TENET e il tempo tra fisica quantistica e palindromi

Il concetto di tempo in TENET di Christopher Nolan, tra la Teoria dell’azione a distanza di Wheeler-Feynman e il Quadrato del Sator

Per alcuni un genio visionario, per altri quanto di più lontano esista dal concetto stesso di cinema; nell’opinione comune del cinefilo medio è questo Christopher Nolan. Per certi versi quindi, ha un che di ironico che sia stato proprio il suo TENET (2020) il primo grande film distribuito a livello globale nel post-lockdown da COVID-19. Che lo si ami o lo odi infatti, ad ogni film realizzato Nolan conferma la sua fama di autore controverso; non tanto nei temi trattati chiaramente, quanto per il linguaggio filmico utilizzato.

Non ha fatto eccezione TENET a partire dal titolo palindromico della parola TEN/Dieci. Al suo undicesimo lungometraggio infatti, Nolan è andato oltre, riuscendo così a spaccare critica e pubblico non più in due, ma “in quattro”. Ironie a parte, l’opera di Nolan ha davvero diviso – e dividerà ancora – l’opinione pubblica, per via della complessità della mole narrativa. Con TENET infatti, Nolan prosegue il suo percorso filmico di narrazioni elaborate connotate da un forte elemento temporale; a mutare, stavolta, è il modo in cui Nolan declina l’espediente scenico del tempo, e come questo influisce nell’economia del racconto.

John David Washington e Robert Pattinson in TENET
John David Washington e Robert Pattinson in una scena di TENET

Dalla poetica cinematografica ben distinguibile, il cinema di Nolan viene spesso associato a quello di Villeneuve per via di intrecci ragionati e una messa in scena che vive di un contrasto tra toni freddi ed esplosive passioni. In ambo i casi, non si sbaglia nel definire Nolan e Villeneuve come dei figli cinefili della poetica spielberghiana – ovvero cineasti che realizzano un “cinema d’intrattenimento d’autore” intelligente e brillante.

Laddove però Spielberg lascia spazio allo sviluppo delle emozioni, sia Villeneuve che – soprattutto – Nolan lavorano sul calcolo al millesimo dell’intreccio scenico, mettendo a dura prova lo spettatore. In tal senso, TENET rientra appieno nella poetica di Nolan; tanto da poter essere definito – per certi versi – il manifesto del suo modo di fare cinema.

Il tempo nel cinema di Christopher Nolan

Il tempo ha sempre inciso nelle narrazioni di Christopher Nolan, ma (quasi) sempre in modo differente. In Memento (2000) e in The Prestige (2006) ad esempio, il tempo influisce nella caratterizzazione dell’agente scenico; ora mostrandoci una limitazione nell’agire del protagonista, ora potenziando la sua presenza per mezzo dell’espediente della clonazione. In Insomnia (2002) ed Interstellar (2014) invece, Nolan dilata il tempo, lo porta agli estremi, giocando ora con una non-alternanza di giorno e notte, ora arrivando sino ai confini dell’Universo – influendo quindi, di riflesso, sugli archi di trasformazione dei suoi protagonisti.

Tra Inception (2010) e Dunkirk (2017), il tempo nel cinema di Nolan diventa relativo; agendo così ora nello sviluppo di una narrazione onirica tra totem ed estrazioni, ora nel generare un’atipicità nel cinema bellico, con cui raccontare dell’Operazione Dynamo attraverso tre linee temporali diverse. 1 settimana, 1 giorno, 1 ora.

Il tempo nel cinema di Christopher Nolan, da Memento a TENET
Il tempo nel cinema di Christopher Nolan, da Memento a TENET

Con TENET invece, Nolan agisce direttamente nell’entropia di causa ed effetto – o per meglio dire “effetto-causa” – in una narrazione ibrida tra gli 007 di Dalton e Craig, e i toni della saga di Jason Bourne; un racconto che è puro spy-movie da contemporanea Guerra Fredda. Un espediente brillante che opera nelle dinamiche delle azioni sceniche, del contesto narrativo, dell’elemento dialogico e infine degli archi narrativi dei suoi agenti scenici.

La chiave di TENET: la teoria dell’azione a distanza di Wheeler-Feynman

Il racconto di TENET, dai più ritenuto come onanismo pseudo-scientifico, poggia in realtà le basi narrative su una teoria di fisica quantistica. Un’interpretazione dell’elettrodinamica nota come Teoria dell’azione a distanza di Wheeler-Feynman; che prende il nome dai fisici Richard Feynman e John Archibald Wheeler. La Wheeler-Feynman basa il suo assunto sulla simmetria rispetto all’inversione temporale. Non c’è ragione per cui, dietro alla rottura della simmetria rispetto all’inversione temporale, questa determini una direzione preferenziale del tempo; ovvero una distinzione tra passato e futuro. In altri termini, la Wheeler-Feynman ipotizza come non è necessaria la risoluzione del nesso di casualità lineare “causa-effetto” affinché tale evento non si realizzi.

