The Voice of Hind Rajab recensione film di Kaouther ben Hania con Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury e Amer Hlehel
Cos’è il cinema se non una voce distinta in mezzo ad un mare di indifferenza?
Accolto con ben 23 minuti di applausi, The Voice of Hind Rajab è aldilà di ogni ragionevole dubbio il film che meglio rappresenta questa edizione del Festival del Cinema di Venezia.
Gennaio 2024: l’esericito israeliano ha circondato la striscia di Gaza: intere famiglie palestinesi sono costrette alla fuga e tentano in ogni modo e con qualsiasi mezzo di salvarsi dalla targedia che si sta con consumando sotto i loro occhi. La Mezzaluna Rossa, l’intermediario preposto alla ricezione delle telefonate di soccorso provenienti da Gaza, riesce a mettersi in contatto con Hind, l’unica superstite sopravvissuta al massacro della sua famiglia durante un tentativo di fuga dall’assedio israeliano. Hind ha solo 6 anni, nascosta nell’auto che è stata la tomba di coloro che volevano proteggerla, risponde alla telefonata di Omar e dei soccorritori che tenteranno per più di due ore di metterla in salvo con ogni strumento a loro disposizione: contro di loro lo scorrere del tempo e le infinite procedure alle quali la Mezzaluna rossa si deve attenere per garantire un corridoio sicuro ai paramedici che devono raggiungere il luogo del salvataggio.

Kaouther ben Hania crea un opera che và aldilà del concetto di trasposizione cinematografica: per tutta la durata del film abbiamo la possibilità di ascoltare i reali file audio estrapolati dalle telefonate che il gruppo di soccorritori fece con la bambina accompagnati da una fedele ricostruzione dell’episodio realmente accaduto attraverso accurate e concrete trovate registiche che divengono i pilastri che fanno dialogare la finzione cinematografica con l’universo del reale che intende denunciare. A ciò si aggiunge la maestria (già intrapresa da numerosi registi) nel dirigere la scena in un’unica stanza che diviene il microcosmo all’interno del quale convivono tutte le frustrazioni, le speranze e le rassegnazioni delle quali questa storia si fà tragicamente portatrice.
La dolce e innocente voce di Hind risuona nel silenzio della sala, in sottofondo le bombe e gli spari dei carroarmati che circondano la sua macchina ci introducono in una dimensione metacinematografica che ci rende partecipi e allo stesso tempo inermi di fronte al dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi favorendo così una sublimazione ed identificazione tra i protagonisti e lo spettatore: le loro urla e lacrime sono le nostre così come le speranze e le grida di goia quando sembra accendersi una fioca luce in fondo al tunnel della crudeltà umana.
Sarebbe altamente riduttivo tentare una catalogazione del film che si pone idealmente a metà tra l’opera di stampo politico, la fiction e il documentario, un vero e proprio atto di denuncia che ha come obiettivo primario quello di portare all’attenzione pubblica attraverso la storia di Hind, la condanna alla quale è stata ingiustamente sottoposta tutta la popolazione palestinese e renderla così universale, amplificata dal contributo produttivo e impatto mediatico di personalità conosciute del mondo cinematografico come Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Brad Pitt, Alfonso Cuarón e Jonathan Glazer.
Sì, film come The Voice of Hind Rajab ci ricordano che il cinema non è solo un mezzo per tradurre in immagini uno sguardo sul mondo ma è anche lo specchio all’interno del quale ci riflettiamo ogni giorno, anche se spesso è doloroso riconoscere l’umanità in quell’immagine così impietosa.

