Uomini veri

Uomini veri recensione film di Philip Kaufman con Ed Harris e Sam Shepard [Flashback Friday]

Uomini veri recensione del film di Philip Kaufman con Sam Shepard, Ed Harris, Scott Glenn, Dennis Quaid, Barbara Hershey, Lance Henriksen e Fred Ward

Sul finire del 1957, il satellite russo Sputnik-1 venne lanciato nello spazio dal cosmodromo di Bajkounur, risultando il primo satellite a compiere il giro orbitale intorno alla Terra per tre settimane. La risposta americana non si fece attendere, e nel 1958 la Presidenza Eisenhower diede il via al Programma Mercury che, attivo sino al 1963 (e quindi a Kennedy), diede il via, ufficialmente, alla neonata NASA. È da queste importanti basi storico-culturali che prende vita Uomini veri (1983) di Philip Kaufman, con cui il regista de Terrore dallo spazio profondo (1978) consegna uno dei più rilevanti momenti della storia dell’umanità all’immortalità cinematografica.

Il successo di Uomini veri all’epoca fu clamoroso: 8 nomination agli Oscar 1984 e 4 vittorie tra Miglior montaggio, Miglior sonoro, Miglior montaggio sonoro e Miglior colonna sonora; abbastanza da giustificare l’omaggio in VHS de Captain Marvel (2019), e il remake “disneyano” in forma seriale in onda su Disney+.

Ed Harris in una scena di Uomini veri
Ed Harris in una scena di Uomini veri

Tratto dal romanzo La stoffa giusta (1979) di Tom Wolfe, Uomini veri – il cui titolo originale è The Right Stuff, per l’appunto – pone l’accento sull’aspetto umano della missione spaziale; in un processo con cui depotenziare la componente eroica, valorizzando invece le difficoltà umane della pressione dell’opinione pubblica sugli astronauti e sulle rispettive famiglie. Opponendo così alla dimensione eroica degli pionieri spaziali, quella di Chuck Yeager – al contempo uno dei più grandi eroi americani di tutti i tempi, e uno dei meno celebrati.

Nel cast figurano Sam Shepard, Ed Harris, Scott Glenn, Dennis Quaid, Barbara Hershey e Fred Ward; e ancora Lance Henriksen, Scott Paulin, Charles Frank, Kim Stanley, Mary Jo Deschanel, Scott Wilson, Harry Shearer e Jeff Goldbum.

Uomini veri: sinossi 

1947, California. Molti piloti collaudatori muoiono nel tentativo di superare il muro del suono a bordo di aerei in grado di volare a velocità supersonica. Tra questi c’è un essere mitologico; un ex-asso dell’Aviazione, Chuck Yaeger (Sam Shepard) che a bordo di un Bell X-1 riesce nell’impresa. La base aerea californiana diventa un luogo di culto per i piloti collaudatori, che si avvicinano in massa; tra questi Gus Grissom (Fred Ward) e il giovane ma molto dotato Gordon Cooper (Dennis Quaid).

Scott Glenn, Fred Ward, Lance Henriksen, Dennis Quaid ed Ed Harris in una scena di Uomini veri
Scott Glenn, Fred Ward, Lance Henriksen, Dennis Quaid ed Ed Harris in una scena di Uomini veri

Dieci anni dopo, la fama precede Yaeger, che vive felice con la moglie Glennis (Barbara Hershey) superando record su record; questo finché la Russia non manda in orbita lo Sputnik 1 – per l’America significa spostare la Guerra Fredda in un nuovo contesto scenico: lo spazio. La neonata NASA manda così dei reclutatori (Harry Shearer e Jeff Goldblum) in giro per l’America, alla ricerca di potenziali “pionieri spaziali”.

Tra questi, dopo un duro programma di selezione, spiccano sette nomi: oltre ai citati Grissom e Cooper, Alan Shepard (Scott Glenn), John Glenn (Ed Harris); e ancora Wally Schirra (Lance Henriksen), Scott Carpenter (Charles Frank) e Donald Slayton (Scott Paulin). Hanno così inizio il Programma Mercury e le missioni Apollo, e gli astronauti presto eletti eroi nazionali – e gli aviatori che fine faranno?

