Strange Days

Strange Days recensione film di Kathryn Bigelow [Flashback Friday]

Strange Days recensione del film di Kathryn Bigelow con Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis, Vincent D’Onofrio, William Fichtner e Tom Sizemore

Dopo Point Break – Punto di rottura (1991), la carriera di Kathryn Bigelow era in ascesa configurando le basi di un cinema sporco, vero, fatto di sequenze action corpose e di tematiche esistenziali e mature. Dopo i bikers del drama d’esordio con The Loveless (1983), l’horror con l’atipico Il buio si avvicina (1987); il cop tra il drama solido de Blue Steel – Bersaglio mortale (1990); e il buddy del sopracitato Point Break – la Bigelow si affaccia alla fantascienza distopica con Strange Days (1995). Un’opera sagace dal titolo tipicamente doorsiano, permeata di citazionismo e toni sporchi che conferma gli stilemi della poetica della sua cineasta e della sua inventiva.

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Kathryn Bigelow sul set de Strange Days
Kathryn Bigelow sul set de Strange Days

Strange Days infatti, a prescindere da un’anima sociale più forte oggi che non all’epoca del rilascio, è pura innovazione: A partire dal pionieristico uso della soggettiva in extended POV (Point of View) per le clip da filo-viaggio, rese possibile da una cinepresa leggera da 35mm progettata dall’ex-marito James Cameron – che qui figura come produttore e co-sceneggiatore. Le soggettive danno dinamismo e vivacità al racconto, facendoci immergere nel sub-urbano distopico di una Los Angeles da near-future molto più vicina di quanto non sembri.

Nel cast figurano Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis, Vincent D’Onofrio, William Fichtner e Tom Sizemore; e ancora Brigitte Baki, Michael Wincott, Richard Edson e Glenn Plummer.

Strange Days: sinossi

1:06:28 a.m. – 30 dicembre 1999, Los Angeles. Lenny Nero (Ralph Fiennes) è un ex-poliziotto che, dopo esser stato radiato dalla Polizia, vive spacciando clips di filo-viaggio; frammenti video in cui vengono registrate esperienze di realtà virtuale che grazie al lettore SQUID includono input sensoriali. La tecnologia con cui ottenere simili frammenti video è ritenuta illegale dal Governo; ragion per cui, Lenny si muove nei sobborghi losangelini tra spacciatori e gente di malaffare.

La prostituta Iris (Brigitte Bako), amica di Lenny, nel frattempo, è braccata dai poliziotti Steckler (Vincent D’Onofrio) ed Engelman (William Fichtner); riesce a salvarsi per un miracolo, ma nella colluttazione che ne consegue, Steckler le strappa la parrucca con indosso la clip dell’inseguimento. Qualche ora dopo, Iris riesce a rintracciare Lenny e la sua auto; infilandovi la clip nel sedile posteriore. Lenny, in quell’istante, è in un bar a bere con Lornette Mason (Angela Bassett) e il detective Max Peltier (Tom Sizemore).

Angela Bassett e Ralph Fiennes
Angela Bassett e Ralph Fiennes in una scena de Strange Days

Qualche ora dopo, Lenny riceve per posta una clip contenente lo stupro e omicidio di Iris. Rintracciata la sua ex-fidanzata Faith (Juliette Lewis), di cui è ancora innamorato, Lenny scoprirà che l’omicidio di Iris è solo la punta di un iceberg riguardante corruzione alle alte sfere, violenza sugli afroamericani e perfino la stessa Faith. A due giorni dalla fine del Millennio, Los Angeles è in subbuglio; e Lenny dovrà fare i conti con i fantasmi del passato.

Lenny Nero e i filo-viaggi

Il primo piano di un occhio degno di Blade Runner (1982); una soggettiva sgranata e infine delineata totalmente in piano sequenza. Una rapina a mano armata adrenalinica in un ristorante cinese; l’arrivo degli sbirri e infine una corsa disperata su per le scale. Un elicottero e infine un salto disperato da un palazzo all’altro; infine un ritorno alla realtà in una componente dialogica netta e cruda. Si apre così il racconto di Strange Days, nel presentarci le regole del contesto scenico fatto di clip di esperienze al limite; black jack clip (morti in diretta); pornografia e di mercanti di frammenti video.

