The Hateful Eight

The Hateful Eight recensione del film di Quentin Tarantino

The Hateful Eight recensione del film di Quentin Tarantino con Samuel L.Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Bruce Dern, Walter Goggins, Michael Madsen, Demián Bichir e Tim Roth

Che ci si possa credere o meno, l’ottavo film di Quentin Tarantino (Kill Bill Vol.1-2, Bastardi senza gloria) ha rischiato in più di un’occasione di non vedere la luce; il che fa strano perché The Hateful Eight (2015) – pur non essendo forse la più riuscita delle opere del regista americano degli ultimi dieci anni – rappresenta certamente una delle atipicità narrative più interessanti dell’opus tarantiniano.

Dopo il leak della sceneggiatura, Tarantino aveva intenzione di svilupparlo in forma letteraria. Ci volle tutta la persuasione di Samuel L. Jackson per convincerlo a portare avanti il progetto. Per ovviare al leak, Tarantino optò per delle modifiche sostanziali. Rispetto alla sceneggiatura originale infatti, il fato del Maggiore Marquis di Jackson, sarebbe dovuto essere decisamente molto più cupo e cruento.

Samuel L. Jackson, Kurt Russell e Jennifer Jason Leigh
Samuel L. Jackson, Kurt Russell e Jennifer Jason Leigh in una scena de The Hateful Eight

Pur essendo la seconda parte del dittico western con cui Tarantino rende omaggio a Sergio Corbucci – l’altro “padre” degli spaghetti-western; The Hateful Eight nei piani originali sarebbe dovuto essere il sequel di Django Unchained (2012) dal titolo Django in White Hell. Idea poi accantonata a favore di un racconto più atipico e caratteristico.

Nel cast figurano Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Bruce Dern, Walter Goggins; e ancora Michael Madsen, Demián Bichir, James Parks, Tim Roth e Channing Tatum.

The Hateful Eight: la sinossi 

Siamo nel 1877, qualche anno dopo la fine della Guerra Civile Americana. Una diligenza procede spedita lungo un Wyoming innevato verso la città di Red Rock. Il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) sta per consegnare la criminale Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) – su cui c’è una taglia da 10.000 dollari – al patibolo. Soprannominato Il Boia, Ruth non uccide mai le sue prede, perché crede che anche i boia debbano fare la loro parte. Durante il tragitto la diligenza guidata da O.B. Jackson (James Parks) incontrano il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson); un ex soldato di colore dell’Unione divenuto cacciatore di taglie.

Jennifer Jason Leigh
Jennifer Jason Leigh in una scena de The Hateful Eight

Dopo qualche perplessità, i due decidono di fare “società” e di non interessarsi in alcun modo delle “prede” dell’altro. Nel corso del viaggio sale a bordo della diligenza anche Chris Mannix (Walton Goggins); altro celebre criminale che ha scelto però di mettere la testa a posto. La bufera imperversa lungo la strada per Red Rock, così i cinque viandanti decidono di fermarsi all’emporio di Minnie. Quella che sembrava essere una semplice sosta pacifica, si rivelerà un astuto tranello ordito da qualcuno che vuole Daisy libera a tutti i costi. Ma potrebbe non bastare.

Tra La cosa e Il grande silenzio

Come ogni opera di Quentin Tarantino, anche The Hateful Eight non è esente d’omaggi citazionisti. A partire da La foresta pietrificata (1936), un quasi introvabile film degli anni Trenta con Humphrey Bogart, che rievoca moltissimo il concept alla base del racconto. Con una diligenza di mezzo – chiaramente – non può non venire in mente Ombre rosse (1939), fortemente rievocato anche nel tono degli scambi dialogici. Ma è nel corpus del racconto dell’emporio di Minnie che Tarantino dà il meglio di sé; a partire da un lieve fascio di luce dall’alto che rievoca – nell’impostazione – un momento particolare de Quarto potere (1941).

