Sfida infernale

Sfida infernale recensione film di John Ford con Henry Fonda [Flashback Friday]

Sfida infernale recensione del film di John Ford con Henry Fonda, Victor Mature, Linda Darnell, Cathy Downs, Walter Brennan, Ward Bond e Tim Holt

Pezzi di storia da consegnare all’immortalità cinematografica. Se si volesse cercare una specifica ratio dietro all’intero opus filmico di John Ford si potrebbe partire da qui. Da Furore (1940) a Il grande sentiero (1964) infatti, il maestro-western Ford ha saputo plasmare la propria effige di narratore eccezionale nel sottile confine tra realtà storica e rielaborazione cinematografica. Sfida infernale (1946), in tal senso, non fa eccezione. Con la sola differenza però, che ad intrecciarsi è anche la storia personale dello stesso Autore; qui nelle doppie vesti di regista e testimone della storia che andava a concretizzarsi davanti ai suoi occhi.

Per capirci. Agli albori della sua carriera, quando faceva la comparsa nei western muti, Ford conobbe l’inestimabile Wyatt Earp. L’eroe dell’O.K. Corral infatti, era solito venire a trovare la gente che stava sul set. Di quel periodo Ford aveva un ricordo indelebile, per cui usò simili parole:

Ero solito dargli una sedia e una tazza di caffè e mi raccontava della sparatoria all’O.K. Corral. Così in Sfida infernale l’abbiamo ricreata esattamente come era stata.

Henry Fonda in una scena di Sfida infernale
Henry Fonda in una scena di Sfida infernale

Inizialmente, tuttavia, Ford non era intenzionato a portarlo alla luce. A fargli cambiare differenza fu il suo contratto che prevedeva ancora un altro film con la 20Th Century Fox e la presenza del suo primo-feticcio Henry Fonda nel cast. Il progetto iniziò a prendere forma nel 1931. Anno in cui Stuart Lake pubblicò la prima biografia su Earp a due anni dalla morte: Wyatt Warp – Frontier Marshal.

L’importanza di chiamarsi John Ford, le perplessità fisiche su Victor Mature

La storia fu poi riproposta e ampliata in My Darling Clementine (1946); opera del quale Ford acquistò i diritti. Ambo le biografie, tuttavia, permisero di dare risalto e notorietà alla Sparatoria all’O.K. Corral (26 ottobre 1881). Evento per cui, nonostante lo si ritenesse leggendario dalle parti di Tombstone, era ancora poco noto al grande pubblico. Ed era qui che, ancor prima della lavorazione de Sfida infernale, si rese necessario proprio il contributo registico di Ford. La cui visione autoriale corrispondeva alla perfetta commistione di narrazione e consacrazione sullo sfondo della concezione baziniana del cinema western come il genere per eccellenza del cinema americano.

Victor Mature: lo shakespeariano
Victor Mature: lo shakespeariano in una scena di Sfida infernale

Se per il ruolo di Earp non c’erano dubbi che fosse già nelle mani di Fonda – al suo primo ruolo di ritorno dal Fronte – lo stesso non poteva dirsi per il resto del cast. Come Clementine fu una bagarre Jeanne Crain-Cathy Downs che vide quest’ultima vincente su esplicita richiesta di Ford. Riguardo Doc Holliday invece, la situazione si fece ben più spinosa. Si trattava di un ruolo di primo piano, critico, perfino più rilevante rispetto ad Earp in certi momenti filmici. Le scelte eccellenti corrispondevano a Tyrone Power, Douglas Fairbanks, Vincent Price e perfino James Stewart.

A spuntarla fu Victor Mature su cui la Fox aveva alcune perplessità. Ci si chiedeva in che modo un attore muscolare e dalla fisicità prorompente potesse interpretare un malato terminale e tubercolotico. Mature riuscì benissimo nei suoi intenti caratteriali, sia grazie a una performance calzante nonché del prodigioso aiuto del reparto costumi e dei chiaroscuri della fotografia.