La Bigelow ci presenta così il Lenny Nero di Fiennes, coscienza narrativa e punto di vista del racconto, di cui delinea i contorni caratteriali di moralità e rettitudine in un mondo che ne ha ben poca. Nella contrattazione che ne consegue infatti, la Bigelow costruisce il contesto di riferimento, ponendo il focus sulle ragioni del suo agente scenico:

Lenny, mi dici sempre di portarti la vita di strada; d-di portarti la vita reale, che la vita mondana o disperata di un uomo è il technicolor per un altro!

Ralph Fiennes
Ralph Fiennes in una scena de Strange Days

Filo-viaggi come vivere la vita d’altri per mezzo di clip cerebrali, in un’astrazione dalla realtà che trova così potenziamento nel ruolo di mercante delle stesse. Espediente attraverso cui valorizzare le ragioni di senso del Lenny di Fiennes, in un agire esperienziale passivo; da consumatore – e al contempo smerciatore – di esperienze di vita (e vite) altrui:

Ora senti, voglio che tu sappia esattamente di cosa stiamo parlando. Okay? Questa non è come la TV, è un po’ meglio. Questa è vita reale. Un pezzo di vita di qualcuno. Puro e integrale, dritto dalla corteccia cerebrale. Insomma, sei lì, lo stai facendo, lo stai vedendo; lo stai sentendo, lo stai provando. Esattamente qualunque cosa tu voglia, chiunque tu voglia essere, okay? […]. Come irrompere in un negozio di liquori con una 357 Magnum; sentire l’adrenalina che ti pompa nelle vene. […] Io posso farti avere quello che vuoi, posso farlo, posso procurarlo; qualunque cosa, non devi fare altro che parlare con me, fidati di me, fidati! Perché io sono il tuo confessore. Sono il tuo strizzacervelli; io sono il tuo collegamento diretto alla centralina delle anime. Io sono l’uomo magico. Il Babbo Natale del subconscio. Lo dici, lo pensi, puoi averlo.

Così facendo, la cineasta de The Hurt Locker (2008) pone le basi drammaturgiche con cui potenziare l’arco di trasformazione dispiegatosi. Un simile agente scenico infatti, dalla vibrante criticità postmoderna, viene gettato in un contesto narrativo da guerriglia da strada, degno della Los Angeles da cacciatori di replicanti di Scott e Dick.

Il 1999 secondo Kathryn Bigelow: la forza e la debolezza di Strange Days

Ne deriva, lungo tutto il racconto, una riflessione “al limite” della vacuità dei festeggiamenti di Capodanno in un mondo allo sbando, in un concept da near-future che trasuda pessimismo, al sapore di quella fantascienza sociale degli anni cinquanta. Strange Days infatti, presenta una ratio filmica similare agli albori del genere, trovando però un potenziamento di valore, nel raccontare delle ultime ore a cavallo tra Vecchio e Nuovo Millennio.

La forza di un simile concept sta proprio nella sua genesi a metà degli anni Novanta, con cui gettare un occhio critico alla fine della decade di riferimento. Un near future quindi, che non guarda a dieci/vent’anni in avanti, piuttosto a poco meno di quattro anni dopo. In un domani mascherato da presente, o di giorni di un futuro (ormai) passato, attraverso cui la Bigelow costruisce una distopia feroce che cova al suo interno una riflessione critica della sua epoca.

Il Capodanno del Millennio
Il Capodanno del Millennio nella climax di Strange Days

L’atipicità di Strange Days è al contempo la propria debolezza. Nel raccontare infatti degli usi fantascientificamente fantasiosi dello SQUID (Dispositivo Superconduttore a Interferenza Quantica) come fotocamera ante-litteram, l’opera della Bigelow va ben oltre l’avvenirismo del progresso tecnologico. Un concept quindi, che nel raccontare della sua epoca tra poliziotti corrotti e stato di polizia; guerriglie; violenze su afroamericani e prostitute; costruisce una connotazione fantascientifica fuori dalla propria epoca di riferimento.