Chuck Yaeger, il primo grande eroe americano

l rumore del vento, i motori che si accendono. Soggettive a tutta velocità su per il cielo. Un aereo che decolla. Una scia. Del montaggio sempre più netto con cui mostrare la crescita degli eventi e un esplosione. Un uomo in nero si presenta alla soglia di casa di una donna, in un incedere silenzioso. Nel crepuscolo di un funerale si apre il racconto di Uomini veri, tra campi e controcampi di sguardi in un misto di tristezza e preoccupazione, Kaufman delinea quelle che sono gioie e dolori nella vita di un aviatore; realizzando così una costruzione della dimensione epica per poi opporla alla dura realtà del fallimento.

L’espediente scenico permette a Kaufman di introdurre il Chuck Yaeger di Shepard con cui saggiare scorci fordiani in panoramica; rievocando così un immaginario western da cucire addosso allo storico aviatore – ora nell’arena scenica del Nevada, ora nella caratterizzazione da cowboy consumato.

Sam Shepard
Sam Shepard in una scena di Uomini veri

Tra un bar per aviatori da spaghetti-western e la tipica “chiamata” narrativa, Kaufman declina l’arco di trasformazione di Yaeger codificandolo nel più comune viaggio dell’eroe. Espediente con cui delineare appieno la dimensione narrativa di uno Yaeger onesto e lavoratore; che Kaufman valorizza e arricchisce cucendogli addosso un conflitto interiore legato al superamento dei propri limiti. In una costante ricerca di emozioni e avventura tra incoscienza e temerarietà; strumentale per l’allargamento delle dinamiche relazionali, introducendo così la Glennis della Hershey.

Tra dettagli della cloche, piani medi di Yaeger, campi e controcampi tra soggettive e primi piani, attraverso un curato lavoro di montaggio Kaufman ci catapulta sin dentro la cabina di pilotaggio; in un salire nel cielo verso le stelle – sfiorandole appena – con cui Yaeger fa la storia e raggiunge il muro del suono. Così facendo Kaufman realizza un segmento narrativo fatto e finito – di un’epica altrimenti irrealizzabile; con cui raccontare del sogno americano per mezzo di un eroe come quelli che si vedono al cinema – come Gary Cooper.

Uomini veri: la quintessenza del viaggio dell’eroe

La grandezza del racconto di Uomini veri sta proprio nel modo in cui Kaufman ne configura l’evoluzione scenica. Laddove una qualunque altra narrazione avrebbe imperniato il punto di vista unicamente sul Yaeger di Shepard, il cineasta americano va oltre; nell’introdurre nuovi agenti scenici infatti – a partire dai Cooper di Quaid e Grissom di Ward – il regista amplifica gli effetti epici alla base dell’arco narrativo di Yaeger traslando la polarità del racconto da biopic singolo a corale.

Un affresco d’epica americana sullo sfondo della Guerra Fredda, con cui Kaufman gioca con i punti di vista narrativi; in una rilettura sagace del biopic resa possibile da una struttura narrativa ad archi molteplici. Espediente essenziale nell’economia del racconto, che nel dispiego più e più archi di trasformazione dal ritmo graduato, vede Kaufman declinare molteplici viaggi dell’eroe; ognuno strutturato canonicamente, di una “chiamata narrativa” e di uno sviluppo, ma caratterizzati da diverse sfaccettature.

Sam Shepard in una scena di Uomini veri
Sam Shepard in una scena di Uomini veri

Tra momenti di gloria e fallimenti, lungo tutto il primo atto il racconto si permea delle dinamiche legate al Mach 2; in un incedere tra record superati e lo status de “l’uomo più veloce del mondo”. Nel secondo atto, però, Kaufman cambia ancora le carte in tavola del contesto storico-narrativo; nella crescita degli effetti della sopracitata Guerra Fredda, il cineasta americano introduce infatti, gradualmente, la dinamica narrativa legata alla Corsa allo Spazio e al Programma Mercury.

