Ultimatum alla terra

Ultimatum alla terra recensione film di Robert Wise [Flashback Friday]

Ultimatum alla terra recensione del film di Robert Wise con Michael Rennie, Patricia Neal, Hugh Marlowe, Sam Jaffe, Lock Martin e Billy Gray

Klaatu, Barada, Nikto“. Al pari di “Che la Forza sia con te” della space-opera Star Wars (1977), non esistono parole più dolci per gli appassionati di fantascienza. La storia della celebre frase risale a molto lontano. Precisamente al 1951. Decade in cui il cinema fantascientifico era ben lontano dal genere blockbusteristico che tutti conosciamo. Piuttosto un’unità narrativa alla stregua del b-movie dai marcati lineamenti allegorici con cui trattare la quotidianità e il contesto storico-sociale di riferimento. È da qui che parte la storia di Ultimatum alla terra (1951) di Robert Wise: l’inizio della prima, grande, vita della fantascienza filmica; nota come fantascienza sociale.

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Certo se pensiamo un attimo al capostipite del genere non può che essere Metropolis (1927) di Fritz Lang. Intramontabile capolavoro capace di superare i confini del tempo. Principale ispirazione di pellicole come Blade Runner (1982) e Akira (1988). Eppure da intendersi come un caso isolato per l’epoca di riferimento; nonché per lo stesso Espressionismo tedesco. Ci vorranno poco meno di trent’anni per tornare a masticare fantascienza. Parlerà inglese-americano e saprà veicolare messaggi politici in difesa della più grande nazione del mondo libero; o così piaceva pensare ad Hollywood.

Michael Rennie
Michael Rennie in una scena di Ultimatum alla terra

La storia di Ultimatum alla terra parte in realtà dal 1949. In quell’anno Julian Baustein, produttore della 20th Century Fox, s’interessò ad Addio al padrone (1940). Racconto breve di Harry Bates con cui denunciare l’ottusità del genere umano dinanzi al rifiuto della pace. In fondo, se ci pensiamo un attimo, era un periodo storico-sociale tutt’altro che pacifico.

Lo script di North e le differenze con il romanzo di Bates

L’America era nel pieno del Secondo Dopoguerra. Era, a conti fatti, la vincitrice della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante questo però, lo spettro della Guerra Fredda e la Paura dell’Atomica generarono panico e disunità; portando infine al Maccartismo e alla caccia alle streghe comuniste. Tutti elementi lasciati trasparire dalla sceneggiatura delineata da Edmund H. North e Raymond F. Jones seppur riletti secondo un’inerzia, per così dire, allegoricamente aliena. Il successo di Uomini sulla luna (1950), fece il resto, convincendo infine Darryl F. Zanuck a dare il via al progetto.

La psicosi aliena di Ultimatum alla terra
La psicosi aliena di Ultimatum alla terra

Nonostante il successo avuto lungo le decadi e i nobili scopi alla base della ratio narrativa però, Ultimatum alla terra aveva poco a che vedere con l’opera originaria. Bates sconfessò ogni legame con l’opera derivata dissociandosene completamente. In Addio al padrone, ad esempio, la navicella appare immediatamente sulla Terra; dando così un certo alone d’incertezza sulla sua provenienza.

Nel romanzo, inoltre, Klaatu viene ucciso immediatamente non appena scende dalla nave. Niente messaggio di pace quindi, né “Klaatu, Barada, Nikto“, né tantomeno Professor Barnhardt. La differenza più evidente riguarda però il rapporto di Gort con Klaatu, qui declinato in una dinamica relazionale da padrone-schiavo che nell’opera di Wise risulta ad inerzia invertita.

Ultimatum alla terra: sinossi

Washington, USA. Un disco volante atterra su suolo terrestre. La folla, nonostante il timore, si accalca intorno. Al contempo giungono anche i militari, armati e dotati di cingolati. Dal disco emerge un extraterrestre in forma umanoide di nome Klaatu (Michael Rennie). L’evento sembra scuotere le forze dell’ordine che, prese dal panico, sparano all’alieno. Sopraggiunge così un gigantesco robot di nome Gort (Lock Martin) che, in difesa del suo padrone, neutralizza con un raggio laser sia le armi che i cingolati.