Il neo-noir tra passato e presente

Lungo tutto il primo atto la cineasta de Zero Dark Thirty (2012) codifica la crescita della dimensione caratteriale del Lenny di Fiennes. Delineando così un solido background tra un passato da poliziotto e soggettive di vita felice attraverso cui dar colore all’agente scenico in un’aura da Walter Neff wilderiano postmoderno, a cavallo tra passato e presente. Nell’ingresso a posteriori della Faith di una Lewis eterea e femme fatale infatti, si trovano i germogli del conflitto scenico “presente”, sviluppando così l’anima da neo-noir del racconto con l’allargamento delle maglie relazionali e l’ingresso scenico del Max di Sizemore e della Lornette della Bassett tra ambiguità ed empatia.

Juliette Lewis in una scena de Strange Days
Juliette Lewis in una scena de Strange Days

La cineasta di Detroit (2017) tesse così un intreccio solido, dal ritmo compassato e dalla crescita graduata in un’atmosfera soffusa tra night e pestaggi, manipolazioni, omicidi e stupri. È nel secondo atto infatti, che le anime del racconto di Strange Days si compenetrano. Il near future incontra l’elemento neo-noir nelle black jack clip – rilettura ante-litteram dei contemporanei snuff movie e i revenge porn – in una crescita del racconto che va a diradare la nebbia dell’enigmatico e complesso intreccio, attraverso cui la Bigelow procede valorizzando la sua atipicità, in un incedere di clip in clip soggettiva – agendo così in modo organico e coerente con la ratio del racconto.

Cult movie che resiste (e migliora) allo scorrere del tempo

Nella climax abilmente codificata lungo tutto lo sviluppo del racconto, la Bigelow alza la cifra stilistica della scrittura, portando a compimento dell’arco di trasformazione del Lenny di Fiennes da agente scenico passivo ad attivo. Un riabbracciare la vita affrontando fantasmi del passato, doppio gioco e voyeurismo hitchcockiano estremo con cui la cineasta de Blue Steel realizza un solido racconto a cavallo tra tradizione e innovazione. Strange Days rilegge infatti i topos del cinema noir; guarda al passato; volge al futuro con la sua connotazione fantascientifica; per leggere le aberrazioni del presente.

Un’opera atipica, insolita, affascinante, perfino incoerente, e dalla forza narrativa senza tempo. Un concept da cui emerge un’acuta riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia “dalla posteriorità“, più incisiva oggi che non al momento del rilascio in sala. Negli anni novanta infatti, l’opera della Bigelow si permeava di un pessimismo insoluto (e insolvibile) con cui riflettere sul marciume della società. Oggi invece, in un mondo dilaniato dagli stessi malanni, Strange Days fa (inoltre) riflettere sul medium-immagine e sulla manipolazione della stessa; agendo ora in direzione del peso assunto dai social, ora sugli effetti derivati dall’essere consumatori d’esperienze altrui. Un concept senza tempo e fuori dal tempo.

La locandina de Strange Days
La locandina de Strange Days

Sintesi

Strange Days rilegge i topos del cinema noir, guarda al passato per volgere al futuro con la sua connotazione fantascientifica per leggere le aberrazioni del presente. Un'opera atipica, insolita, affascinante, perfino incoerente, e dalla forza narrativa senza tempo. Un concept da cui emerge un'acuta riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia "dalla posteriorità" più incisiva oggi che non al momento del rilascio in sala. Negli anni novanta infatti, l'opera della Bigelow si permeava di un pessimismo insoluto (e insolvibile) con cui riflettere sul marciume della società. Oggi invece, in un mondo dilaniato dagli stessi malanni, Strange Days fa riflettere sul medium-immagine e sulla manipolazione della stessa, agendo ora in direzione del peso assunto dai social, ora sugli effetti derivati dall'essere consumatori d'esperienze altrui. Un concept senza tempo e nella sua mutevolezza interpretativa, fuori dal tempo.

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