Thor, da Dio a Zio del Tuono, l’evoluzione del personaggio nel Marvel Cinematic Universe

Da Branagh ai fratelli Russo, passando per Taylor e Waititi, come evolve il personaggio di Thor da Dio a Zio del Tuono nel Marvel Cinematic Universe 

In un’insolita annata per la storia dell’umanità, tra le principali conseguenze a livello di distribuzione cinematografica vi è la totale assenza (o quasi) di cinecomic in sala. Eccetto The New Mutants (2020) di Josh Boone infatti, è la prima annata dalla prima decade degli anni duemila senza una massiccia produzione supereroistica; qualcosa che fa statistica, specie considerando che il cinefumetto è il western di questa generazione. È soprattutto il primo anno senza opere del Marvel Cinematic Universe, atteso al varco da una Fase 4 di totale rimpasto della formazione originale degli Avengers, che sarebbe dovuto ipoteticamente partire con il prequel/sequel Black Widow (2020). Tra decessi, ritiri e viaggi nel tempo, chi resta è Thor, che in una straordinaria evoluzione caratteriale è il primo Avenger con quattro stand alone all’attivo.

Chris Hemsworth in una scena di Avengers
Chris Hemsworth in una scena di The Avengers di Joss Whedon

Quello affrontato finora dal Figlio di Odino brillantemente interpretato da Chris Hemsworth è un viaggio iniziato nei toni aulici dell’omonimo film del 2011; proseguito poi con The Dark World (2013) e infine con uno snellimento totale di tono e contesto scenico con Ragnarok (2017). Nel mezzo i crossover-evento campioni d’incasso di The Avengers (2012) e Avengers: Age of Ultron (2015) di Joss Whedon; e infine l’epica cinefumettistica in due parti Avengers: Infinity War (2018) e Avengers: Endgame (2019) dei fratelli Russo.

Aspettando il quarto capitolo della saga del Dio del TuonoLove and Thunder (2022) – dove si concretizzerà il passaggio di consegna di Mjolnir da Thor alla Jane Foster di Natalie Portman, rivediamo il percorso di crescita di Thor Odinson, da supereroe divino, bidimensionale, a uomo completo.

Da Branagh a Taylor, la costruzione della mitologia del Potente Thor

Nel costruire la dimensione epica del Thor di Hemsworth, Kenneth Branagh procede secondo lo spirito della mitologia norrena. Miti e leggende terrestri cuciti addosso a un’eterea e paradisiaca Asgard; tra artefatti magici e incantesimi, nella sacralità della cerimonia di incoronazione e nella più shakespeariana delle dicotomie bene/male da cinecomic. In un simile contesto scenico, il cineasta della (seconda) trasposizione cinematografica dell’Enrico V (1989) dispiega l’arco di trasformazione del Potente Thor; presentandocelo così come guerriero irascibile, prossimo allo status regio, ma al contempo immaturo e facilmente manipolabile dal Loki di Tom Hiddleston.

Un errore fatale quello del Figlio di Odino, che tra segreti malcelati e una criticità narrativa esponenziale, perde perfino il suo status divino. Nel procedere in tal direzione, Branagh pone le basi del conflitto interiore di Thor nella recita di una formula con cui caratterizzare la connotazione divina come “degna” e non di facto:

Chiunque solleverà questo martello, se ne sarà degno, possiederà il potere di Thor.

Thor tra l'omonimo film di Branagh e The Dark World
Thor tra l’omonimo film di Branagh e The Dark World

Espediente sagace attraverso cui configurare una totale decostruzione caratteriale e fisica dell’agente scenico di Hemsworth; con cui andare a potenziare il virtuoso viaggio del (super)eroe andatosi a dispiegare. Thor ritroverà così sé stesso e il proprio status, si rivestirà di mantello e martello, ascendendo nuovamente alla casa regia da uomo valoroso. Sul solco degli eventi di The Avengers; il secondo capitolo della saga del Dio del Tuono, mette la freccia e amplia i confini del contesto scenico. L’opera di Alan Taylor è certamente l’anello debole del ciclo cinematografico sul Figlio di Odino; questo per via di un montaggio approssimativo e di una crescita della posta in gioco mal calibrata ed esponenziale.

