punto di vista che non avete ancora sentito: Daphne Di Cinto, regista, sceneggiatrice e attrice che ha vissuto a Londra per poi tornare in Italia, ha recentemente interpretato la duchessa di Hastings in Bridgerton e ora si sta preparando al suo primo film come regista; Valentina Cheng, direttrice di produzione; Livio Kone, attore, ha interpretato il personaggio di Honey nella serie Zero e Daniele nel remake italiano di This Is Us; Mohamed Hossameldin, regista, ha iniziato i suoi studi a Roma, nel 2020 è stato uno dei registi della serie Zero; Alessia Barca, studentessa di recitazione di Milano.

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Daphne Di Cinto
Daphne Di Cinto (Credits: C.D.A. Studio Di Nardo)

La multietnicità nel cinema in Italia: Daphne Di Cinto, Mohamed Hossameldin, Livio Kone, Valentina Cheng e Alessia Barca

Come avete iniziato? Come vi siete immaginati in questo mondo?

Daphne Di Cinto: Io ho iniziato molto presto, da bambina ero appassionata di storie. Durante le scuole superiori la mia professoressa di lettere mi ha messo sopra un palco, in quel momento ho capito che potevo arrivare alla mia audience in una maniera viscerale. Da allora non ho più potuto fare a meno di quella sensazione.

Valentina Cheng: Il problem solving è una competenza che ho scoperto magicamente grazie a Maria Grazia Cucinotta, è stata lei ad insegnarmi questo mestiere e queste competenze. Abbiamo fatto un percorso lunghissimo di riprese tra Cina e Sicilia. Da quel momento ho capito che c’era una parte di me che non conoscevo, preziosissima.
Mi sono appassionata. Poter donare alle persone, ai progetti, le soluzioni necessarie, aiutare gli altri a realizzare i loro sogni, lì ho trovato il modo per riparare il mio cuore infranto dai sogni perduti
.

Livio Kone: Io ho iniziato da grande a fare l’attore, prima giocavo a calcio e a ventuno anni, appese le scarpe al chiodo, ho provato questa nuova avventura. Realizzando giorno dopo giorno queste esperienze mi sono appassionato, mi emozionavo guardando gli altri emozionarsi, ed era una sensazione più bella di qualsiasi goal avessi mai fatto.

Mohamed Hossameldin: Ho iniziato come operatore televisivo, volevo fare un lavoro che mi piacesse, ma lavorando in tv mi sono reso conto che non mi piaceva, così ho iniziato a fare corti, poi l’università. Volevo raccontare i sentimenti che mi appartenevano.

Alessia Barca: Io mi sono avvicinata alle serie tv e ai film da bambina, il pomeriggio invece di andare al parco guardavo la televisione. Era un nuovo mondo che piano piano mi ha fatto conoscere un nuovo modo per esprimermi. Mi sono approcciata a questo mondo e ho voluto imparare a raccontare quelle storie che non erano mie, ma che riuscivano a raggiungermi e a non farmi sentire sola, ho voluto imparare a raccontare quelle storie che avrebbero potuto arrivare ad altre bambine come me.

Come mai ancora oggi nel mondo dell’audiovisivo si sente la necessità di far interpretare alle minoranze ruoli stereotipati?

Daphne Di Cinto: Sicuramente è perché vi è ancora l’idea che le minoranze sono stereotipate. I media fanno la cultura, traducono questa visione di società. Non c’è ancora la consapevolezza dell’Italia come il paese multiculturale che è. Fino a che non prenderemo consapevolezza di questa cosa i media non cambieranno.

Livio Kone: Credo perché fino a poco tempo fa le persone di prima generazione ricoprivano alcuni ruoli e dato che il cinema è sempre uno specchio di ciò che vede lo proietta, indipendentemente dal genere. Siamo noi di seconda generazione che possiamo far cambiare questa idea di Italia, stiamo studiando per diventare avvocati, dottori, politici, noi possiamo sensibilizzare l’Italia da questo punto di vista, pian piano stiamo cercando di cambiare le cose.

Alessia Barca: come ti senti da spettatrice e come attrice di fronte a questi ruoli?

Alessia Barca: In realtà mi è successo di recente di essere contattata per interpretare una ragazza cinese, quando io sono italo-peruviana. Sin da quando nasciamo ci vengono attaccate addosso delle etichette, è comodo alla gente avere delle parole per identificare le cose, per sapere come comportarsi. È una sicurezza, però è falsa. Crescendo da piccola non facevo molto caso alla mia diversità, fino a un momento, quando alle elementari facevo fatica a parlare in italiano e peruviano, e le insegnanti dissero a mia madre di non insegnarmi più il peruviano e a oggi io non lo conosco. Non ho visto la mia diversità fino a quando non mi è stata fatta notare.

Mohamed Hossameldin: puoi arricchire questo discorso. Come ti senti nei tuoi panni di regista davanti a questi ruoli?