Sfida infernale: sinossi

1882, Tombstone. Wyatt Earp (Henry Fonda), ex-sceriffo di Dodge City, assieme ai fratelli Morgan (Ward Bond), Virgil (Tim Holt) e James (Don Garner), è di passaggio in Arizona. La destinazione è la California. L’obiettivo è di giungere fin lì assieme alla propria mandria. Una sera si accampano poco vicino a Tombstone. Una semplice stazione di passaggio, tuttavia, macchiata nel sangue. Nel tentativo (riuscito) di rubare la mandria degli Earp, il fratello minore James viene infatti assassinato dalla banda del vecchio Clanton (Walter Brennan). Wyatt accetta la proposta del sindaco (Roy Roberts) di diventare sceriffo di Tombstone così da avere giustizia.

Le cose tuttavia si complicano quando anche Virgil viene ucciso dagli uomini di Clanton. A quel punto, nella celebre sfida all’O.K. Corral, Wyatt riuscirà a portare a compimento la sua vendetta grazie al fratello rimasto, Morgan, e al medico Doc Holliday (Victor Mature); quest’ultimo in condizioni di salute precarie: alcolizzato e affetto da tubercolosi. Nel mezzo però, ci sarà tempo per familiarizzare con la cittadina e le sue anime virtuose, come la provocante Chihuahua (Linda Darnell) e la mite ed elegante Clementina Carter (Cathy Downs).

I titoli di testa di Sfida infernale
I titoli di testa di Sfida infernale

Il rischio di una causa legale con la vedova Earp, l’invadenza produttiva di Darryl F. Zanuck

Negli ultimi anni, Wyatt e Josephine Earp cercarono in tutti i modi di tenere sotto controllo alcuni potenziali scandali. La precedente relazione di Josephine con l’ex Sceriffo di Tombstone Johnny Behan per cominciare. Per non parlare della relazione sentimentale di Wyatt con Matty Blaycock. La coppia riuscì a fare in modo che Lake non menzionasse in alcun modo il nome della futura vedova nel romanzo biografico. Nel momento in cui si iniziò a parlare di Sfida infernale, Josephine minacciò cause legali al fine che gli intenti di Lake – e del marito defunto – venissero rispettati. Ecco, in sé, il motivo per cui lei né compare, né viene menzionata ora nel film di Ford, ora nel successivo Sfida all’O.K. Corral (1957) di John Sturges.

Altra piccola grana riguardava la figura del produttore Darryl F. Zanuck. Magnate e volto imponente della Fox che in Sfida infernale risulta accreditato come presenter. Questo perché, a pochi mesi dal rilascio in sala, curò il montaggio di una versione pre-release. In questa edizione Zanuck rimosse personalmente una decina di minuti di materiale al fine di rendere la storia più rigorosa, meno comica e più seria. Più nello stile delle opere letterarie d’appartenenza di Lake per intenderci.

Henry Fonda
Henry Fonda nella sequenza della rasatura di Sfida infernale poi citata da Kurosawa in I sette samurai e Leone in Per qualche dollaro in più

Cosa che, a dire il vero, Ford sposò pochissimo. Già al momento in cui ebbe tra le mani la sceneggiatura di Winston Miller, il regista di Cavalcarono insieme (1961) fece degli accorgimenti importanti. Cancellò alcuni dialoghi a senso suo inutili, alleggerì il tono del racconto e lavorò maggiormente sull’aspetto scenografico. Ecco, Zanuck andò in totale controtendenza rispetto alla visione fordiana. Ordinò infatti di sostituire alcune scene dal tema sonoro austera, con orchestrate lussureggianti e drammatiche.