La ridiscussione dell’infallibilità dell’eroe norreno

Nonostante questo però, The Dark World ha il merito di approfondire la componente epica del film del 2011; ora facendoci maggiormente vivere le atmosfere da Eden norreno di Asgard, ora attraverso l’introduzione dell’Etere come Gemma dell’Infinito – e relativa backstory mitologica. Così facendo il regista di Terminator Genisys (2015) va a giustificare la presenza scenica degli elfi oscuri del Malekith di Christopher Eccleston. Componente antagonistica corposa, seppur caratterizzata psicologicamente in modo fin troppo bidimensionale a cui però la narrazione costruisce attorno un certo fascino nella componente dialogica in dialetto elfico stretto.

Nella logica del Marvel Cinematic Universe, la narrazione di The Dark World prosegue l’arco scenico del Thor di Hemsworth, la cui dimensione caratteriale risulta tuttavia del tutto immutata, mantenendo praticamente intatta la componente caratteriale-epica del Dio del Tuono. Il lavoro del racconto di Taylor infatti, incide più sulle dinamiche relazionali, ora nell’amore-odio con Loki, ora nell’espediente con cui portare Jane ad Asgard; ma soprattutto nella Frigga di René Russo, la cui sorte segnerà profondamente il Dio del Tuono.

La ridiscussione dell'infallibilità dell'eroe norreno
La ridiscussione dell’infallibilità dell’eroe norreno

Da Branagh a Taylor, l’MCU costruisce un Thor epicamente ineccepibile, praticamente invulnerabile sul piano fisico; lo stesso non può dirsi a livello emotivo. L’agente scenico di Hemsworth si ritrova infatti a dover fronteggiare gli intrighi del fratello Loki prima, oltre che la perdita della figura materna, ridiscutendo così le basi dell’infallibilità dell’eroe norreno. Implicite avvisaglie di conflitti interiori che saranno poi calcificati ed esplicitati dai fratelli Russo tra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

Thor: Ragnarok: Waititi e la ricalibratura del tono narrativo

Che con Taika Waititi e Ragnarok le cose avrebbero preso una piega decisamente differente rispetto ai precedenti capitoli era già chiaro dalla primissima sequenza: qui, un Thor incatenato, sul pianeta di Muspelheim, si rivolge a uno scheletro – attraverso un improprio monologo mascherato da dialogo:

Sì, lo so che pensi: “Oh no, Thor è in gabbia! Com’è successo?” Be’ a volte devi farti catturare per avere una risposta diretta da qualcuno! È una lunga storia ma diciamo che sono una specie di eroe. Ho passato del tempo sulla Terra; ho combattuto contro robot, salvato il pianeta un paio di volte. Poi me ne sono andato in giro per il cosmo, cercavo magia e certe Gemme dell’Infinito. Non avevo trovato niente e dopo mi sono imbattuto in un sentiero di morte e di distruzione che mi ha condotto fino a qui; in questa gabbia, dove ho conosciuto te. Tu quanto dici che resteremo qui?

Qualcosa che, associata alla sequenza con Surtur – in un’impropria giravolta “incatenata” – fa intuire il tono del racconto; una gag reiterata, quasi fanciullesca, che sul solco dell’umorismo “tipicamente Guardiani della Galassia” di James Gunn, ricalibra totalmente il tono della saga del Dio del Tuono. Al tono shakespeariano di Branagh e quello epico e sontuoso (per non dire serioso) di Taylor, il cineasta di Jojo Rabbit (2019) oppone un tono più vivace, brillantemente comico, fatto di gag semplici ed efficaci.

Thor e Loki armati di blaster
Thor e Loki armati di blaster in una scena di Thor: Ragnarok

Una ricalibratura del tono del racconto a cui Waititi associa una colonna sonora più ricca, diametralmente opposta nel concept a quella dei capitoli precedenti. Oltre agli elementi orchestrali “tipici” infatti, Waititi segue ancora la lezione di Gunn e associa brani rock e pop come Immigrant Song dei Led Zeppelin, Pure Imagination da Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1971) e In the face of evil dei Magic Sword.

Gli intenti dissacranti di Waititi proseguono nel primo viaggio con il Bifrost e in un teatro nel teatro amleticamente shakespeariano a cui nemmeno Branagh aveva pensato per la sua regia targata MCU; una batracomiomachia a pieno titolo, con cui Waititi ricalibra perfino il tono degli inganni di Loki. Un processo sagace nei suoi intenti dissacranti, che procede tra birre che si riempiono da sé; salti temporali inaspettati e nausee, e ancora Mjolnir a forma d’ombrello e selfie. Tutti elementi funzionali che arricchiscono il cuore del racconto di Thor: Ragnarok: la riscrittura del personaggio di Thor.

