Tutto in una notte

Tutto in una notte recensione film di John Landis con Jeff Goldblum e Michelle Pfeiffer [Flashback Friday]

Tutto in una notte recensione del film di John Landis con Jeff Goldblum, Michelle Pfeiffer, Dan Aykroyd, David Bowie, Paul Mazursky e David Cronenberg

Gli anni ottanta di John Landis sono stati decisamente turbolenti. Un’ascesa straordinaria tra la magica commedia-musical The Blues Brothers (1980); l’atipica e grottesca rilettura del genere horror de Un lupo mannaro americano a Londra (1981); il (futuro) classico Mediaset della vigilia di Natale, Una poltrona per due (1983); nonché il prototipo del videoclip moderno: Michael Jackson’s Thriller (1983). Poi l’incidente occorso a Vic Morrow sul set del film a episodi Ai confini della realtà (1983) e il brusco arresto. Due anni dopo, Landis si riapre al cinema e alla magia della sospensione dell’incredulità con Tutto in una notte (1985), leggibile in tal senso quindi come un’opera catartica.

È infatti un ritorno al passato per Landis, nello specifico al concept della rilettura di genere con Un lupo mannaro americano a Londra e a quella dai toni magicamente surreali di The Blues Brothers. Di fatto la principale ragione del successo clamoroso dell’opera con Dan Aykroyd e il compianto John Belushi; straordinario collante narrativo tra formidabili guest star canore e brani musicali evergreen. E in effetti, anche in Tutto in una notte c’è qualcosa dell’insita magia di The Blues Brothers, a partire dalla partecipazione di B.B. King per la colonna sonora, in cui campeggia, già dai titoli di testa, un’indelebilmente frizzante cover del brano In The Midnight Hour (1985) di Wilson Pickett Jr.

John Landis in una scena di Tutto in una notte
John Landis in una scena di Tutto in una notte

Ad arricchire di senso Tutto in una notte ci si mette perfino il destino. Ironia della sorte infatti, tra febbraio e ottobre 1985, il cinema hollywoodiano vede avvicendarsi rispettivamente John Landis e Martin Scorsese in narrazioni caratterizzate da un folle viaggio esistenziale notturno. È l’anno di Fuori orario (1985) con protagonisti Griffin Dunne e Rosanna Arquette, concept similare nelle intenzioni – a partire da un’evidente similitudine tra la depressione di Ed Okin e l’alienazione di Paul Hackett – ma dalla visione radicalmente antitetica.

Se la notte di Landis è infatti colorata, e piena di eventi surreali ma comici, innocui, quella “successiva” del regista di Quei bravi ragazzi (1990) è si surreale ma kafkiana, folle ma violenta. Trovando infine, nelle rispettive climax “da rinascita”, il definitivo allargamento della forbice valoriale tra i due racconti. Per Landis lo sgangherato viaggio fatto intraprendere ad Okin, gli permette di ricominciare “altrove” una nuova vita. Per Scorsese invece, è più una questione intenzionale. Un ritornare sui propri passi con cui approcciarsi all’ordinarietà di tutti i giorni in modo più costruttivo.

Nicholson, Hackman e Goldblum, gli impegni di Jamie Lee Curtis, i camei registici ( e non)

L’opera di Landis contribuì a lanciare Jeff Goldblum tra i grandi della sua generazione, dopo ruoli secondari ma molto incisivi tra Il grande freddo e Uomini veri (1983). Eppure, Goldblum era tutt’altro che la primissima scelta per il ruolo di Ed Okin. Nei piani del regista de Spie come noi (1985) infatti, il candidato ideale corrispondeva a Jack Nicholson il quale però rifiutò attraverso una critica costruttiva:

Mi piace (l’idea NdR) e mi piaci tu, ma questo tizio, realmente, non fa niente. Il pubblico vuole che il personaggio principale sia d’azione.

Archiviato quindi Nicholson, Landis raggiunse un accordo con quello che nei suoi piani appariva come la seconda scelta per Ed Okin: Gene Hackman. Peccato che la Universal respinse al mittente l’idea. All’epoca infatti, Hackman non godeva di grande popolarità, tra Eureka (1983); Fratelli nella notte (1983); L’ultimo sole d’estate (1984), aveva inanellato una serie di flop che lo rendevano, agli occhi dei produttori un investimento rischioso.

Michelle Pfeiffer, Dedee Pfeiffer, Jeff Goldblum
Michelle Pfeiffer, Dedee Pfeiffer, Jeff Goldblum in una scena di Tutto in una notte

Si puntò così sull’emergente Goldblum, complice la splendida performance nel sopracitato film corale di Kasdan del ’83. Riguardo la ben più attiva Diana invece, ruolo poi andato a Michelle Pfeiffer, nei piani originali la protagonista era Jamie Lee Curtis. L’interprete di Halloween – La notte delle streghe (1978) dovette tuttavia rinunciare a causa di Perfect (1985); (più che) dimenticabile flop commerciale con protagonista John Travolta.

