U-Boot 96

U-Boot 96 recensione [Flashback Friday]

U-Boot 96 recensione del film di Wolfgang Petersen con Jurgen Prochnow, Herbert Gronemeyer e Klaus Wennemann

Non sarà stato affatto facile, per il popolo tedesco, accettare il ruolo di nemici della libertà del mondo occidentale per i crimini di guerra commessi durante la Seconda Guerra Mondiale. Il tradimento di un’ideologia populista radicata, la follia di uno statista seguito – dai più – ciecamente, la politica antisemita e i campi di sterminio.
A quasi quarant’anni di distanza dalla fine delle ostilità, Wolfgang Petersen (Troy, La storia infinita) con il suo U-Boot 96 (1981) cerca di riabilitare, per mezzo del cinema, il buon nome dei propri soldati e di un intero popolo in una delle pellicole antimilitariste più incisive mai realizzate.

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Jurgen Prochnow in una scena di U-Boot 96
Jurgen Prochnow in una scena de U-Boot 96 (1981) di Wolfgang Petersen

Una storia vera il cui obiettivo, per Petersen, era quello di guidare il pubblico “in un viaggio ai limiti della mente umana”, ovvero di provare a vestire i panni degli uomini appartenenti alla fazione nemica. Al centro del racconto di U-Boot 96, infatti, troviamo non tanto la glorificazione dei nazisti e dell’ideologia, quanto l’umanità di chi indossa la divisa. Un’opera bellica decisamente atipica nella sua connotazione umana, sulla scia delle teorizzazioni del filosofo politico Karl Jaspers e in particolare del suo La questione della colpa:Sulla responsabilità politica della Germania (1946).

U-Boot 96: sinossi 

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Tratto dall’omonimo romanzo del 1973 di Lothar-Günther Buchheim, Das Boot racconta l’epopea dell’U-96 e del suo equipaggio, che nell’ottobre del 1941 ha l’incarico di andare in missione dalla base a La Rochelle sino a La Spezia. Il tenente Werner (Herbert Gronemeyer) viene nominato corrispondente di guerra.

Herbert Gronemeyer in Das Boot (1981) di Wolfgang Petersen
Herbert Gronemeyer in una scena di U-Boot 96 (1981) di Wolfgang Petersen

Sotto la guida del comandante Der Alte/il vecchio (Jurgen Prochnow) e del capo-ingegnere Fritz Garde (Klaus Wennemann), il tenente faticherà ad ambientarsi ma ben presto scoprirà la durezza della guerra.
Tra attese snervanti, sbornie, sporcizia, promiscuità, momenti ilari e drammatici, quello dell’U-96 sarà un viaggio caratterizzato da umanità, errori di valutazione e cambi di rotta.

La destrutturazione del racconto bellico di Petersen

Già la sequenza d’apertura – con cui Petersen oppone alla grandiosità del totale dell’U-96 l’introduzione dei personaggi in un contesto scenico di totale informalità e ilarità – è espressione di come U-Boot 96 abbia un chiaro intento di destrutturazione narrativa dei topoi del genere.
Petersen declina così una struttura narrativa cucita addosso a un racconto tanto ricco di particolari scenici e caratteriali – e dal minutaggio maestoso – quanto lineare e semplice nel suo dispiegarsi.

Una scena di Das Boot (1981) di Wolfgang Petersen
Una scena di U-Boot 96 (1981) di Wolfgang Petersen

Nella sua apparente semplicità infatti, U-Boot 96 realizza un intreccio solido con cui Petersen riesce a far convivere momenti umani e leggeri e altri più drammatici e introspettivi; e infine dinamici e marcatamente bellici. Grazie anche a una regia che sa ben gestire il respiro scenico e i cambiamenti di ritmo, essenziali per dare vivacità a un racconto così variegato.

L’antimilitarismo di U-Boot 96

Elementi riconducibili alla barba che cresce, alla sporcizia e alla puzza all’interno del sommergibile, alle piattole sui corpi dei soldati, alle scorte che vanno a finire – ravvisabili nel cibo mangiato dagli Ufficiali sempre meno elaborato – sino alle mosche sul muro e a molto altro ancora. Piccoli particolari, ora scenici, ora caratteriali, volti a valorizzare l’arco di trasformazione dei personaggi in scena di U-Boot 96.

Il progressivo deterioramento delle condizioni ambientali va di pari passo con il tono del racconto. Se caratterizzato da dell’umorismo “da camerata” nelle prime battute, va a incupirsi sempre di più, sino a raggiungere toni decisamente più introspettivi e claustrofobici; amplificati dagli evidenti limiti fisici del sommergibile, e da una regia che diventa sempre più fatta di intensi piani medi e primi piani.

Una scena di Das Boot (1981) di Wolfgang Petersen
Una scena di U-Boot 96 (1981) di Wolfgang Petersen

L’utilizzo di simili particolari caratteriali e scenici permettono di creare un solido legame empatico con lo spettatore. Svuotati dall’ideologia e dalla propria divisa, i soldati di U-Boot 96 non sono altro che uomini. Petersen procede verso una progressiva sdemonizzazione dell’ufficiale nazista, slegando così l’uomo e la sua carne dalla divisa e da tutto ciò che essa rappresenta. Ne deriva di conseguenza un’audace riflessione sulla disumanità della guerra e – al contrario – sulla depersonalizzazione dell’individuo.

Mostrandoci così l’altra faccia di quelli che Charlie Chaplin chiamava “uomini-macchina con macchine al posto del cervello e del cuore” ne Il grande dittatore (1940). Non esistono uomini-macchina nel sommergibile di Petersen, soltanto uomini impegnati a svolgere il proprio lavoro – e a eseguire gli ordini – al meglio delle loro possibilità; con il desiderio recondito di poter tornare a casa a riabbracciare madri, mogli e figli.

Un kolossal bellico imprescindibile

È nella sequenza finale però che U-Boot 96 ci ricorda che gli uomini raccontatici da Petersen sono (pur sempre) appartenenti alla fazione nemica; facendo pagar loro lo scotto della divisa indossata. Così facendo, il racconto di U-Boot 96 torna su dei binari narrativi decisamente più canonici con cui, però, consegnarsi all’immortalità cinematografica.

Seguiranno le 6 nomination agli Oscar 1983 (tra cui miglior regia e miglior sceneggiatura non originale), la seconda vita come miniserie da quasi 5 ore nel 1985, il sequel seriale targato Sky dal titolo omonimo, sino agli innumerevoli tentativi di imitazione. Da Caccia a Ottobre Rosso (1990) di John McTiernan ad Allarme Rosso (1995) di Tony Scott, sino ai più recenti U-571 (2000) di Jonathan Mostow, K-19 (2002) di Kathryn Bigelow, e in minor misura U-429 (2004) di Tony Giglio; senza però saper riproporre quella miscela unica di empatia, epica e umanità tipica del racconto di Petersen.

Sintesi

Svuotati dall'ideologia e dalla propria divisa, i soldati di U-Boot 96 - Das Boot non sono altro che uomini. Petersen procede verso una progressiva sdemonizzazione dell’ufficiale nazista, slegando così l’uomo e la sua carne dalla divisa e da tutto ciò che essa rappresenta. Ne deriva un’audace riflessione sulla disumanità della guerra cucita addosso a un kolossal bellico antimilitarista e a un sensazionale Jurgen Prochnow.

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