Mohamed Hossameldin: Io sono quello che deve convincere i produttori a realizzare storie di ragazzi di seconda generazione. Sta a noi cambiare questa abitudine. La gente è abituata a vedere il nero come l’arabo straniero, l’immigrazione in Italia è diversa dalla storia della Francia, ad esempio, però oggi le cose sono diverse, non c’è più questo sguardo di diversità. Zero da questo punto di vista è importante perché ha dato voce a questi ragazzi. Io sono uno dei pochi che ha deciso di fare questo mestiere, ma crescendo vedremo sempre più storie come queste.

Valentina Cheng: come ti fa sentire vedere ruoli stereotipati sullo schermo?

Valentina Cheng: Io vorrei partire dal principio che questa industria è una forma di comunicazione e un compito importante è guidare la massa, è essenziale che guidi il popolo di oggi a capire quello di domani. È loro dovere guidare il popolo, chi non vede la diversità, chi non si rende conto della possibilità dell’integrazione. Portare avanti la società, comunicare, è il compito dell’industria audiovisiva. Hanno questo dovere la Rai, i broadcaster, tutti. Noi stiamo parlando delle nostre esigenze e loro devono ascoltare. Noi dobbiamo dare più voce, per spingere chi di dovere, soprattutto i produttori, a supportare chi non ha questa possibilità. Hanno il dovere di raccontarci, nella quotidianità, in quel disagio che ci accomuna tutti perché viviamo nella stessa terra.

Livio Kone
Livio Kone (Credits: IPC International)

Daphne Di Cinto: sti lavorando al progetto Il Moro, dedicato ad Alessandro De’ Medici che era afrodiscendente, impegnandoti a raccontarne la storia. Perché non si riesce ad invertire la tendenza nel raccontare la seconda generazione sullo schermo?

Daphne Di Cinto: È un discorso talmente ampio che non so dove iniziare. Il primo punto è sicuramente la paura. Quello che voglio dire è che nessuno sta cercando di scacciare nessuno, tutti abbiamo qualcosa da raccontare.
La mia storia non è uguale alla tua o alla sua, essere cresciuti come afrodiscendenti in Italia non significa avere tutti la stessa storia. L’importante è non avere paura, la consapevolezza che vogliamo arricchire, non portare via
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Livio Kone: Secondo me è importante sia invertire le storie che si raccontano che ampliare queste storie. Ma credo anche che l’importanza sia sensibilizzare l’Italia verso persone come noi in diversi campi. L’industria televisiva è sempre uno specchio della società, in Doc – Nelle tue mani c’è un medico nero, in Nero e meta c’è un poliziotto nero, io ho fatto una serie in cui mia moglie era bianca e ieri ho fatto un casting per un geometra in cui non era specificato che dovesse essere bianco. Le cose stanno cambiando, è in atto una rivoluzione, ci vorrà tempo, ma porterà cose belle.

Alessia Barca: È difficile combattere contro quelle idee che per tanto tempo hanno imperversato. Ma io oggi vivo a Milano e noto quotidianamente come vi sia un costante scambio generazionale trai miei coetanei.

Mohamed Hossameldin: La domanda che mi pongo sempre io è “Noi cosa facciamo?”. Io ho iniziato a fare corti con persone di seconda generazione, sono anni che combatto e pian piano le porte si sono aperte. Io penso che dobbiamo darci molto più da fare, unendoci tra di noi per realizzare qualcosa di importante.

Daphne Di Cinto: Vorrei aggiungere una cosa, unirsi è fantastico, ma non dovrebbe essere solo tra di noi, dovrebbe riguardare noi tutti italiani, non è una guerra tra bianco e nero, ma tra il futuro che vogliamo avere e il futuro che non ci vogliono dare.

Qual è il consiglio che vorreste dare qualora qui ci sia qualcuno che vuole lavorare in questa industria.

Daphne Di Cinto: Studiate business management: voi dovete essere i CEO di voi stessi, essere bravi creativamente e arrivare a realizzare i vostri progetti.

Valentina Cheng: Io sto lavorando a una grande serie tv Sky, nella nostra troupe ci sono almeno duecento persone di diversa nazionalità. Tutti noi abbiamo lavorato insieme nonostante le differenze e tutti abbiamo una cosa in comune: lavorare, avere un maestro, provare ad imparare questo mestiere. Se un giorno tu dimostri la tua competenza e la tua professionalità, se hai lavorato bene tutti ti rispettano, dobbiamo sudare per guadagnare il rispetto di tutti.

Livio Kone: Non abbiate fame di successo, ma di curiosità, di dare emozioni agli altri, di non arrendervi mai.

Alessia Barca: Penso sia importante imparare a fregarsene del giudizio altrui quando fai quello che ti piace. Se credi in una cosa devi farlo. Cercate persone come voi che hanno bisogno di sentirsi dire che è possibile, quando trovate quelle persone avete trovato il vostro posto ed è molto di bello.

Mohamed Hossameldin: Insistere e resistere. Chiedetevi il perché volete fare questo lavoro. In un’intervista a Philip Roth gli chiesero che cosa faceva quando non scriveva e lui rispose che sentiva il disperato bisogno di scrivere. È un lavoro particolare e dovete sentire questa disperata necessità.

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