Portato in ospedale, Klaatu spiega alle forze dell’ordine il suo obiettivo: portare un messaggio di pace al mondo intero. L’unico modo per poterlo ascoltare però, è di unirsi tutti ad un’unica conferenza a reti unificate. La cosa sembra in sé fattibile se non fosse che, nel pieno della Guerra Fredda, unire ad uno stesso tavolo il Presidente degli Stati Uniti con quello dell’Unione Sovietica è pressoché impossibile.

I titoli di testa di Ultimatum alla terra
I titoli di testa di Ultimatum alla terra

Nell’attesa di una decisione, Klaatu riesce con uno stratagemma dall’ospedale in cui era tenuto sotto osservazione girando per Washington. Qui, grazie ad Helen Benson (Patricia Neal) e il piccolo Bobby (Billy Gray); Tom Stevens (Hugh Marlowe); nonché il professor Barnhardt (Sam Jaffe), comprenderà pregi e difetti della razza umana; realizzando infine come la possibilità di una pace unitaria sia pressoché impossibile.

Klaatu, Barada, Nikto tra Sam Raimi e Isacc Asimov

Nel parlare con senso critico di Ultimatum alla terra non si può non partire dalla celebre frase:

Klaatu, Barada, Nikto.

Citata nei modi più impensabili: dal comando about:robots in Mozilla Firefox, ai I Simpson (1989 – in onda) passando per i nomi di tre alieni alla corte di Jabba The Hutt in Star Wars – Episodio VI: Il ritorno dello Jedi (1983) sino a L’armata delle tenebre (1992) di Sam Raimi. Quest’ultima la più esplicita, senza dubbio la più rilevante in senso cinefilo, in cui ne viene riletta l’inerzia magica in ottica Necronomicon secondo le parole Klaatu Varada Nikto. Eppure, nonostante l’eco assunto lungo le decadi, la celebre frase non figura nella AFI’s 100 Years… 100 Movie Quotes.

Da dove nasce però, la principale ragione del retaggio sessantennale di Ultimatum alla terra? A leggere lo script di North ci viene perfino data l’ortografia ufficiale della frase nonché la sua pronuncia corretta; tuttavia, nessuna traduzione in merito. Il professore di filosofia Aeon J. Skoble ipotizzò che fosse come una sorta di safe-phrase.

Lock Martin
Lock Martin in una scena di Ultimatum alla terra

Una parola di sicurezza con cui abortire sul nascere la forza mortale di Gort se attivata erroneamente. Di fatto quindi, quella compiuta da North e resa in immagine da Wise, non era altro che una rilettura in chiave cinematica delle cosiddette Leggi della Robotica di Isaac Asimov. Agire cioè – attraverso la semplice frase Klaatu, Barada, Nikto– sull’inerzia che lega a doppio filo l’esistenza dell’essere artificiale con quella umana dandogli infine una morale e dei valori ontologicamente rilevanti.

Le interpretazioni di Robert Wise ed Edmund North, “l’incidente” occorso a Patricia Neal

Nelle decadi successive le interpretazioni intorno a Klaatu, Barada, Nikto” si andarono a moltiplicare. È del 1978 un articolo di Fantastic Films dal titolo The Language of Klaatu in cui il suo autore, Tauna Le Marbe, tentò di tradurre tutte le parole utilizzate da Klaatu in Ultimatum alla terra. Nell’articolo la frase Klaatu, Barada, Nikto” era tradotta letteralmente come:

Stop barbarism, death, bind.
(Fermate la barbarie, la morte, il vincolo).

Nel documentario intitolato, esattamente, Decoding Klaatu, Barada, NiktoScience Fiction as Metaphor (2008) se ne discusse ampiamente tra membri del cast, produttori e regista. Wise, in tal senso, sminuì di molto l’enfasi della mitologica frase:

Beh è solo qualcosa che ho inventato. Ho pensato che suonasse bene.

Di tutt’altra opinione Billy Gray (il Bobby Benson del film) che dal canto suo ipotizzò che la traduzione della frase fosse:

Klaatu salva la Terra.