Espediente che risulta funzionale e d’enorme rilevanza nell’economia del racconto; nel mostrarci con cura certosina l’atmosfera di sfiducia intorno allo Sputnik 1, il reclutamento e lo sforzo americano per portare il primo uomo nello spazio. All’ombra di Gagarin, Kaufman rimpolpa e accresce la mole narrativa di Uomini veri.

Il cuore di Uomini veri: lo status di eroe tra aviatore ed astronauta 

L’ingresso scenico, tra gli altri, del Shepard di Glenn e soprattutto del Glenn di Harris infatti, sposta sensibilmente il focus narrativo sullo spazio; delineando una dimensione caratteriale che è un quadro complesso e totalizzante di uno dei più grandi pionieri della colonizzazione spaziale. Così facendo, Kaufman crea un sensibile dislivello tra gli archi di trasformazione dipanati lungo tutto il primo atto; giocando tra sogni irrealizzati, limiti e speranze, sul ruolo scenico d’aviatore e di pilota spaziale. Un dislivello ben cristallizzato testualmente, da una delle linee dialogiche del racconto:

Pensa se lo vedesse Yaeger questo. Sette apprendisti che passano come i più grandi assi del volo, e finora non hanno fatto un accidente se non presentarsi a una conferenza stampa.

Una scena di Uomini veri
Una scena di Uomini veri

Se lo Yaeger aviatore di Shepard ha visto conquistarsi sul campo lo status storico-narrativo di eroe, per i futuri pionieri dello spazio è diverso; essere eroe è un dato di fatto, un’incoronazione ex post – che Kaufman rende sottilmente ironica per mezzo d’immagini cristallizzate dalle differenti evoluzioni degli agenti scenici.

Il dislivello permea totalmente Uomini veri, in un montaggio alternato lungo tutto il secondo atto con cui Kaufman mostra l’impatto della Corsa allo Spazio sull’opinione pubblica; tra copertine, locali alla moda, seduzione e vite sotto i riflettori di uomini (e consorti) che, al soldo dei fatti, non hanno (ancora) realizzato nulla di “concreto”. Un qualcosa che gli stessi astronauti di Uomini veri subiscono, ribattezzandosi come “astronauti-piloti”; in un’autoaffermazione di dignità che va oltre tutto.

Lo sviluppo del racconto si caratterizza così di dinamiche legate all’addestramento e dei primi pionieristici passi nello spazio; in cui Kaufman incede in un approccio documentaristico con una sottile punta di ironia. Nella ricerca dell’onorabilità del proprio ruolo d’eroe infatti, gli astronauti-piloti si vedono in corsa con i progressi sovietici, una scimmia e il cinismo degli scienziati. Il cineasta americano procede nel dar compimento ai viaggi dell’eroe avviati; un processo che trova nella Fredda opposizione Titov/Glenn l’innalzamento della posta in gioco. Tra aborigeni, astri e corpi celesti e una simil-kubrickiana Daybreak in Space, Uomini veri raggiunge il suo apogeo; una sequenza madre che è pura magnificenza.

Tra occasioni mancate e stelle sfiorate: Yaeger e la stoffa giusta

Il dislivello sopracitato, trova la sua espressione più alta nella climax del racconto. In un abile raccordo scenico tra il buio della parte posteriore della fusoliera e quello di una galleria, Kaufman gioca con la condizione d’eroe “di fatto” dei suoi agenti scenici; a partire dall’evoluzione dello Yaeger di Shepard che finisce con l’accettare la dignità dell’astronauta-pilota, sino alla scelta di raggiungere le stelle. Un sapiente lavoro di montaggio alternato con cui sottolineare l’echeggiare delle proprie azioni; e che Kaufman traduce ora tra la parata in onore degli astronauti, ora in uno Yaeger con la stoffa giusta – come sottolineato dalle parole del Cooper di Quaid:

