American Night intervista al regista Alessio Della Valle

American Night: intervista ad Alessio Della Valle regista del film con Jonathan Rhys Meyers, Emile Hirsch, Paz Vega e Jeremy Piven

Si parla sempre di rinnovamento dei generi nel cinema italiano. Crediamo che a maggior ragione, accanto alla classica e irrinunciabile commedia italiana (nel quale facciamo rientrare anche il classico dramma familiare, stile Özpetek), sia necessario ibridare i generi per farne nascere di nuovi, postmoderni se vogliamo, accanto al noir, al giallo, al thriller… che è quello che Alessio Della Valle ha tentato di fare con American Night. Descritto come neo-noir ma che va oltre: c’è un impianto visivo molto forte, abbagliante quasi, e che nonostante sia un’opera prima non ha il solito difetto dei debutti, ovvero quello di abbondare sotto ogni punto di vista.

Quello che colpisce subito guardando American Night è vedere il controllo che hai avuto come regista su un set che appare “mastodontico”, se non altro per la messa in scena lussureggiante e per il cast incredibile. È stato difficile, essendo fondamentalmente il tuo debutto come regista su un lungometraggio?

Alessio Della Valle: Ho iniziato a lavorare sui set partendo davvero dal basso: ho fatto di tutto, dal runner al segretario di edizione e via via arrivando adesso a dirigere un mio film. Quindi l’esperienza c’è, ma ho lavorato nei musei, passando settimane con Giotto, Michelangelo, Caravaggio… quindi l’esperienza artistica prettamente pittorica è entrata nel mio inconscio. Ho lavorato in tantissimi reparti, quindi, ho fatto tanti backstage e mi sono formato anche a Los Angeles.

Hai lavorato e studiato molto all’estero, fattore fondamentale per dare respiro internazionale ad American Night, che è un film dalla nazionalità indefinita: ed è un complimento. Nel senso che il regista potrebbe essere americano, italiano, francese, non si ferma ai confini geografici. Per quanto riguarda l’impianto visivo, che è preponderante: alcune sequenze sembrano dei quadri di arte contemporanea. Come ha influito la tua formazione artistica nella messa in scena?

Alessio Della Valle: Sono partito proprio da quei quadri. Ai caporeparto ho dato delle note di duecento pagine, e come ispirazione ho preso dei quadri dei preraffaelliti dell’Ottocento che ho visto alla Tate, in particolare Henry Wallis, e ho poi fatto delle scelte molto nette. Perché sono partito dalle classiche coordinate del noir, con la sua ripartizione dei caratteri, che sono interpretati da Rhys Meyers, l’antieroe (chi fa la cosa giusta per il motivo sbagliato) che apre una galleria per amore ma in realtà è un falsario; ci sono poi l’antagonista (Emile Hirsch), la moglie buona, la femme fatale e l’innocente. Da questi cinque personaggi classici ho messo su un impianto visivo con la scelta di usare solo tre colori in scena: ho detto a costumisti e scenografi che si dovevano usare solo giallo, rosso e blu a meno che non dovesse avvenire qualcosa di forte, che sconvolge la vita dei personaggi (come quando la moglie buona lascia il marito, con la stanza verde).

American Night recensione film di Alessio Della Valle con Jonathan Rhys Meyers e Emile Hirsch
American Night di Alessio Della Valle con Jonathan Rhys Meyers, Emile Hirsch e Paz Vega (Credits: 01 Distribution)

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Quindi i colori influiscono o si lasciano influenzare da quello che succede in scena… la fotografia è molto stilosa, c’è una cura quasi maniacale dell’ambiente. Il film aprirà la settima edizione dell’Estimar, il festival del cinema italo-spagnolo a Palma di Maiorca: e questo conferma quello che dicevamo prima, circa la sua internazionalità intrinseca. Suppongo sia una soddisfazione, un primo traguardo, aprire un festival così importante con il tuo esordio alla regia…

Alessio Della Valle: American Night è un film che mi ha dato e mi sta dando mille soddisfazioni: la presenza a Palma di Maiorca, il 10 giugno, è il continuo di un percorso perché noi lo abbiamo presentato a Venezia in anteprima, in un evento speciale, poi è stato comprato dagli americani e distribuito negli Stati Uniti e anche in Canada dalla Lionsgate ad ottobre, e mi dicono che un’opera prima italiana viene distribuita nelle sale statunitensi, e dopodiché è uscito in Gran Bretagna, Giappone, Australia, Francia…. Siamo contenti quindi dell’uscita italiana con la 01, è un percorso lungo e davvero bello.