Ma soprattutto, Tutto in una notte è una fucina semi-interminabile di spassosi camei (e non) di registi cinematografici, sceneggiatori, truccatori e stuntmen tra cui figurano David Cronenberg, Jonathan Demme, Jim Henson, Paul Mazursky, Lawrence Kasdan, Jack Arnold, Roger Vadim, Amy Heckerling e Don Siegel; e ancora Jake Steinfeld, Carl Gottlieb, Paul Bartel, Rick Baker, Colin Higgins, Richard Farnsworth, Jonathan Lynn, Daniel Petrie, Waldo Salt, nonché proprio John Landis.

Nel cast figurano Jeff Goldblum, Michelle Pfeiffer, Dan Aykroyd, David Bowie, Irene Papas, Carmen Argenziano, Bruce McGill; e ancora Stacey Pickren, Carl Perkins, Vera Miles, Kathryn Harrold e Dedee Pfeiffer.

Tutto in una notte: sinossi

Ed Okin (Jeff Goldblum) è un ingegnere aerospaziale che soffre d’insonnia. Il motivo è riconducibile alla sua vita insoddisfatta; al lavoro meccanico e stantio; e ai dubbi, poi confermati, che la moglie Ellen (Stacey Pickren) lo tradisca. Una mattina, mentre accompagna il collega Herb (Dan Aykroyd) a lavoro, questi gli suggerisce una terapia d’urto efficace: volare a Las Vegas “a sfogarsi” nel pieno della notte.

Sulle prime sembra non prenderlo sul serio, ma dopo aver scoperto della moglie, decide di seguire per davvero il consiglio di Herb. Giunto in aeroporto però, Ed si ritroverà nel mezzo di una sparatoria tra coloriti sicari iraniani senza scrupoli e una bellissima contrabbandiera di gioielli, Diana (Michelle Pfeiffer). Sarà l’inizio di un concatenamento di eventi folli per cui, tutto in una notte, Ed comprenderà il senso della sua vita nel mezzo di un intrigo internazionale.

Jeff Goldblum e Michelle Pfeiffer in una scena de Tutto in una notte
Jeff Goldblum e Michelle Pfeiffer in una scena de Tutto in una notte

L’Intrigo internazionale di John Landis

Seppur non esplicitamente dichiarato ma c’è molto dell’hitchcockiano Intrigo internazionale (1959) in Tutto in una notte, a partire dalla molla che dispiega il conflitto scenico e lancia il protagonista nel mondo straordinario narrativo. Quel sapore da commedia d’equivoci che se nell’indimenticato gioiello filmico di Alfred Hitchcock, trascinava Roger Thornhill al centro di un clamoroso intrigo per un semplice scambio di persona, in Landis tutto parte da un consiglio amichevole e da un lancio sul cofano.

Prima ancora però, sorprende la facilità d’intenti con cui il regista de Il principe cerca moglie (1988) costruisce con pochi e incisivi espedienti una finestra sulla vita monotona dell’Ed di Goldblum. Depressione e solitudine imposta dall’incomunicabilità di coppia che Landis avvolge intorno alla mimica espressiva del suo formidabile interprete in perenne sottrazione emotiva tra depressione e tangibile apatia.

Jeff Goldblum in una scena de Tutto in una notte
Jeff Goldblum in una scena de Tutto in una notte

L’ingresso nel mondo straordinario permette così a Landis di sguinzagliare un solidissimo arco di trasformazione per l’Ed di Goldblum. Un tagliare i ponti con un presente divenuto passato, castrante, con cui Ed Okin rinasce a nuova vita; trovando linfa dalla dinamica relazionale con la Diana della Pfeiffer. Agente scenico competente, attivo e molto poco arrendevole che come fosse un postmoderno Virgilio, guida il passivo Ed/Dante nel surreale Inferno della notte landisiana. Espediente essenziale nell’economia del racconto con cui il regista de I tre amigos! (1986), nel gettare le basi di un solidissimo intreccio, muta l’inerzia della narrazione, incanalandola così in un’efficace e vivace dinamica buddy.

Tutto in una notte: il folle viaggio nella surreale notte landisiana 

Prende così forma il formidabile secondo atto, autentico corpus centrale e vera anima de Tutto in una notte. Una fuga che vede la strana coppia Goldblum-Pfeiffer lanciata nel buio di una notte attenuata dalle fredde luci al neon e da colori sgargianti pastello di vestiti, poster e paccottiglia varia.

La visione di Landis ci fa immergere in un turbinio di coloriti agenti scenici ed eventi improbabilmente impossibili: spacciatori di droga sopra le righe; prostitute senza peli sulla lingua; mezze tacche di emulatori di Elvis; sicari muti in mutande; assassini popstar; culturisti sessuomani; auto abbandonate; cunicoli tetri; inseguimenti supersonici; ville asetticamente bianche; e perfino sparatorie sanguinose. Tutti elementi di cui Landis  disegna contorni marcatamente surreali che nel dispiego dell’intreccio restano sullo sfondo, certificando e perfino dando colore agli intenti autoriali di cui si fa carico la narrazione.

