TRON: Ares recensione film di Joachim Rønning con Jared Leto, Greta Lee, Evan Peters, Gillian Anderson e Jeff Bridges

TRON: Ares, scritto da Jesse Wigutow, vede alla regia Joachim Rønning, cineasta norvegese già alle prese con live action targati Disney quali Maleficent e Pirati dei Caraibi – La Vendetta di Salazar. Jared Leto interpreta il protagonista. Tra gli altri interpreti Greta Lee, Evan Peters e Gillian Anderson e segna il ritorno di Jeff Bridges come unico membro del cast originale.
L’innesco di questo nuovo capitolo è dato dal Julian Dillinger, nipote dell’antagonista del primo storico capitolo e qui portato in scena da Evan Peters, il quale si appresta a presentare al mondo la sua nuovissima invenzione, grazie alla quale materializzare potenti Intelligenze Artificiali nel mondo reale, sotto forma di soldati e armamenti. Inutile dire che le cose gli sfuggiranno di mano.
Volendo fare un excursus su questa interessante quanto bizzarra saga, dovremmo assolutamente spendere qualche parola sui precedenti lungometraggi (e non solo), partendo proprio dal primissimo TRON del 1982.
La creatura di Lisberger costituisce sicuramente un oggetto più unico che raro, dove praticamente per la prima volta veniva fatto un massiccio uso di animazione in computer grafica accompagnato da una modalità tutta particolare di immortalare gli attori in carne ed ossa su celluloide. La pellicola veniva girata in bianco e nero e tutto il materiale era poi spedito in Asia, dove ogni singolo frame subiva un certosino lavoro di ritaglio e colorazione. Un lavoro enorme per un film divenuto di certo un cult nel tempo ma che sicuramente avrebbe meritato un successo più grande, anche solo per la maniera in cui venne concepito e per i nomi degli artisti coinvolti.
Tron ricreava forse per la prima volta un mondo interamente virtuale, fatto di un’estetica pop, costumi stravaganti e luci al neon. Riguardandolo oggi molti potrebbero trovarne datate molte soluzioni, ma quello che sicuramente ha fatto sopravvivere TRON alla prova del tempo è l’aver evitato di ambientare un film di fantascienza in un ideale futuro: tutto quello che vediamo di fantascientifico non è altro che un videogioco ideato dal protagonista negli anni in cui è ambientato/girato il film, ed è per questo che anche guardandolo nel 2025 risulta perfettamente plausibile sul piano estetico.
A questo punto emerge un’altra caratteristica particolarmente interessante della saga che ci ricollega immediatamente al capitolo successivo e persino a quello che arriva ora in sala: ogni film di Tron è in grado di parlare perfettamente al contemporaneo perché puntualmente ambientato nell’esatta epoca in cui arriva al pubblico. Questo permette alle varie pellicole di essere in anticipo sui tempi rimanendo paradossalmente ancorate al presente, e rende la saga potenzialmente sempre rinnovabile, anche (e forse soprattutto) a distanza di diversi anni.

Se il primo film portava avanti un messaggio politico sul controllo del potere, la pellicola di Kosinski rafforzava l’idea del primo donandole una nuova linfa a livello visivo. Mentre da un lato veniva ripreso il discorso politico, dall’altro questo veniva spostato su un versante più filosofico seppure, bisogna dirlo, con una sceneggiatura di poco conto e che adagiandosi troppo sulla mano del regista, girava un po’ a vuoto.
Veniamo al film di Joachim Rønning: sulla carta sembrerebbe riprendere ancora una volta il fin troppo abusato concetto dell’intelligenza artificiale che prende coscienza di sé per poi ribellarsi al suo creatore, eppure man mano che le immagini scorrono di fronte agli occhi dello spettatore è impossibile non rendersi conto che ancora una volta questa saga stia facendo un passo in avanti su quello che ci sta comunicando.
Innanzitutto siamo di fronte al primo film della saga largamente ambientato nel cosiddetto mondo reale e non all’interno di un videogioco o di una realtà virtuale. Questa non scontata scelta narrativa mette subito in chiaro che l’intelligenza artificiale non è più una questione di computer e basta ma è qualcosa che è ben presente nel nostro quotidiano e che inevitabilmente va ad affacciarsi sul nostro futuro in maniera violenta e incontrollata.
Tuttavia, questo terzo capitolo introduce una svolta interessante: per la prima volta nella saga, il programma prende coscienza in modo non solo positivo ma anche positivista. È il computer a ribellarsi al suo creatore, e la storia non lo condanna; al contrario, attribuisce il ruolo negativo proprio a chi non riesce a liberarsi dalle folli direttive del proprio creatore umano.In questo il film arriva ad essere non solo moderno ma praticamente postmoderno.
Anche dal punto di vista tecnico si rivela essere ben più ricercato di quello che potrebbe sembrare. Da una parte è piuttosto evidente il debito con l’estetica dark, dall’altra è l’approccio alla messa in scena, alla narrazione e al ritmo che caratterizzano la pellicola di Rønning. Alla raffinatezza visiva del precedente si sostituiscono sequenze comunque mozzafiato ma di natura più violenta, il ritmo e il montaggio si fanno più serrati e la macchina da presa stacca spesso su tagli molto ravvicinati di occhi, mani e piedi conferendo al tutto un’impronta a tratti western.
Come già scritto, lo spettacolo non manca, ma la struttura generale subisce quasi un anticlimax sul finale, diventando sempre più intima e raccolta, come del resto lo spirito del film. La regia, sta molto più sul racconto e questo rende la pellicola molto più organica e meno sfilacciata di quella di Kosinski. Inoltre, parlando di estetica e del rapporto con la saga, come non menzionare il bellissimo omaggio visivo al film dell’82, perfettamente inserito nella narrazione.
Infine, è giunto il momento di fare i conti con l’elefante nella stanza: ciò che aveva avvicinato molti a TRON: Legacy, nonché una delle cose più ricordate del film, era senza dubbio la colonna sonora dei Daft Punk che quasi finiva per mangiarsi tutto il resto. Sembrava impossibile poter fare di meglio ma è proprio il caso di dire che i Nine Inch Nails ce l’hanno fatta, poiché siamo di fronte all’ennesimo capolavoro di Trent Reznor e Atticus Ross.
A margine, in tutta la recensione non viene fatta menzione di Tron Uprising, serie televisiva di animazione del 2012 che è forse il punto più alto toccato da tutta la saga, pur non essendo un lungometraggio: doveroso il recupero.