Qualcuno ha paragonato il film allo stile di Tarantino: in tutta sincerità, non sono per nulla d’accordo. Perché ultimamente sembra si usi il termine tarantiniano per indicare tutto quello che sembra diverso, postmoderno: ma se si conosce un po’ la grammatica del cinema, in American Night del regista di Pulp Fiction non mi sembra ci sia assolutamente nulla! Se non forse quell’allure visiva, la colorazione, qualcosa delle immagini… E lo dico come un complimento, nel senso di una non derivatività  e anzi di una spiccata originalità del tuo film.

Alessio Della Valle: Sono molto contento di sentirtelo dire… va detto che una parte del film l’ha girato il direttore della fotografia di Pulp Fiction, ma io non sono partito nemmeno per sbaglio da Tarantino, il mio riferimento iniziale era Prima della pioggia di
Milcho Manchevski
, che ha la struttura circolare e a tre capitoli, e poi Blade Runner per l’uso dei neon e dei riflessi… scelte molto forti, insomma. E ho voluto che i protagonisti non cambiassero mai abito, fossero in scena sempre vestiti uguali. Un po’ come Harrison Ford nel film di Ridley Scott! Nei film realistici il personaggio si cambia, io invece ho fatto come Leone e Eastwood, come Arancia Meccanica… poi ho preso come altro riferimento delle poesie, specie di Rimbaud: ce n’è una molto bella, L’addormentato nella valle, in cui viene descritta la primavera e la vita che si risveglia, e questo soldato che attraversa la valle e che alla fine si scopre che è morto. Mi interessava riprendere la bellezza e la crudeltà della vita, come in natura il leone che mangia la gazzella: è una violenza che forse si avvicina a Tarantino ma avevo altri intenti
.

American Night recensione film di Alessio Della Valle con Jonathan Rhys Meyers e Emile Hirsch
Emile Hirsch (Credits: 01 Distribution)
Su una locandina del film c’è la scritta Art + Life = Chaos. È qualcosa in cui credi?

Alessio Della Valle: Assolutamente. Ho scelto di ambientare il film nel mondo dell’arte un po’ per la mia esperienza personale, per i costanti rapporti che ho sempre avuto con gli artisti e i pittori; e poi perché riflettevo sul fatto che gli esseri umani, dalle caverne ad oggi, in ogni epoca storica, in ogni lingua, in ogni cultura, razza, hanno sempre avuto il bisogno di creare. E come dice un mio personaggio, questo bisogno di creare è proprio un bisogno della natura umana, è ciò che ci rende esseri umani.
Perché il caos: volevo che questo racconto, che è un po’ un racconto sul rapporto fra ordine e caos, fosse come un agente del caos. A vari livelli. Ai cinque personaggi del noir che dicevo prima, ho aggiunto poi Shaky, il nervoso, il corriere di arte contemporanea che soffre di narcolessia e che porta il caos nella vita di tutti… lui stesso è un personaggio caotico. L’arte porta il caos, sempre. Ma anche la vita.

Ci stiamo lasciando alle spalle un periodo che ha scombussolato, anzi tirato le somme della situazione della distribuzione cinematografica in Italia. Ad un certo punto, ci era parso che si stesse assestando in un certo modo, invece ora è tutto ancora magmatico, indefinito. Come pensi che dovrebbe svilupparsi la dicotomia tra sala e streaming?

Alessio Della Valle: Alcuni film vanno visti in sala. American Night va visto in sala, dal punto di vista tecnico abbiamo fatto un lavoro che mi sembra altissimo, ma che si potrà godere solo al cinema, sul sonoro, sulla scenografia, sulle luci. Il cinema è comunque una magia collettiva, i film vanno visti insieme, al buio con le persone accanto. Vorrei aggiungere una cosa ancora sull’arte, a proposito della Marilyn Rosa che è al centro della storia del film: l’operazione che ha fatto Andy Warhol, cioè prendere un’icona del cinema e riprodurla ridipingendola, facendo una serigrafia, è stata praticamente prendere un’icona e creare da lì un’altra icona. Il film quindi riflette su che cosa sia un’icona, cos’è pop, cos’è il senso di arte popolare. Il compositore, Marco Beltrami, ha avuto un’idea geniale, cioè prendere brani di musica classica famosissimi tipo l’Ave Maria di Schubert, e rifarla in versione orchestrale: che non è fare una cover, ma è quello che ha fatto Warhol, ovvero prendere qualcosa di bello e trasformarlo in altro. Sperando sia anche quello bello.

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