Robert Pattinson in una scena di TENET
Robert Pattinson in una scena di TENET

Partendo da questo assunto, è chiaro come l’elemento temporale di TENET sia atipico e inedito; specie rapportato all’interezza dell’opus Nolaniano. L’inversione dell’entropia di causa ed effetto infatti, permette di agire sulle singole componenti del racconto. Una crescita graduata della caratterizzazione narrativa di TENET, che Nolan declina ora operando sull’azione scenica di uno sparo, ora in battute dette al contrario; e ancora sul contesto scenico con il mondo straordinario “invertito”, e infine sulla posteriorità dell’arco narrativo del protagonista.

Così facendo, Nolan codifica una nuova grammatica filmica, con cui invertire l’abituale linearità entropica. Un giocare d’effetto/causa tra passato e futuro – o futuro e passato – con cui Nolan realizza un autentico artificio narrativo; declinando così un viaggio dell’eroe lineare, ma sempre in bilico tra deja-vù e a posteriorità.

La risoluzione del conflitto scenico: TENET e il Quadrato del Sator

La risoluzione del conflitto scenico rappresenta senza dubbio l’apogeo di TENET; caratterizzando la climax della sua opera, per mezzo di un effettivo palindromo filmico. Nel dispiego di una missione di salvataggio da consumata spy-story, Nolan realizza la collisione tra la dimensione invertita e quella reale; giustificando narrativamente alcune scelte stilistiche. Quella operata da Nolan, in un’elaborata sequenza tra chi agisce linearmente e chi posteriormente nella stessa arena scenica, non è un mero vezzo registico; piuttosto una declinazione filmica del Quadrato del Sator, un quadrato magico composto da cinque parole:

SATOR
AREPO
TENET
OPERA
ROTAS

La caratteristica insita di questo quadrilatero verbale, è che, che lo si legga linearmente – cioè parola per parola – o dall’alto in basso; leggeremo sempre le parole: “SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS“. Un palindromo multiforme dalla storia antichissima (79 d.C.) sia in forma di frase testuale che reso come quadrato. Interessanti, soprattutto, le riflessioni sul significato delle singole parole; a partire da SATOR che è da intendersi come “padre” nel senso di “creatore” nonché quindi “padre celeste”. Sino ad AREPO il cui significato trova rimandi nel greco antico, ἅρπη/harpe (falce); da intendersi quindi come un’estensione fisica dell’agire del padre celeste.

John David Washington e Robert Pattinson in una scena di TENET
John David Washington e Robert Pattinson in una scena di TENET

La tesi sostenuta da molti storici, in tal senso, è che SATOR AREPO non sia altri che Saturno/Crono. Come narrato nella Teogonia di Esiodo, Crono utilizzò una falce per evirare il padre Urano, ponendo così fine la sua tirannia. Per i Romani, Saturno andava a configurare presagi positivi, essendo il suo culto legato alla prosperità, sia come civiltà che agricola. Riguardo TENET OPERA ROTAS invece, le parole singolarmente significano “guida“, “opere” “ruote“; che in una traduzione libera potrebbero andare ad indicare un guidare le opere tramite le ruote – da intendersi come ruote celesti del destino.

La dicitura di TENET quindi, al di là di letture più specifiche e accurate, si può così interpretare come un rimando alla guida divina di Saturno. Un presagio positivo per l’avvenire; in una forma ciclicamente palindromica che – immaginiamo – potesse potenziarne gli effetti.

L’opera più caratteristica e divisoria di Christopher Nolan

I difetti del racconto di Nolan sono evidenti, larga parte delle svolte narrative – come i tornelli d’inversione – suonano come pretesti scenici per giustificare la trovata alla base del racconto; e la caratterizzazione dei personaggi in scena è poco approfondita. Basti pensare che il protagonista del racconto si chiama, letteralmente, Il Protagonista; un agente scenico che incede nel racconto interagendo con caratterizzazioni che sono poco più che archetipi di funzioni sceniche – e non personaggi vivi ed empatici.
Molti critici hanno parlato di mancanza d’ironia ed emozioni, ma se da una parte in TENET si ride di gusto negli scambi tra Washington e Pattinson, è pur vero che è difficile entrare in empatia con personaggi poco delineati.

Nonostante tutto però, nell’opera di Nolan c’è una magia unica, nell’insita convinzione del suo autore di riuscire a declinare la tematica temporale in modo intelligente e sempre – e comunque – brillante. TENET è esattamente questo, un’esperienza sensoriale avvolta in un gioco tra passato e futuro – o futuro e passato; una narrazione elaborata di un gioco (forse) fine a sé stesso, a cui però è un piacere prender parte. Un film certamente non per tutti, o forse, solo per chi entra in sala sapendo che non potrà permettersi distrazioni nella giostra cerebrale di Nolan.

Tenet: il poster italiano
Tenet: il poster italiano

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