Klaatu Barada Nikto
La scena de Klaatu Barada Nikto in Ultimatum alla terra

L’interpretazione della frase più interessante ci viene però data dallo stesso North in un’intervista allo storico di cinema Steven Jay Rubin. Lo sceneggiatore, pur ammettendo che fosse una cosa inventata sul momento, diede enorme valore a quelle piccole, semplici, parole spiegandole così:

C’è speranza per la Terra se gli scienziati possono essere raggiunti.

Patricia Neal (l’interprete di Helen Benson), invece, raccontò all’indomani del rilascio in sala come ebbe non pochi problemi a pronunciare la celebre frase. In quella che, peraltro, rappresenta la scena-madre di Ultimatum alla terra – autentico capolavoro di tensione narrativa – non riusciva a smettere di ridere:

Penso sia il miglior film di fantascienza mai realizzato, anche se ammetto che a volte ho avuto difficoltà a mantenere una faccia seria. Michael (Rennie N.d.R.) mi guardava pazientemente mordermi le labbra per evitare di ridacchiare e chiedere, con vero riserbo britannico: ‘È quello il modo in cui intendi farlo?’.

Ultimatum alla terra: una narrazione basilare per ragioni umanitarie

A livello narrativo è talmente semplice e di facile fruizione Ultimatum alla terra da rasentare l’elementarità. Una struttura lineare, fluida, che nella costruzione d’immagine offerta da Wise in una regia che racconta ma non prende effettiva posizione, procede spedita nel dispiegare l’intreccio. Perché in fondo, dall’incipit con l’arrivo sulla Terra dell’astronave sino alla climax con il suo addio e la scelta è nostra – di turning point in turning point – l’opera di Wise ha come fine ultimo quello di far emergere, in forma quasi didascalica, il messaggio politico del sottotesto: il cessate il fuoco collettivo con cui far riappropriare, l’umanità, della pace tanto desiderata e urlata nei primi anni del Dopoguerra, ma mai realmente voluta.

In apertura abbiamo parlato di come, nella fantascienza sociale, l’impianto narrativo fosse di tipo allegorico, nonché reso in una forma filmica quasi da b-movie. Nel caso di Ultimatum alla terra tale connotazione è come diluita, giusto una patina sottile lentamente adagiata sulla narrazione. Scelta necessaria al fine di far cogliere allo spettatore, in forma ancora più immediata, l’umanità (perduta) del sottotesto di cui alla base.

Michael Rennie
Michael Rennie in una scena di Ultimatum alla terra

In fondo nell’opera del regista de West Side Story (1961) non ci sono pianeti da esplorare come in Il pianeta proibito (1956) di Fred M. Wilcox o alieni mostruosi da annientare in un’agire comunitario e americano come in La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks. Ci sono soltanto Washington, l’America, i delicati equilibri con l’Unione Sovietica e quella paranoia comunista abilmente mascherata – ma comunque lasciata trapelare, intravista sullo sfondo e fatta coesistere – da paranoia aliena verso l’altro: verso Klaatu e il suo robottone Gort.

Ultimatum alla terra: la venuta messianica dell’alieno Klaatu e una nuova Parusia

A guidarci nel racconto è proprio l’agente scenico di Rennie come coscienza e osservatore esterno di vizi e virtù, gioie e orrori, della natura umana. In un impianto registico basilare che va ad immergersi in un genere di cui la grammatica filmica era ancora fin troppo acerba e poco “colloquiale”, Wise e North ci giocano su sfruttandone l’inerzia in loro favore. Il risultato è un’allegoria di matrice religioso-messianica – indiretta a detta del regista di tutt’altro avviso lo sceneggiatore – che finisce con l’avvolgere l’arco di trasformazione di Klaatu donandogli una carica valoriale dall’inerzia degna di una venuta messianica.

In fondo, a ripensarci un attimo, c’è tutto di una simile strutturazione: Klaatu arriva dal cielo e parla di pace; dimostra i suoi poteri provocando un black-out globale; si immerge tra la gente comune assumendo il nome di Carpenter/falegname; viene tradito e poi ucciso; infine resuscitato da Gort/God/Dio per poi ascendere – in maniera traslata – in cielo.