La caratteristica paranoia che prende corpo nel tra gli agenti scenici – e con il volto di Kurt Russell in scena – non può non far tornare alla mente La cosa (1982) di John Carpenter. L’omaggio di Tarantino al regista di Halloween (1979) si dispiega tra scelte fotografiche all’uso dei picchetti; sino alla colonna sonora – sempre di Morricone – rievocatrice in alcune sonorità.

Kurt Russell
Kurt Russell in una scena de The Hateful Eight

Ma anche citazioni testuali. A partire dal nome della cittadina di Red Rock che rimanda a un celebre neo-noir/western con protagonista Nicolas Cage; sino alla targa della diligenza, la stessa di quella de Quel treno per Yuma (1957). Il grosso del lavoro citazionista operato da Tarantino sta nell’omaggio a Corbucci, che in The Hateful Eight trova ben due rimandi specifici. Il primo – quello certamente meno noto – è da configurarsi nel vestiario del Maggiore Marquis di Jackson; gli stessi abiti, o quasi, di quelli indossati da Django nel film omonimo di Corbucci del 1966. Il secondo riguarda invece il contesto scenico del Wyoming innevato, rievocante il capolavoro del regista italiano; quel Il grande silenzio (1968), con protagonisti Jean-Louis Trintignant e Klaus Kinski, contemporaneo a C’era una volta il West (1968) e con cui proseguire la filosofia Spaghetti del cinema western all’italiana.

The Hateful Eight: Il prologo divino e la diligenza per Red Rock

L’apertura di racconto de The Hateful Eight è tra le più epiche e sontuose del cinema di Tarantino. La seconda parte del dittico western parte con campi lunghi sino ad avvicinarsi al volto di un Cristo di legno in croce. Con cui Tarantino – per mezzo di una regia sapiente – ci fa saggiare ogni singola scheggia e incurvatura del corpo. Il Cristo di legno lascia progressivamente spazio alla diligenza per Red Rock, per mezzo di una regia che – in tal senso – dà pieno respiro all’immensità e del freddo del paesaggio innevato. Il caratteristico e suggestivo prologo, mette in chiaro la scelta di Tarantino di tornare alla narrazione episodica “per capitoli”; procedendo così con una lieve a-linearità giustificata dagli eventi scenici.

Tra redivive Leone, panoramiche e dettagli di cavalli che nitriscono e zoccoli, e la meravigliosa colonna sonora di Ennio Morricone – premiata agli Oscar 2016; Tarantino dispiega un intreccio scenico dal ritmo graduato. Caratterizzato da una componente dialogica ficcante, incisiva, dalle battute “pastose” o dense “come la melassa”.

La diligenza per Red Rock
La diligenza per Red Rock in una scena de The Hateful Eight

Il tragitto per Red Rock permette a Tarantino di giocare con i topoi di genere del suo paesaggio innevato; nella penombra di una fotografia misurata con cui fa Tarantino fa vivere i suoi personaggi di brillanti dialoghi. Espediente con cui far crescere l’alchimia scenica del Boia di Russell e del Mag.Marquis di Jackson, tra una famigerata lettera da Lincoln – ennesimo MacGuffin dell’opus Tarantiniano – e teorizzazioni sul ruolo del bounty hunter. Quest’ultimo espediente tematico va a valorizzare– di riflesso – le caratterizzazioni leoniane dei personaggi; delineando un’opposizione dicotomica con cui giustificare l’appellativo de Il Boia, e specificando il modus operandi del Maggiore Marquis.

La brillante sequenza di un atipico kammerspiel in movimento vive dell’intento di Tarantino di arricchisce il mosaico delle caratterizzazioni dei personaggi. Così facendo la presenza scenica dello Sceriffo Mannix di Goggins – ad esempio – risulta funzionale nell’economia del racconto; specie nell’approfondimento del background scenico dei protagonisti. Ennesimo espediente che rimanda al cinema di Leone, con cui Tarantino valorizza – e mitizza – la componente scenica dei suoi anti-eroi “sporchi”. In una simile palude narrativa ad emergere alla distanza è il personaggio che più passa inosservato; quella Daisy della Leigh che vive di una recitazione fisica e compassata, per poi evolversi rivelando la sua natura per mezzo di sprazzi d’energia leggendari – a pieno titolo la pietra narrativa di The Hateful Eight.

