Shining

Shining recensione film di Stanley Kubrick con Jack Nicholson e Shelley Duvall

Shining recensione del film di Stanley Kubrick tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd Scatman Crothers

C’è un particolare momento filmico di Ready Player One (2018) in cui Steven Spielberg raggiunge il punto più alto e raffinato del suo citazionismo. Durante la macro-sequenza della corsa alla seconda chiave del Parzival di Sheridan infatti, il cineasta de Lo squalo (1975) ricostruisce interamente l’Overlook Hotel di Shining (1980) di Stanley Kubrick; rielaborandolo attraverso una nuova significazione videoludica, più coerente con il contesto narrativo di OASIS. Qualcosa molto più che semplice omaggio, e poco meno che un remake “autorizzato”; perfino giustificato se pensiamo alla grande amicizia che legava Kubrick e Spielberg.

Il fiume di sangue al piano terra dell'Overlook Hotel
Il fiume di sangue al piano terra dell’Overlook Hotel

I due si conobbero negli anni ottanta agli Elstree Studios, nel bel mezzo delle lavorazioni proprio di Shining, e de I predatori dell’arca perduta (1981); da allora un’amicizia fatta di corrispondenza e collaborazioni, di intuizioni e ispirazioni. Fu proprio l’uscita di Schindler’s List (1993) a far ridiscutere Kubrick di un progetto lungamente percorso come Aryan Papers, a cui lavorava dal 1976; così come, all’indomani della morte, fu Spielberg a completare il montaggio di Eyes Wide Shut (1999) e a portare alla luce A.I. – Intelligenza Artificiale (2001). Un omaggio che è quindi, saluto a un amico scomparso, e una storia che parte da molto lontano.

La genesi creativa tra libri lanciati e l’intrinseca valenza del tema

All’indomani dell’insuccesso commerciale di Barry Lyndon (1975), Kubrick voltò pagina ancora una volta, come testimoniato dal suo eclettico opus. L’idea era di realizzare qualcosa che fosse, per certi versi, “commerciale”. Un’opera fruibile al grande pubblico che al contempo contenesse quei tipici elementi intellettualmente stimolanti del cinema kubrickiano.

Si rinchiuse così nel suo studio ordinando al suo staff di inviargli pile di libri horror, mettendosi alla ricerca di un inizio che lo coinvolgesse al punto da pensare di poterci fare un film. Tra urla, libri lanciati nel pattume e altri contro il muro, arrivò infine il silenzio: Shining (1977) di Stephen King. Un’ispirazione che Kubrick cristallizzò così, parlando del tema:

C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana. Una parte malvagia. Una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio. Possiamo vedere la parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto.

All Work And No Play Makes Jack A Dull Boy
All Work And No Play Makes Jack A Dull Boy

Nel cast figurano Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Joe Turkel e Philip Stone.

Shining: sinossi

Jack Torrance (Jack Nicholson), scrittore ed ex insegnante disoccupato, accetta l’impiego come guardiano invernale dell’Overlook Hotel. Durante il colloquio con Mr Ullman (Barry Nelson) però, scopre che il precedente guardiano, Mr Grady (Philip Stone) ha avuto un esaurimento nervoso; sterminando così la sua famiglia per poi scegliere di suicidarsi. La cosa sembra perfino divertire Jack, scrollandosela di dosso; preferendo invece concentrarsi sull’opportunità di poter concludere il suo romanzo con tranquillità.

Jack, la moglie Wendy (Shelley Duvall) e il figlio Danny (Danny Lloyd) si trasferiscono così all’Overlook. Nonostante tutto però, Danny – che negli anni ha sviluppato poteri telepatici e di preveggenza – è convinto in cuor suo che ci sia qualcosa di pericoloso nell’albergo. Lo stesso gli viene confermato dal capocuoco Dick Halloran (Scatman Crothers), anch’egli dotato dello stesso dono: la luccicanza, lo shining. L’Overlook è infestato da un’entità demoniaca senza sonno. Sarà l’inizio di un incubo a occhi aperti tra gemelle ectoplasmatiche, fiumi di sangue e porte sfondate con l’accetta.