Chi è il miglior pilota che io conosco?
Beh le dirò che ne ho visti tantissimi, e più che altro erano foto attaccate al muro; in un certo posto che, nemmeno esiste più. Una parte di loro è proprio qui, in questa sala; e altri sono ancora lì da qualche parte, a fare quello che hanno sempre fatto: volare tutti i giorni che Dio manda, su un velocissimo apparecchio. Mettere la loro vita in pericolo; tirare la corda al massimo; far sputare le budella all’aereo e cercare di tornare alla base.
Ma c’è stato un pilota che ho conosciuto che credo che avesse, davvero, la stoffa giusta…

Sam Shepard in una scena di Uomini veri
Sam Shepard in una scena di Uomini veri

Il dettaglio degli stivali, una gomma da masticare, e “un apparecchio con il mio nome sopra”. Uomini veri si veste di una sorprendente ciclicità narrativa con cui Yaeger spicca il volo ancora una volta; nella caccia a un record impossibile con cui (provare) a raggiungere le stelle mancate per un soffio. Un volo quasi esistenzialista, con cui colmare l’errore di valutazione di dieci anni prima; in un ritorno al passato, e agli eroici giorni di gloria mediatica.

Kaufman aggiunge ancora una volta un pizzico di ironia, attraverso un sagace lavoro di montaggio alternato; opponendo così alla prodezza da “novello Icaro” postmoderno dello Yaeger di Shepard, un’esibizione di danza kitsch. Le stelle sfiorate appena, l’aereo che precipita, Yaeger che casca giù con il volto mezzo bruciato, ma “in piedi”; la stoffa giusta non gliela toglie nessuno, ma non è più tempo di Mach-record.

Tra le più alte vette del cinema americano anni Ottanta

Durante il suo celebre discorso al Congresso il 25 maggio 1961, John Fitzgerald Kennedy dichiarò l’allunaggio come un obiettivo possibile entro l’allora decennio; il Programma Mercury, creato per il raggiungimento dell’orbita terrestre, dovette così essere smantellato, in quanto ormai compiuto. Al suo posto, la Presidenza Kennedy finanziò il Programma Gemini, così battezzato perché la navicella spaziale poteva contenere soltanto due uomini al suo interno. Inizia il perfezionamento tecnologico che porterà al successivo Programma Apollo, con l’obiettivo, quello si, di far “atterrare un uomo sulla Luna” – realizzando così l’epica vittoriosa dell’Apollo 11 di Neil Armstrong e Buzz Aldrin de “un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità“. L’evento ebbe risalto in tutto il mondo e nelle decadi successive; finendo con l’essere poi consegnato all’immortalità cinematografica da Damien Chazelle con First Man – Il primo uomo (2018).

È un po’ questa la chiave di volta di Uomini veri. Se la storia celebra e inneggia ad Armstrong ed Aldrin e a quel “piccolo passo“, Kaufman attraverso il potere del cinema rende omaggio a quei uomini; vite dedicate alla ricerca, alla scoperta e al superamento dei limiti, i cui sforzi, successi, e fallimenti hanno permesso quel primo passo importante verso la lenta colonizzazione spaziale. I Carpenter, Cooper, Glenn, Schirra, Shepard, Shelton, ma soprattutto Yaeger; gente in grado di cambiare il mondo attraverso piccole innovazioni – gente con la stoffa giusta.

Il poster de Uomini veri
Uomini veri di Philip Kaufman con Sam Shepard, Ed Harris, Scott Glenn, Dennis Quaid, Barbara Hershey, Jeff Goldblum, Lance Henriksen e Fred Ward

Sintesi

Se la storia celebra e inneggia ad Armstrong e Aldrin e a quel "piccolo passo", con Uomini veri, Kaufman - attraverso il potere del cinema - rende omaggio ai Carpenter, Cooper, Glenn, Schirra, Shepard, Shelton, ma soprattutto Yaeger. Vite dedicate alla ricerca, alla scoperta e al superamento dei limiti, i cui sforzi, successi, e fallimenti hanno permesso quel primo passo importante verso la lenta colonizzazione spaziale. Gente in grado di cambiare il mondo attraverso piccole innovazioni - gente con la stoffa giusta.

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