L’inizio del processo di riscrittura del Potente Thor

La sorte dell’Odino di Hopkins permette alla narrazione di Ragnarok di aggiungere uno step nel distanziarsi del tutto dai capitoli precedenti, incanalando così il racconto secondo binari tonali più leggeri, sconfinando perfino nella dinamica buddy con l’ingresso scenico dell’Hulk di Mark Ruffalo. Dopo aver operato sulla colonna sonora, sul contesto scenico “più spaziale” e sul tono del racconto, Waititi procede così verso la riscrittura di Thor.

Un processo basilare nell’economia narrativa, con cui il cineasta di What We Do In The Shadows (2014) procede per gradi. Thor infatti, vede Mjolnir distrutto per mano della Hela della Blanchett, per imparare poi a incanalare l’energia del tuono dentro di sé. Con il dispiego dell’intreccio di Ragnarok, lo status da prigioniero del Gran Maestro di Jeff Goldblum e la dicotomia parentale con la Dea della Morte risultano funzionali nell’incedere degli elementi di riscrittura caratteriale.

Chris Hemsworth
Chris Hemsworth in una scena di Thor: Ragnarok di Taika Waititi

Thor infatti perde progressivamente la chioma e infine un occhio; una totale trasformazione morfologica che trova il suo apogeo innovativo nella climax del racconto. La distruzione totale di Asgard, decreta infatti il definitivo punto di non ritorno dalle narrazioni classicamente epiche di Branagh e Taylor:

Anche se avessi due occhi, vedresti il quadro a meta. […] Il martello ti aiutava a controllare il tuo potere, a concentrarlo. Non è la fonte della tua forza. Asgard non è un luogo. Non lo è mai stato. Potrebbe essere qui. Asgard è dove si trova il nostro popolo. È ora; e proprio ora ha bisogno del tuo aiuto.

Un processo innovativo di riscrittura del personaggio, che non va ricondotto in maniera unitaria ai confini di Thor: Ragnarok; piuttosto da considerarsi come il primo passo di ciò che accadrà con i fratelli Russo e il dittico Avengers. Tra Infinity War ed Endgame infatti, Thor andrà incontro alla totale rivoluzione della sua dimensione caratteriale, agendo ora sulla connotazione epica del suo ruolo divino, a livello morfologico e infine sul piano psicologico.

Da Infinity War ad Endgame: i fratelli Russo e la (nuova) dimensione caratteriale 

La Fase 3 del MCU si chiude con l’evento Avengers in due parti: Infinity War ed Endgame, la cui apertura di racconto parte proprio dalle sorti della nave degli asgardiani di Thor e Loki in chiusura di Thor: Ragnarok. Un assalto funesto quello dell’armata del Thanos di Brolin e di un Zio del Tuono del tutto inerme, tenuto per i capelli. La sequenza d’apertura di Infinity War, oltre a regalarci un formidabile duello Hulk/Thanos, rappresenta uno snodo importante nella relazione tra Thor e Loki; un inganno, una chiamata alle armi, e infine un sacrificio.

Thor ne esce per puro miracolo, da sopravvissuto, vedendo perire davanti a sé l’Heimdall di Elba, nonché proprio Loki, la cui chiusa del meraviglioso arco narrativo è uno dei momenti più strazianti dell’intero Marvel Cinematic Universe. In tal senso, nell’ottica del cast corale, la presenza di Thor è di rilevanza essenziale nell’economia del racconto; va ben oltre la semplice funzione scenica, di quel che può rappresentare lo Spider-Man di Holland o anche il Black Panther di Boseman.

Thor vs Thanos: Eroe e anti-eroe di Avengers: Infinity War
Thor vs Thanos: Eroe e anti-eroe del conflitto primario di Avengers: Infinity War

Nell’atipicità narrativa di un racconto “di genere” codificato dal punto di vista dell’anti-eroe Thanos infatti i Russo dispiegano un intreccio che per sua natura non è soltanto prima parte della risoluzione dell’intera Saga dell’Infinito, ma anche della sua solida narrazione. Due conflitti scenici quindi, ricondotti ora all’arco narrativo dell’Iron Man di Downey Jr che trova in Thanos il volto della sua ossessione dai tempi dell’attacco a New York; ora nello stesso Thor che in Avengers: Infinity War rappresenta il punto di vista scenico opposto a quello del Titano Pazzo.