Michael Rennie e Lock Martin
Michael Rennie e Lock Martin in una scena di Ultimatum alla terra

Elementi, quindi, che oltre ad arricchire di senso il viaggio dell’eroe di Klaatu, finiscono con il potenziare la stessa climax di Ultimatum alla terra e le parole del monologo finale che vi fa da padrone; di cui citiamo alcuni passaggi:

Io sto per partire, mi perdonerete se vi parlo senza preamboli. L’universo diventa ogni giorno più piccolo. Il pericolo di aggressione da parte di chiunque e dovunque non può essere tollerato. È necessario che ci sia sicurezza per tutti gli esseri viventi. Ciò non vuol dire rinunciare a qualche libertà se non a quella di agire da irresponsabili. I vostri antenati hanno pensato così quando hanno fatto le leggi per autogovernarsi ma anche una polizia per imporle. Anche noi che abitiamo gli altri pianeti abbiamo accettato questo principio, e abbiamo creato un’organizzazione per la mutua protezione di tutti i pianeti e per la totale eliminazione di ogni aggressione.

Per poi continuare e concludere non lasciando spazio ad ulteriori interpretazioni:

Il risultato è che viviamo in pace […]. Non ci illudiamo d’aver raggiunto la perfezione, ma abbiamo creato un sistema che funziona. Io sono venuto qui per dirvi questo: a noi non importa quello che fate nel vostro pianeta. Ma se tentaste di estendere le vostre violenze questa vostra Terra verrebbe ridotta ad un mucchio di cenere. Potete scegliere: unirvi a noi e vivere in pace o seguitare sulla strada in cui siete e venire annullati. Aspetteremo una risposta. La decisione spetta a voi.

Il Rocky IV della fantascienza sociale, un’ispirazione per tutti gli uomini liberi, perfino per Ronald Reagan

Se è vero che il contemporaneo La cosa da un altro mondo ebbe maggior risalto nella sua inerzia narrativa e Invasione degli Ultracorpi (1956) di Don Siegel resta, ad oggi, la massima vetta della fantascienza sociale nonché il più intelligente uso dell’elemento maccartista/anti-comunista nel cinema sci-fi, Ultimatum alla terra ebbe il merito assoluto di trasmettere messaggi di pace in un mondo prossimo alla rovina. Oggetto di un remake relativamente infelice nel 2008 diretto da Scott Derrickson con Keanu Reeves e Jennifer Connelly, fu un’autentica ispirazione per le decadi a venire Ultimatum alla terra, tanto che continuiamo parlarne a sessant’anni dal rilascio in sala.

Pensate che il giornalista Lou Cannon e l’ex Segretario di Stato USA Colin Powell erano convinti che fosse stata proprio l’opera di Wise ad aver spinto Ronald Reagan a parlare di piani d’unione contro un’invasione aliena a Mikhail Gorbachev nel 1985. Due anni dopo infatti, ad una conferenza delle Nazioni Unite, il promotore del reaganismo affermò come:

Di tanto in tanto penso quanto velocemente le nostre differenze in tutto il mondo svanirebbero se ci trovassimo di fronte una minaccia aliena all’esterno di questo mondo.

A trentaquattro anni di distanza, Ultimatum alla terra riuscì quindi nei suoi intenti unitari extra-schermo tanto voluti dal suo sottotesto umanitario. Arrivando là dove nemmeno Rocky IV (1985) aveva saputo fare con la sua ormai mitologica climax: porre le basi per un unico, grande, mondo libero e democratico (almeno nelle intenzioni dichiarate). Quando si dice, saper superare i confini del tempo per cristallizzarsi nella memoria comune.

Una locandina moderna di Ultimatum alla terra
Una locandina moderna di Ultimatum alla terra

Sintesi

Klaatu, Barada, Nikto, a volte basta una frase per entrare nell'immaginario collettivo. Nel caso di Ultimatum alla terra è stato così. Il Rocky IV della fantascienza sociale, nel 1951, declinava un messaggio di pace e speranza verso un mondo unitario e libero grazie al robottone Gort e il messianico alieno monocorde Klaatu. 34 anni dopo, nel 1985, Ronald Reagan se ne innamorò lasciandosi ispirare dalla climax per un mondo migliore. Un capolavoro senza tempo e dagli intenti benevoli.

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