Jack Nicholson in una scena di Shining
Jack Nicholson in una scena di Shining

Shining: il rapporto tra Kubrick e Duvall, e l’importanza di Room 237

Il risultato fu una della lavorazioni più complesse della storia del cinema. Un disagio generalizzato per i metodi maniacalmente spartani che trova, nella relazione tra Kubrick e la Duvall, il perfetto simulacro. L’attrice de 3 donne (1977), musa di Robert Altman infatti, uscì devastata dalla mole di stress. Kubrick ebbe da ridire su qualsiasi cosa, dal modo di recitare, ai vestiti, i capelli; sminuendola costantemente al fine da facilitarne le emozioni davanti la macchina da presa, ma finendo con l’intaccarne l’equilibrio da “anima gentile” qual era.

Lo stesso può dirsi per gli altri membri del cast. Crothers minacciò più volte l’abbandono dal set; Turkel riferì di dilatatissimi tempi per la sua semplice scena; e Nicholson era così esasperato dai continui cambi di battute, da gettare in faccia il copione ai membri della troupe sapendo che tanto, di lì a poco, sarebbe stato rimodificato.

Danny Lloyd in una scena del film
Danny Lloyd in una scena di Shining

Della complessità narrativa di Shining parleremo più avanti, ma, l’opera di Kubrick è talmente densa e stratificata, da aver generato una mole infinita di speculazioni. Le più interessanti e colorite, trovano rimandi in Room 237 (2012) di Rodney Ascher; documentario in nove parti con cui scandagliare il racconto di Shining nella sua essenza (e ben oltre). L’opera di Ascher ha infatti il “demerito” di raccogliere tesi, perlopiù complottistiche, delle più disparate. Riflessioni sull’Olocausto e il genocidio dei Nativi americani avvolte in macchine da scrivere Adler e barattoli di lievito Calumet; un intero sottotesto/testamento spirituale con cui Kubrick confessa il suo coinvolgimento nell’allunaggio dell’Apollo 11; nonché un sagace parallelismo con il mito di Teseo e il Minotauro.

Room 237 pone inoltre l’attenzione sull’uso delle lente dissolvenze di Kubrick e giochi d’immagini; su di una formidabile aerografia nei titoli di testa contenente il volto stesso del regista; per poi chiudere con una sagace analisi su di un eventuale visione sovrapposta di Shining dall’inizio alla fine. Elementi suggestivi e coloriti, perlopiù forzati e giocosi, ma che ben rappresentano, di riflesso, la valenza filmica di Shining e il suo retaggio nelle decadi.

L’apertura di racconto tra macabro voyeurismo e difficoltà relazionali

La spettrale colonna sonora della Carlos che vibra in modo fragoroso; una panoramica aerea di un isolotto sperduto appena costeggiato; dissolvenza delicata su di un auto gialla di cui seguiamo il percorso; la camera incede stringendo il raggio d’azione in un suggestivo campo lungo di cui seguitiamo sino all’arrivo del maestoso Overlook Hotel. Apre così Shining, senza fronzoli e preamboli, andando dritto sino al primo turning point che è “chiamata dell’eroe”; oltre che causale dell’elemento orrorifico del racconto: l’incontro tra Jack Torrance e Mr Ullman.

L’intera sequenza de The Interview infatti, come fosse un lungo prologo, vive del sagace uso del montaggio alternato. Espediente essenziale nell’economia del racconto attraverso cui Kubrick disegna ora i contorni caratteriali dei suoi agenti scenici tra background relazionale e narrativo, ora i primi vagiti della connotazione orrorifica. La narrazione di Shining gioca così di luci e ombre narrative. Contrasti tematici che arricchiscono di senso il racconto a partire dalla serenità d’animo con cui l’Ullman di Nelson racconta di fatti raccapriccianti con una spaventosa precisione voyeuristica, in una stanzetta color salmone tra corpi fatti a pezzi da un’accetta e doppiette in bocca.

