All the breathes

All That Breathes recensione documentario di Shaunak Sen [RomaFF17]

All That Breathes recensione documentario di Shaunak Sen con Nadeem Shehzad, Mohammad Saud Salik Rehman

Shaunak Sen è convinto di poter utilizzare Delhi come griglia interpretativa del suo mondo. È in effetti difficile pensare che una città con quasi trenta milioni di abitanti non contenga al suo interno tutte le combinazioni necessarie alla comprensione della cultura di cui è intrisa. Le sue espressioni tipiche funzionano come sineddoche di una dimensione più ampia troppo difficile da processare per intero. La crociata di due fratelli indiani per salvare il nibbio bruno messo in serio pericolo da un inquinamento inesorabile, proprio come la società indiana si sta avvelenando a causa del settarismo e dell’odio razziale tra induisti e mulsumani. Non ci dovrebbero essere distinzioni tra coloro che respirano.

All that breathes
Salik Rehman (Courtesy of Sundance Institute/Kiterabbit Films)

Con un documentarismo lirico, All that breathes prova a mettere un cerotto a lento rilascio sulle enormi ferite inferte dall’uomo. La stoica ingenuità di Nadeem e Saud, seguiti dallo stralunato Salik, è un prezioso antidoto trafugato dal regista nel garage di un sobborgo indiano e inoculato allo spettatore. I nibbi che vengono curati lì non sono soltanto uccelli in difficoltà, ma rapaci che hanno dovuto rivedere le loro strategie di sopravvivenza in un mondo in balia di una trasformazione frenetica. Secondo la tradizione indiana, i nibbi sono animali sacri per via della loro capacità di mangiare i peccati di chi li nutre e un rituale prevede il lancio di pezzi di carne in aria per sprigionarla. Se i credenti continuano ad officiare questo rito, nella realtà questa specie ha soppiantato gli avvoltoi e contribuisce a eliminare i nostri rifiuti mettendo a repentaglio la loro salute. Sono come i macrobioti del nostro stomaco, ma ora aggrediscono montagne di spazzatura e respirano il nostro veleno.

Curandoli nell’ambiente ostile che li fa precipitare incessantemente dal cielo, non si capisce cosa impedisca all’uomo di applicare la caparbietà di alcuni individui all’intero sistema. Il filtro dell’aria dell’abitazione di Nadeem e Saud è sempre sul rosso, la gente vive in un clima ai limiti dell’irrespirabile ma a proliferare è soltanto il marcio che incrosta anche il buono. Eppure dovremmo essere una community of air, come ci dice Saud, in cui ad accomunarci è in primis l’essere vivi.

All That Breathes assomiglia a un lungo cortocircuito. È confortante sapere che l’uomo è ancora in grado di curare la sua stessa distruzione, ma il cerotto ha una durata di tempo limitata e le scorte non sono infinite. Il dramma, poi, si amplifica quando ci si rende conto che la superficie che deve essere protetta per arrivare alla piena guarigione è davvero troppo grande. È un codice rosso, serve la chirurgia d’urgenza.

All that breathes
Uno dei nibbi salvati da Nameed, Saud e Salik (Credits: Courtesy of Sundance Institute/Kiterabbit Films)

Sintesi

All that breathes assomiglia a un lungo cortocircuito: è confortante sapere che l’uomo è ancora in grado di curare la sua stessa distruzione, ma il cerotto che viene applicato ha una durata di tempo limitata e le scorte non sono infinite. Senza contare che la superficie che deve essere protetta per arrivare alla piena guarigione è davvero troppo grande.

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All That Breathes recensione documentario di Shaunak Sen [RomaFF17]All that breathes assomiglia a un lungo cortocircuito: è confortante sapere che l’uomo è ancora in grado di curare la sua stessa distruzione, ma il cerotto che viene applicato ha una durata di tempo limitata e le scorte non sono infinite. Senza contare che la superficie che deve essere protetta per arrivare alla piena guarigione è davvero troppo grande.