Jeff Goldblum e David Bowie
Jeff Goldblum e David Bowie in una scena di Tutto in una notte

Al pari dei sopracitati The Blues Brothers e Un lupo mannaro americano a Londra, che vede Landis rileggere il musical e il cinema horror e le sue tipicità secondo il suo stile tipicamente comico-surreale, lo stesso accade con Tutto in una notte e l’action/spy-movie. Nel suo incedere lungo il corposo e colorito secondo atto infatti, Landis avvolge lo sviluppo del racconto di sagaci riletture degli abituali topos del cinema action tra contaminazioni comedy e meta-cinematografiche.

Ed Okin: rileggere la tipicità dell’eroe action

A partire ad esempio dall’inerzia dell’eroe protagonista Ed. L’agente scenico di Goldblum infatti, trascinato al centro del conflitto dalla deuteragonista Diana della Pfeiffer, cova nella sua stessa caratterizzazione il simulacro della rilettura di genere operata da Landis. Ad ogni occasione che il racconto gli dà di poter “fare l’eroe” infatti, Ed agisce esattamente in forma antitetica e opposta da quella che ci aspetteremmo da un “film di genere”.

Un rimandare continuamente quella che in gergo si definisce la chiamata con cui accedere al mondo straordinario in via intenzionale, per provare invece, a rientrare nell’insonne e tedioso mondo ordinario. Landis agisce così ribaltando le abituali e tipizzate intenzioni sceniche del cinema action e dei suoi eroi, giocandoci su tra inerzie narrative e meta-cinematografiche: dandogli potenziali scappatoie per poi sgretolarle; facendogli sparire l’auto costringendolo a vivere nel mondo straordinario; impedendogli di accedere a un telefono funzionante; perfino dandogliela vinta per poi scoprire che il telefono in questione è un oggetto di scena.

Jeff Goldblum
Jeff Goldblum nella climax di Tutto in una notte

Un’inerzia decisamente atipica che va a rimescolare la stessa dinamica relazionale buddy portante alla base della narrazione di Tutto in una notte. È infatti dell’agente scenico della Pfeiffer l’astuzia; l’ingegno che sblocca i turning point; la competenza che spinge Ed all’evoluzione, vivendo però di un trascinamento negli eventi, una passività che diventa infine la molla del cambiamento.

Nella costruzione degli eventi con cui gettare le basi della risoluzione del conflitto scenico, Landis gioca ancora con la sgangherata caratterizzazione destrutturata del suo Ed Okin. Segna così, l’evoluzione caratteriale del suo eroe passivo in modo repentino e perfino incoerente se rapportato alla (dis)organicità del racconto. Una competenza quindi fuorviante che vive nel retaggio delle sue azioni; delle opinioni di improbabili sicari; e di quel comicamente spiazzante “che c’è che non va in me?” rivolto al sicario nel pieno di uno stallo alla messicana; avvolgendoli infine in un sonno liberatorio che è autocoscienza, accettazione e superamento dei propri limiti.

L’incoerenza magica del cinema di John Landis

Se parlassimo di un qualunque altro cineasta, lo scarto evolutivo dell’Ed di Goldblum sarebbe per davvero incoerente e squilibrato ma nel magico cinema di John Landis risulta invece coerente, in linea con la visione autoriale. Un giocare con la grammatica filmica dei generi e dei rispettivi topos ribaltando la canonicità di uno sviluppo narrativo e caratteriale coerente e armonico, rimanendo sempre nella linea sottile di demarcazione che c’è tra il comico e il surreale, tra lo straniante e il grottesco.

Non fa in questo eccezione Tutto in una notte. Summa del cinema landisiano e della sua poetica che nella rilettura operata del cinema action e le sue estetiche, certifica gli intenti autoriali dissacranti compiuti tra The Blues Brothers con il musical e Un lupo mannaro americano a Londra con l’horror. Un’opera di suo irripetibile e magica; tagliente e incisiva; proprio come lo sguardo magnetico della Pfeiffer, e la perenne apatia di Goldblum.

La locandina di Tutto in una notte
La locandina di Tutto in una notte

Sintesi

Se parlassimo di un qualunque altro cineasta, lo scarto evolutivo dell'Ed di Goldblum sarebbe per davvero incoerente e squilibrato ma nel magico cinema di John Landis risulta invece coerente, in linea con la visione autoriale. Un giocare con la grammatica filmica dei generi e dei rispettivi topos ribaltando la canonicità di uno sviluppo narrativo e caratteriale coerente e armonico, rimanendo sempre nella linea sottile di demarcazione che c'è tra il comico e il surreale, tra lo straniante e il grottesco. Non fa in questo eccezione Tutto in una notte, summa del cinema landisiano che nel rileggere il cinema action certifica gli intenti dissacranti delle riletture operate tra The Blues Brothers con il musical e Un lupo mannaro americano a Londra con l'horror.

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