The Long Walk

The Long Walk recensione film di Francis Lawrence [Anteprima]

The Long Walk recensione film di Francis Lawrence con Cooper Hoffman David Jonsson 

The Long Walk di Francis Lawrence (Credits Evan McKnight/Lionsgate)
The Long Walk di Francis Lawrence (Credits Evan McKnight/Lionsgate)

The Long Walk è uno dei primi romanzi di Stephen King, tra i più grandi autori della nostra epoca, tant’è che dai suoi scritti sono nati numerosi adattamenti audiovisivi. Scrittore prolifico ed estremo, King alterna opere straordinarie ad altre più acerbe. La storia di The Long Walk è un esempio di questa oscillazione.

King, volendo raccontare qualcosa di assurdo, estremo, non riesce a costruire i contorni di questo passato distopico che sta cercando di dipingere.  Se la fonte letteraria era così povera, la presenza di Francis Lawrence, regista della fortunata trilogia di Hunger Games, faceva sperare in un esito più avvincente. 

L’occasione distopica nella storia è data presumibilmente da una fine diversa della seconda guerra mondiale in cui gli USA si trovano in una nebulosa dittatura al cui vertice si trova  Il Maggiore (Mark Hamill).

Tuttavia, il film non riesce mai a definire davvero questo mondo: il contesto resta sfumato, quasi accessorio, e le motivazioni dietro l’evento centrale – la marcia – rimangono deboli e poco credibili.

L’obiettivo di Stephen King, Francis Lawrence e dello sceneggiatore JT Mollner è quello di mettere vari tipi di ragazzi maschi in una situazione al limite: quella di dover marciare per giorni, senza mai fermarsi, con la prospettiva di vincere o di venire uccisi dagli scagnozzi del Maggiore. Le motivazioni per cui la dittatura del Maggiore avrebbe dovuto istituire una tale gara, ogni anno, con iscrizione volontaria e a sorteggio per scegliere i cinquanta “fortunati”, non è dato da sapere. 

The Long Walk di Francis Lawrence (Credits; Murray Close/Lionsgate)
The Long Walk di Francis Lawrence (Credits; Murray Close/Lionsgate)

La struttura narrativa è semplice: una lunga camminata, cinquanta ragazzi che si candidano volontariamente, centinaia di chilometri e uccisioni progressive. Questo impianto, se da un lato è coerente con l’idea di base, dall’altro rischia la ripetitività e soprattutto spinge lo spettatore a porsi domande basilari: se non possiamo sapere le motivazioni della camminata, possiamo almeno capire il perché di questo sacrificio?

Se King, e di conseguenza JT Mollner, spingono per portarci in un mondo estremo, evitano totalmente di darci i parametri di ciò che per questi personaggi è sopportabile e di cosa no. Lo stesso premio del vincitore della camminata – denaro non quantificato e un desiderio da esaudire – non sembra poter giustificare la partecipazione a questa gara, soprattutto quando l’arruolamento è di base volontaria.

I personaggi parlano spesso di “non avere altra scelta”, ma perché? Quali sono le condizioni economiche, ma soprattutto politiche, del paese in cui stanno vivendo?

Nei pochi flashback che ci sono durante il film, i personaggi vivono in case agiate, ma non possono fare utilizzo a certi tipi di libri o vinili. Solo questo li spinge a questa camminata? Le poche conversazioni che fanno riferimento a una realtà disastrosa restano aleatorie, informi e sicuramente poco adatte a giustificare un mondo immaginario che non sembra avere alcuna verosimiglianza narrativa.

Nonostante il protagonista, Ray Garraty (Cooper Hoffman) accenni a fantasie sovversive, la componente politica resta sullo sfondo: cos’è davvero che si deve combattere? Ray, così come altri personaggi, si pongono contro Il maggiore, ma oltre questa opposizione, non c’è desiderio di ribellione e non si forma alcuna ideologia. Piuttosto, Mollner si concentra sulle relazioni dei partecipanti, rendendola una storia di fratellanza e di amicizia, assolutamente apolitica.

Tutti i personaggi sono suddivisi in una chiarissima gerarchia chiara di rapporti di potere all’interno del gruppo che favoriscono un andamento meno spettacolare di una storia già di per sé ripetitiva. I personaggi, come è solito fare King, sono costruiti come archetipi riconoscibili – il religioso fanatico, il sognatore, il ribelle, il carismatico – inseriti in una struttura narrativa che ne definisce rapidamente il ruolo e il destino.

L’atmosfera cameratesca si stabilisce subito dopo che Ray lascia la macchina della madre per unirsi agli altri partecipanti della camminata. In fretta siamo portati a definire  chi è inferiore, chi è divertente, chi sarà un personaggio transitorio e chi arriverà fino alla fine.

Il romanzo presentava  rapporti più complicati, ma il personaggio dimesso di Ray aveva molto più spazio. Mollner sceglie di rendere centrale l’amicizia tra il protagonista e Peter McVries (David Jonsson), l’unico personaggio che sembra portare con sé una visione più articolata.  La sua visione della vita nella crisi appare interessante e sicuramente il fulcro tematico su cui lo sceneggiatore voleva puntare, riuscendoci solo in parte: basta un personaggio di supporto per portare con sé l’intera ideologia di un film? Se la linea narrativa da perseguire era questa, concentrarsi su Ray e sulla sua vendetta appare fuorviante e meno interessate. 

JT Mollner non riesce ad apportare quelle migliorie necessarie per rendere un prodotto letterario adatto alla complessità di un lungometraggio: il film appare racchiuso in un’idea di soggetto forte incapace di svilupparsi in interessanti direzioni che potevano essere politiche e relazionali.

In un film che, data la situazione mondiale attuale, poteva dire qualcosa in più, creare parallelismi, ponti e storie, The Long Walk si limita a riprodurre su schermo uno dei primi libri di Stephen King, con tutti i difetti e tutti i limiti dell’opera. 

The Long Walk di Francis Lawrence (Credits; Murray Close/Lionsgate)
The Long Walk di Francis Lawrence (Credits; Murray Close/Lionsgate)

Sintesi

Una distopia crudele e potenzialmente potente che però resta in superficie: la marcia diventa metafora di controllo e annullamento, senza che il mondo attorno prenda davvero forma. Un racconto ripetitivo che si concentra sulle dinamiche tra i personaggi, ma rinuncia a sviluppare fino in fondo le sue implicazioni politiche e simboliche, lasciando intravedere più potenziale che sostanza.

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