Una presenza narrativa ricca e vitale quindi, con cui i Russo proseguono l’ammirevole lavoro di decostruzione caratteriale compiuto da Waititi. Con il dispiego dell’arco di trasformazione infatti, Thor riacquista la vista integrale e forgia lo Stormbreaker; facendo riacquistare così, al Dio del tuono, la sua connotazione epica e il ruolo divino che gli compete. Una ricostruzione caratteriale, tuttavia, unicamente a livello morfologico ma non di tipo psicologico. L’assalto alla nave asgardiana, la morte di Loki ed Heimdall, e l’annullamento dello status regio infatti, minano sensibilmente una psiche già fortemente compromessa – come ravvisabile dal dialogo con il Rocket di Cooper:

– Sicuro di essere pronto per questa missione di omicidio?
Assolutamente sì. Furia e vendetta, rabbia, perdita; rammarico, sono tutti stimoli incredibili. Ti liberano dalla mente. Perciò sono pronto, prontissimo.[…] Sai, io ho 1500 anni. Ho ucciso nemici per il doppio dei miei anni. E ognuno di loro voleva uccidere me; ma nessuno ci è riuscito. Sono vivo perché il fato mi vuole vivo. Thanos è solo l’ultimo di una lunga scia di bastardi; e lui sarà l’ultimo a provare la mia vendetta. Il Fato vuole che sia così.
E se ti sbagliassi?
Beh, se mi sbagliassi; cosa avrei da perdere?
Io perderei molto. Io, personalmente, perderei molto.”

Avengers: Endgame: portare a compimento il lavoro di Waititi 

La climax di Infinity War rappresenta la concretizzazione della ridiscussione dell’infallibilità dell’eroe norreno. Thor riesce infatti a mettere in seria difficoltà il Titano Pazzo; non abbastanza però da impedirgli il tanto agognato genocidio. Nell’apertura di racconto di Avengers: Endgame infatti, i Vendicatori riequilibreranno l’esito della battaglia a loro favore; e sarà proprio il Dio del Tuono a sferrare il colpo decisivo – ma sarà del tutto vano. L’evento avrà una portata devastante nella psiche di Thor, nell’incapacità di veder vendicati i propri cari e il proprio popolo: lo scopo nullo della sua missione lo porterà a una perdita identitaria, cadendo così nel baratro della depressione e dell’incapacità di sentirsi nuovamente degno.

Thor tra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame
Thor tra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame

Un depotenziamento totale della dimensione caratteriale, funzionale oltre che all’estremo sacrificio di Iron Man nella climax, nell’arricchire di senso il viaggio del supereroe alla base dell’arco di trasformazione. Nel secondo atto “a spasso nel tempo” infatti, Thor farà pace con i fantasmi del passato; in un dialogo con una “rediviva” Frigga che gli permetterà d’accettare se stesso e il dolore nel suo cuore, riacquistando così serenità d’animo e lo status di “degno” di Mjolnir. Il nuovo Thor “meritevole” troverà redenzione nella battaglia per il destino dell’Universo nel terzo atto, brandendo Mjolnir e Stormbreaker e riaffrontando Thanos in una ricostruzione totale della dimensione epica e divina, seppur in una forma sgraziata.

Thor: l’arco di trasformazione più interessante del Marvel Cinematic Universe

Aspettando Love and Thunder e l’ipotetico Asgardiani della Galassia, il processo di evoluzione della dimensione caratteriale del Potente Thor parte da toni aulici, solenni, perfino shakespeariani; passando per raffinate dinamiche buddy comico-demenziali e infine verso una ricalibratura fuori tono, ma coerente con i dolori dell’uomo. Nonostante tutto però, in un viaggio in tutte le sfumature della vita, è un arco di trasformazione dinamico e mutevole quello del Dio del Tuono.

In uno stadio conclusivo – tuttavia – che, nello strappare a tutti i costi una risata “in stile James Gunn“, finisce con lo sminuire una connotazione preziosa in termini narrativi, d’insita e profonda drammaticità. Qualcosa che per molti ha rappresentato perfino un passo falso, ma che nelle intenzioni è senza dubbio tra le note caratteriali più liete del Marvel Cinematic Universe. Thor nasce Dio, cresce sulla Terra da uomo, si innamora, si evolve; si trasforma, vince duelli, perde amori, resta solo, accantona il suo retaggio da Odinson e scopre finalmente la sua essenza.

Chris Hemsworth in una scena de Thor: The Dark World
Il Potente Thor

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