Ad intervenire sul montaggio ci pensò anche il regista di scuderia Fox Lloyd Bacon. Quest’ultimo modificò alcune scene essenziali per l’economia del racconto. Tra queste quella in cui Earp parla alla tomba del fratello e Doc chiede a Clementine di lasciare la città. Non stupisce quindi come, all’indomani della fine delle riprese, Ford non solo non volle rinnovare il contratto con la Fox ma respinse al mittente l’offerta di rinnovo di Zanuck pari a 600.000 dollari.

Sfida infernale: cercare nella storia i modelli per un mondo moderno migliore

Già dai titoli di testa, con quella My Darling Clementine che oltre a risuonare lungo tutto il racconto dà il titolo all’opera, è evidente come con Sfida infernale non ci troviamo dinanzi al tipico western d’azione. Complici le scorie psicologiche del Fronte e il ritorno alla vita civile – per Ford oltre che Fonda – non era ancora il tempo di riproporre quel tipo di cinema di genere. Western tipizzati e classici che vivono della dicotomia bene/male-cowboy/indiani e di annessi e connessi registici. Ford costruisce infatti un western minimale e nostalgico con punte di speranza verso il Mito della Frontiera e la civilizzazione di un mondo migliore.

Un’opera profondamente anticipatrice di quelle intenzioni registico-sceniche che troveranno terreno fecondo nella Trilogia della Cavalleria (1948-1950): ritirarsi nel passato e nella carica valoriale degli eroi e negli eventi della grande storia statunitense per cercarvi risposte ai problemi del presente.

Henry Fonda in una scena di Sfida infernale
Henry Fonda in una scena di Sfida infernale poi autocitata in Cavalcarono insieme

Nel caso infatti dei successivi Il massacro di Fort Apache (1948); I cavalieri del Nord Ovest (1949); Rio Bravo (1950), si trattava di condannare gli orrori e gli errori della guerra ripristinando la carica valoriale degli uomini d’onore dei Kirby Yorke e Nathan Brittles della Cavalleria come fossero un faro filmico di speranza nel mondo moderno.

In Sfida infernale invece, Ford attinge alla storia scegliendo di traslare ai giorni nostri l’inerzia degli eventi mitologici dell’O.K. Corral – i suoi interpreti e il relativo mondo selvaggio di contorno – tra la scelta di vita di stazionare a Tombstone per renderla finalmente civile e barlumi di cultura shakespeariana. In quell’amletico “essere o non essere” recitato in una bettola da interpreti imperfetti alcoolizzati e tubercolotici: forse la più pura e sorprendente espressione di nostalgia maledetta e tragica.

Il crepuscolo della prateria, il valore degli uomini fordiani

Nel ritrarre una prateria vestita da Monument Valley come luogo crepuscolare d’insita speranza per la civilizzazione e un mondo migliore, Ford vi getta dentro due personaggi portatori sani di una carica valoriale opposta e antitetica. Da una parte il Wyatt Earp di Fonda. Tra i personaggi più affascinanti del cinema fordiano, di cui il regista de Ombre rosse (1939) celebra la mitologica aura storica donandogli una visione ottimista e d’ingenua idealizzazione. Ultimo baluardo dei valori della famiglia, mascherata da cieca vendetta in apertura di racconto, per poi farla maturare declinandola in un ruolo costruttivo per il bene della società e il suo progresso. Ritrovandosi così ad essere, come uomo di legge, portatore sano di modernità contro l’illegalità dell’agire selvaggio.

L’Earp fordiano, per certi versi, rappresenta l’antitesi valoriale; l’altra faccia del Ransom Stoddard de L’uomo che uccise Liberty Valance (1962). La differenza la fa il punto di vista di John Ford radicalmente mutato in quei sedici anni. Se infatti in Sfida infernale vede ancora la carica valoriale della Frontiera come prodigiosamente taumaturgica per lenire le pene del suo tempo, in Liberty Valance tutto tende a dissolversi; lasciando che la realtà lasci il passo alla leggenda.