L’emporio di Minnie, Tarantino e i suoi otto (più uno) piccoli indiani

Nell’emporio di Minnie, in cui si configura il corpus del racconto, si dispiega la brillante atipicità della rilettura del genere western di Tarantino. Se in apertura di racconto The Hateful Eight ruota attorno alla rilettura leoniana del topos della diligenza; lungo tutto il secondo atto la caratteristica componente western si riduce a mera cornice scenica. Tarantino dipana così un “racconto nel racconto” con cui potenziare – di riflesso – la componente kammerspiel nel declinare una narrazione di pura suspense a metà tra Dieci piccoli indiani e La cosa – tra Hawks e Carpenter.

Tra giochi di potere, alleanze e silenzi, nel buio di una fotografia in blu – fortemente rievocativa del gioiello di Carpenter – e di fioche luci diegetiche, si dispiega il talento registico e “di scrittura” di Tarantino. Il cineasta americano riesce così nell’intento d’ingigantire esponenzialmente il valore della propria arena sviluppando il significato allegorico del suo racconto.

Samuel L. Jackson e Damian Bichir
Samuel L. Jackson e Demián Bichir in una scena de The Hateful Eight

In questo modo Tarantino va a codificare un microcosmo del contesto scenico dell’epoca che vive – di riflesso – dell’esplicazione del sottotesto storico-culturale della Guerra di Secessione. Così facendo il regista di Pulp Fiction (1994) e Jackie Brown (1997) riesce nell’intento di valorizzare le caratterizzazioni sceniche e le relative dinamiche relazionali. A guadagnarci è la narrazione di The Hateful Eight, vivacizzandosi per mezzo di sali-scendi emozionali, e d’inversioni di polarità nelle sopracitate dinamiche. Nell’arena dell’emporio di Millie, Tarantino riesce infatti non soltanto ad inquadrare specifici ruoli tra i suoi agenti scenici, ma anche di configurare momenti narrativi dal differente respiro; ora romantici ed emozionali, ora epici e altri ancora sorprendenti.

Tarantino gioca così con una progressiva costruzione e decostruzione della suspense, manipolando le svolte narrative, agendo per mezzo di digressioni temporali e operando sulle intenzioni dei suoi protagonisti in scena. Il risultato è l’annidare un falcidiante sospetto tra i membri della locanda – reso scenicamente tra accuse, insinuazioni, e un caffè forse un po’ troppo corretto.

The Hateful Eight: Tarantino e la sperimentazione narrativa

Per alcuni fan accaniti è da ritenersi addirittura un film minore se non il simulacro di un’apparente “flessione” artistica; questo per via del ritmo dosato, l’ambientazione cupa, e l’assenza di quella vivacità del suo “primo” periodo. L’ottavo film di Quentin Tarantino è da ritenersi piena espressione della duttilità artistica del suo autore.

Laddove il cinema di Tarantino ha saputo evolversi passando dai brillanti e genuini artifici narrativi degli esordi, a racconti dal respiro più maturo con cui rileggere i traumi e gli orrori della storia; The Hateful Eight è l’antitesi narrativa di Django Unchained, in una dimensione del conflitto più intima – ma non meno efficace. Quella che viene definita quindi come una flessione, altro che non è una maturazione; un’evoluzione della poetica registica con cui Tarantino rende omaggio al cinema e ai suoi idoli.

Sintesi

Tra kammerspiel innevati, siparietti comico-fisici tra Kurt Russell e Jennifer Jason Leigh, e caratterizzazioni "da Spaghetti", Tarantino gioca con una progressiva costruzione e decostruzione della suspense, manipolando le svolte narrative, agendo per mezzo di digressioni temporali e operando sulle intenzioni dei suoi protagonisti in scena. Il risultato è l'annidare un falcidiante sospetto tra i membri della locanda - reso scenicamente tra accuse, insinuazioni, e un caffè forse un po' troppo corretto.

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