The Testament of Ann Lee recensione film di Mona Fastvold con Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin e Tim Blake Nelson
Dopo Il mondo che verrà presentato nel 2020, la regista norvegese Mona Fastvold torna alla kermesse veneziana con l’opera dal titolo The Testament of Ann Lee, un musical co-sceneggiato dal regista, sceneggiatore e produttore (nonchè marito) Brady Corbet ispirato alla vera storia dell’omonima fondatrice a fine ‘700 del movimento degli Shakers, un predicamento pre-moderno che nacque dalla natia Inghilterra per arrivare allo Stato di New York che richiedeva agli aderenti oltre al celibato anche la completa astinenza sessuale come condizione necessaria per realizzare il regno di Dio in Terra predicato da colei che si faceva chiamare la “sposa dell’Agnello”.
Danze religiose convulse e canti evocativi al ritmo di musica aprono una pellicola che ha l’ambizione di raccontare la storia di una delle poche leader femminili del XVIII, una donna che sovvertì radicalmente i principi dell’epoca riscrivendo la storia delle sette religiose americane e inglesi di quegli anni, ai limiti del fanatismo religioso.
L’impatto visivo così tanto ricercato dalla Fastvold è notevole: la scenografia e i costumi sono stati curati nel dettaglio, le scene corali hanno un’energia magnetica e assorbente tanto da dare la sensazione allo spettatore di essere egli stesso coinvolto nel rito che sta prendendo vita sullo schermo, merito sicuramente anche del talento multiforme ed evocativo della protagonista Amanda Seyfried e di un vasto cast che comprende, tra gli altri, gli ottimi Thomasin McKenzie, Stacy Martin, Tim Blake Nelson e Lewis Pullman.
Una visione sicuramente impegnativa che richiede un grande sforzo allo spettatore: la regista decide di costruire un racconto parabolico che, partendo dalle origini di Ann e del movimento da lei fondato, termina con la sua morte accostando una grande densità di episodi che la videro protagonista senza però mai fornire un punto di vista personale, un’interpretazione che ne renda possibile una lettura contemporanea e ci faccia comprendere l’importanza del suo messaggio dal punto di vista di colei che ha voluto fortemente riportare la sua storia all’attenzione del pubblico: questo compito è affidato interamente allo spettatore.
Mona Fastvold crea una “favola epica” (come da lei stessa definita), un racconto stratificato e complesso di grande potenza visiva che, alle danze rituali e i canti spirituali, accosta molte scene di violenza con lo scopo di inglobare emotivamente lo spettatore all’interno dello scenario crudo e provocatorio dell’epoca e renderlo partecipe della rivoluzione storico-culturale della quale Ann Lee si fece portatrice, senza però mai entrare nel merito delle ragioni più profonde che spinsero la donna verso la guida di questo movimento.