I titoli di testa di Shining
I titoli di testa di Shining

In un ipotetico controcampo narrativo, Kubrick introduce inoltre gli agenti scenici della moglie Wendy della Duvall e il figlio Danny di Lloyd. Delineando così, nella modestia “color pastello” dell’appartamento dei Torrance – e con appena una manciata di scambi dialogici – il disordine relazionale del piccolo Danny; figlio dell’incertezza dei legami nei continui spostamenti, e di quella che scopriremo essere la luccicanza, lo shining.

Emblematica, in tal senso, la sequenza del bagno, con cui Kubrick chiude il prologo compiendo un formidabile raccordo narrativo. In appena tre fotogrammi infatti, tra un fiume di sangue dall’ascensore, le gemelle, un urlo attutito e uno sticker di Cucciolo, il regista americano tasta il polso dello spettatore, priva Danny dell’innocenza, e dispiega l’intera ratio del racconto.

Shining: il deterioramento dell’unità familiare e la crescita dell’orrore

Lo sviluppo del racconto si permea così di suggestive panoramiche tra le nuvole “accorciate” rispetto al sapore del prologo, e di chiacchiere di cannibalismo lungo tutto il viaggio. Il cineasta de Arancia Meccanica (1971) dà così il via alla permanenza dei Torrance all’Overlook tra rivelazioni sulla luccicanza che giustificano il ruolo scenico dell’Halloran di Crothers e rimpolpano i contorni narrativi dell’elemento orrorifico. Apparizioni ectoplasmatiche sempre più marcate e sanguinose caratterizzate di una crescita progressiva e continua; e una dinamica familiare (apparentemente) serena che va, di riflesso, a deteriorarsi con il dispiego dell’intreccio.

Una criticità, quella avvolta negli archi di trasformazione degli agenti scenici, in particolar modo, di Nicholson e della Duvall, che parte da violenze remote per riproporsi nel contesto scenico di un Overlook Hotel sempre più claustrofobico nel suo silenzio solitario. Vivendo così della mimica impareggiabile di Nicholson sempre più ostile e sarcastico, e infine violento e psicotico; e di una Duvall “vittima” spaventata e rassegnata, ma orgogliosa del suo ruolo di moglie e madre nonostante tutto. Tra i due, il piccolo Danny, la cui luccicanza lo rende sovrarazionale; condizione ontologicamente antitetica alla progressiva perdita di senno del padre.

Shelley Duvall
Shelley Duvall nella scena de “sono il lupo cattivo!” di Shining

Gioca così Kubrick con la struttura morfologica dell’Overlook Hotel tramite sagaci stacchi di montaggio disorientanti. Una cura registica che vive di piani sequenza di semi-soggettive in triciclo da parte della pionieristica steadicam di Garrett Brown; formidabili campi lunghi e controcampo in piano medio condito di un delicata zoomata sul volto dell’agente scenico di riferimento. Espediente con cui il cineasta de 2001: Odissea nello spazio (1968) tiene l’inquadratura e amplifica la tensione costruendo un capolavoro orrorifico tra l’enigmatica camera 237, “Wendy, dammi la mazza” e “sono il lupo cattivo!”.

Nel mezzo una crescita del conflitto graduale e dall’andamento ritmico lento e compassato. Kubrick chiude sempre più gli spazi del claustrofobico Overlook Hotel amplificandone gli effetti ansiogeni; realizzando così, al contempo, una rilettura del genere in chiave inedita avvolta attorno a un linguaggio filmico che verte decisamente più verso il teso dramma psicologico con sfumature thriller-horror piuttosto che del genere puro.

La costruzione della climax: Kubrick e la tensione narrativa

Un’escalation di violenza domestica calcolata, dei sopracitati fantasmi del passato che riemergono, che trova nella climax il suo apice propriamente detto. Kubrick costruisce infatti un gioiello di pura tensione narrativa tra scritte da leggere di riflesso; porte sfondate con l’accetta dal sapore sjostormiano che è al contempo puro gioiello di regia dinamica e formidabile lavoro d’intenzioni sceniche; e custodi freddati malamente così da privarli dell’agognata funzione da deus ex machina costruita sagacemente lungo il dispiego del racconto.

