The Teacher recensione film di Farah Nabulsi con Saleh Bakri e Imogen Poots
di Luca Romani

Farah Nabulsi, autrice di cinema di protesta, politico e mai eccessivamente retorico, con la sua ultima opera The Teacher, trasporta lo spettatore all’interno di una pellicola vera, cruda, estremamente umana.
Primo lungometraggio di Nabulsi, la pellicola si apre con dei campi lunghi che esaltano la bellezza della terra palestinese. Floride piantagioni, villaggi, incantevoli paesaggi, vastissime distese di verde fiorito.
La narrazione è affidata a Basem El-Saleh (Saleh Bakri), professore di lingue, uomo turbato da un rocambolesco passato, deciso a lasciarsi alle spalle la sua precedente vita. Lisa (Imogen Poots), una giovane donna londinese che lo assiste, rappresenta invece l’occidentalità della cultura europea, necessaria per fornire un punto di fuoco del tutto esterno al macrocontesto della pellicola. Centrali nello sviluppo dell’intreccio principale sono Adam e Yacoub, due fratelli legatissimi l’un l’altro, abituati a vivere nell’inferno della loro quotidianità.
Nei primi atti della narrazione, The Teacher si serve di un evento simbolico, destinato a cambiare irreversibilmente le sorti della trama. In seguito, nulla sarà come prima, ogni singolo aspetto inscenato trasmette decadenza e disagio. La malvagità bellica dell’uomo, finora solo in minima parte accennata, esplode di colpo.
Lo spettatore viene immerso in un mondo alimentato da rancore e desolante inumanità. La perversione umana nei confronti di sofferenza e morte è concreta, palpabile, respirabile anche nei momenti meno sospetti. Nonostante sia lampante lo schieramento nei confronti dei palestinesi, non mancano personaggi corali israeliani di indiscutibile bontà d’animo.
La regista non omologa il male, non tenta di creare futili fazioni poste l’una contro l’altra, si limita a raccontare una realtà composta tanto nel bene quanto nel male da uomini, di tutte le sfumature. La scrittura è magistralmente eseguita, riesce a caratterizzare contesto e personaggi con brevi frasi, gesti, momenti, il tutto risulta perfettamente confezionato per fornire un quadro generale che non rilasci nessun particolare primario.

L’opera si serve di temi bellici di assoluta attualità per scavare nella coscienza dell’uomo. Depressione, crisi, superamento di traumi e concetto di famiglia sono concetti ben approfonditi e mai retorici.
Nonostante la pluralità di elementi tematici, la pellicola non si perde in nessuno di essi, donando a ognuno l’importanza che merita. La regia è verista, concreta, Nabusi ha scelto girare in Palestina poiché lì “la realtà delle immagini è più viva”. Racconta con estrema cognizione di causa l’abuso da parte di terzi in terre straniere, lo strazio della quotidianità, riporta in chiave spesso documentaristica un contesto dove ogni cosa è precaria.
La costruzione della suspence è così ben realizzata attraverso un sapiente utilizzo del montaggio alternato da rapire completamente l’attenzione, pienamente assorbito da ciò che osserva sullo schermo.
Nonostante tutto attorno ai protagonisti sia decadente, spoglio, privo di forma, una vana luce di sognante speranza è il vero file rouge che connette profondamente ogni sequenza. Nei momenti più neri, lì dove sembra tutto corrotto, la speranza, spesso salvifica, aggrazia le sequenze.
Le albicocche sopravvivono all’inverno?
Sì, sopravvivono