Henry Fonda
Henry Fonda in una scena di Sfida infernale

Victor Mature in una scena di Sfida infernale
Victor Mature in una scena di Sfida infernale

Dall’altra abbiamo il Doc Holliday di Mature. Classico eroe tragico dal destino già segnato. Agente scenico a cui Ford affida l’ingrato compito d’essere il simulacro valoriale dell’impossibilità ad accettare il cambiamento. Vittima del suo passato, condannato dal suo presente terminale. Un Amleto-western – la cui emblematica scena shakespeariana rappresenta arricchimento valoriale e semantico – dall’anima divisa e spezzata; maledetta e autodistruttiva. Destinato però a una risoluzione volto a segnarlo come il vero eroe fordiano, oltre che vero protagonista di Sfida infernale.

Su di entrambi il cineasta vi cuce addosso un topos del viaggio da manuale tra eventi sottintesi e altri mostrateci in una costruzione d’immagine monumentale. Nel caso di Earp, in particolare, Ford gli plasma addosso un viaggio dell’eroe tipicamente fordiano. Lasciato vivere a cavallo tra storia, leggenda, e ricostruzione filmica, la cui morfologia vive di una simbiotica inerzia da arrivo-e-partenza/incipitclimax/fine-inizio dell’arco di trasformazione, degna dell’Ethan Edwards de Sentieri selvaggi (1956).

Il retaggio di un’opera indimenticabile tra omaggi e topos redivivi

L’importanza filmica di un’opera giunta al suo settantacinquesimo anniversario senza aver perso una virgola del suo insito fascino sta anche negli omaggi e nel modo in cui rivivono alcuni topos scenici. Come ad esempio l’inerzia filmica che potremmo soprannominare barbiere e subito via all’azione. Un tema caro a Ford nella sua giocosità che seppe colpire anche Akira Kurosawa. Il regista de La sfida del samurai (1961) come atto d’amore verso il suo dichiarato Maestro registico, lo citò nella sequenza de de I sette samurai (1954) in cui vediamo Kambei (Takashi Shimura) radersi per poi avventarsi addosso a un brigante. Lo stesso dicasi per Sergio Leone che presentò una scena non dissimile in Per qualche dollaro in più (1965).

Un ulteriore esempio è nell’autocitazione fornita dallo stesso Ford nel topos del dialogo con la lapide. Particolare momento scenico che in Sfida infernale vede Earp riflettere sul proprio retaggio dinanzi alla tomba del fratello James. Elemento di cui si hanno tracce nel suo opus tra In nome di Dio (1948), nel sopracitato I cavalieri del Nord Ovest; nonché nel precedente, Alba di gloria (1939) attraverso cui Ford declina la sua idea di morte: non come la fine di tutto bensì un mutamento della condizione d’amore.

Ma soprattutto nel mito senza tempo di Wyatt Earp fatto rivivere tra il sopracitato film di Sturges nonché, tra i più recenti, proprio nel Wyatt Earp (1994) di Kevin Costner. Prima ancora c’era il Maestro del Western John Ford, che con Sfida infernale si riaffacciò al cinema western all’indomani dal ritorno dal Fronte, facendo quello che gli sapeva riuscire meglio: raccontare dell’America e dei valori americani per avvolgerli in una calda coperta filmica per la sua gente e nondimeno per i posteri.

La locandina di Sfida infernale
La locandina di Sfida infernale

Sintesi

Con Sfida infernale non ci troviamo dinanzi al tipico western d'azione. Complici le scorie psicologiche del Fronte e il ritorno alla vita civile per Ford, oltre che Fonda, non era ancora il tempo di riproporre quel tipo di cinema di genere. I western dalla struttura classica e tipizzata quindi, lasciano il posto a una struttura minimale e nostalgica con cui avvolgere attorno al mito di Wyatt Earp e la sparatoria all'O.K. Corral, punte di speranza verso il potere taumaturgico del Mito della Frontiera e della civilizzazione di un mondo migliore. Cercare quindi nel passato e nei suoi valori eroici le risposte a un presente post-bellico incerto e zoppicante.

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