REDRUM
REDRUM in Shining

Ponendo così le basi, tra enigmatici giochi erotici e visioni maligne di puro sangue che sgorga, di una risoluzione del conflitto scenico che tra semi-soggettive di palpitante panico e soggettive esperienziali codifica un macabro gioco del gatto col topo d’odio padre-figlio mitologicamente ancestrale cucito addosso a un Jack, reso, in tal senso, sempre più bestia vestita da uomo che sbuffa e sbraita.

Qualcosa che, rapportata al topos kubrickiano del rapporto degli uomini con la ragione, diventa apogeo narrativo del conflitto della razionalità tra la sovra del figlio e quella sub del padre. Posizioni agli angoli dicotomicamente opposti dello scacchiere narrativo a cui Kubrick regala però, un meritato happy ending. In quell’abbraccio infatti, nell’astuzia del piccolo Danny che torna sui suoi passi, Kubrick ricostruisce la dimensione familiare tanto vituperata e attentata a colpi d’accetta; riportando così, quella che George Stevens avrebbe definito nel 1953 la serenità nella vallata“, con un formidabile jump-scare risolutorio che è morte dei demoni e sonno dei giusti.

Le nomination ai Razzie Awards e il disprezzo di Stephen King: una visione senza tempo

Nonostante il solido retaggio che negli anni ha perfino garantito “l’infelice” – ma attesissimo – sequel Doctor Sleep (2019), l’opera di Kubrick ebbe vita tutt’altro che facile al momento del rilascio in sala. Nominato a due Razzie Awards (Peggior attrice, Peggior regista) nel 1981, Shining venne aspramente criticato dalla larga parte della critica specialistica, soprattutto dall’autore dell’opera originaria; quel Stephen King di cui è noto il suo “cattivo gusto” per il buon cinema, che gli ha sempre preferito l’omonima miniserie televisiva del ’97 con Steven Weber in quanto ad aderenza al romanzo.

È ormai storia che il rapporto tra King e Kubrick fosse tutt’altro che idilliaco, principalmente per via della rilettura operata dal regista de Il dottor Stranamore (1964); oltre che per la scelta di Shelley Duvall come Wendy, a cui King avrebbe preferito Jessica Lange, e che bollò malamente come:

Si trova lì solo per strillare, ed essere stupida.

Laddove infatti il racconto di King si muoveva verso una dimensione del conflitto più paranormale, tanto che la possessione di Jack è morfologicamente più pronunciata, Kubrick la asciuga del tutto; riducendo così, il conflitto scenico a una dimensione più umana – riconducibile al rapporto degli uomini con la ragione. Una chiave di lettura che, al pari del Maggiolino Wolkswagen dei Torrance da rosso a giallo, permette la transizione di Shining dal terreno narrativo dell’horror puro, all’horror psicologico, poggiando sulle solide fondamenta di una narrazione figlia di una visione straordinaria.

In fondo è un po’ questa la ratio alla base dell’intero opus kubrickiano. Lungo tutta la carriera infatti, al pari di Altman, il regista de Full Metal Jacket (1987) ha affrontato differenti generi filmici dandovi una propria impronta; un’interpretazione unica e irripetibile sul solco del rapporto degli uomini con la ragione. E così è stato con Shining, il più grande horror di tutti i tempi dopo L’esorcista (1973), che la tagline dell’epoca seppe definire in modo lungimirante come:

L’ondata di terrore che ha travolto l’America.

La locandina di Shining
La locandina di Shining

Sintesi

Da rosso a giallo, il Maggiolino dei Torrance cambia colore così come cambia pelle la ratio della narrazione alla base di Shining. Giunto al suo quarantennale l'opera di Kubrick resta l'indimenticata "ondata di terrore che travolse l'America". Una visione registica capace di incanalare il racconto e il suo conflitto scenico al rapporto degli uomini con la ragione, che in Shining prende vita tra la sovrarazionalità del luccicante Danny, e la subrazionalità di un Jack reso, nel finale, più bestia che uomo.

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