Seven

Seven recensione film di David Fincher con Morgan Freeman e Brad Pitt

Seven recensione del film di David Fincher, con Morgan Freeman, Brad Pitt, Gwyneth Paltrow e Kevin Spacey

Nell’estate del 1995 le platee americane vennero prese “in ostaggio” dal talento recitativo di Kevin Spacey. Tra I soliti sospetti (1995) di Bryan Singer e Seven (1995) di David Fincher infatti, il brillante interprete nativo di South Orange dispiegò il volo prestando il suo volto a due dei personaggi più iconici del cinema postmoderno americano: Verbal Kint e John Doe. E in ambo le opere, dotate d’uguale carica propulsiva nel modo in cui “entrano in tackle” nella destrutturazione del racconto neo-noir e crime, Spacey gioca un ruolo decisivo nel permeare interamente i plot twist del racconto che hanno donato loro l’immortalità cinematografica.

Brad Pitt e Morgan Freeman in una scena di Seven
Brad Pitt e Morgan Freeman in una scena di Seven

C’era un problema però, perché negli USA, I soliti sospetti venne distribuito in sala il 16 agosto, mentre Seven il 22 settembre. In ambo le opere Spacey è l’incarnazione del male e il volto villanico. Con un margine di manovra così ridotto, il rischio che l’opera di Singer potesse influenzare, indirettamente, la fruizione dell’opera di Fincher era altissimo. La New Line Cinema optò quindi per una soluzione rivoluzionaria. Su imbeccata del brillante interprete fece rimuovere infatti il nome di Spacey dai manifesti e dai trailer promozionali così da salvaguardare il plot twist in apertura di terzo atto. E così fecero, dell’esistenza scenica di Spacey – e delle sue azioni vistosamente violente – si seppe soltanto entrati in sala: il risultato fu un successo strepitoso.

Gene Hackman, Denzel Washington e “the head stays in the box”

Eppure le cose per Seven (o Se7en, come in alcune locandine) sarebbero potute essere ben diverse, a partire dal casting ad esempio. Morgan Freeman ha saputo incarnare pienamente la ratio filmica di Somerset, eppure non fu affatto la prima scelta; prima di lui si pensò a William Hurt, Al Pacino, Robert Duvall e perfino Gene Hackman.

Per il ruolo di Mills invece, la primissima (e verosimilmente unica) scelta corrispondeva al nome di Denzel Washington. L’attore di Malcolm X (1992) rifiutò tuttavia la parte perché riteneva il concept troppo cupo, salvo poi pentirsene a prodotto finito. Lo stesso dicasi per il ruolo di Tracy, la cui prima scelta corrispondeva a Christina Applegate che rifiutò per i medesimi motivi. Dopo aver scritturato la Paltrow però – di cui Fincher “s’innamorò” dopo Omicidi di provincia (1993) – la scelta si rivelò decisiva anche per il ruolo di Mills; proponendo infatti l’allora fidanzato Pitt che accettò ad un’unica condizione: “the head stays in the box“.

Una scena di Seven
Una scena di Seven

Sembra infatti che la New Line Cinema si oppose strenuamente alla climax con l’oramai celebre head-in-a-box scene. La risoluzione del conflitto scenico, presente sin dai primissimi draft, fu rigettata a favore di un racconto più canonico e più action. Tuttavia, quando la New Line rispedì a Fincher la sceneggiatura definitiva con le note di produzione, non inviò quella “corretta” bensì il draft originario.

Ne derivò una piccola disputa tra i vertici della New Line e Fincher, in cui intervenne Pitt a gamba tesa con il sopracitato “the head stays in the box“. L’attore de Ad Astra (2019) si schierò al fianco del suo regista e della scelta de “la testa resta nella scatola” dopo che il suo lavoro precedente – Vento di passioni (1994) – vide una post-produzione rovinosa che tagliò del tutto la chiusa originaria.

Nel cast figurano Morgan Freeman, Brad Pitt, Gwyneth Paltrow, Kevin Spacey; e ancora R. Lee Ermey, John C. McGinley, Richard Schiff, Richard Roundtree e Mark Boone Junior.

Seven: sinossi

Giunto all’ultima settimana di servizio, il detective William Somerset (Morgan Freeman) si ritrova a dover addestrare il giovane David Mills (Brad Pitt), sposato con Tracy (Gwyneth Paltrow) destinato a sostituirlo. Chiamati a investigare su di un delitto efferatissimo, Somerset, prossimo alla pensione, sembra rinunciarvi, consigliando perfino al suo Capitano (R. Lee Ermey) di non assegnarlo nemmeno a Mills in quanto lo ritiene ancora troppo acerbo per un caso così complesso.

L’indomani viene ritrovato un avvocato morto e una scritta con il sangue: “avarizia”. Mills, chiamato sulla scena, pensa non vi siano collegamenti apparenti tra i due omicidi ma Somerset è convinto che l’assassino sia lo stesso. Di ritorno sulla scena del crimine precedente, il detective scoprirà la scritta “gola” dietro al frigorifero. A quel punto Somerset riconduce il modus operandi dell’assassino sulla scia dei sette vizi capitali. Con all’appello gola e avarizia, mancano ancora accidia; invidia; superbia; lussuria e ira. A cinque giorni dalla pensione, Somerset si ritrova, tra le mani, un serial killer pronto a tutto e letalmente bizzarro.

Brad Pitt, Morgan Freeman e Gwyneth Paltrow
Brad Pitt, Morgan Freeman e Gwyneth Paltrow in una scena di Seven

Lunga ed impervia è la strada che dall’inferno si snoda verso la luce”

Piatti lavati; camicia abbottonata; cravatta annodata; un coltellino estraibile; un distintivo e una penna; infine un corpo riverso sul pavimento in un lago di sangue. Nella quotidianità della vita di un poliziotto si apre la narrazione di Seven. Fincher parte spedito, declinando fin dalle primissime battute di racconto la dinamica relazionale tra il Somerset di Freeman e il Mills di Pitt: cuore narrativo caratterizzato dal più tipico topos del cinema di genere.

Il vecchio poliziotto metodico, disilluso, esasperato dal tasso di violenza crescente e prossimo alla pensione, e il giovane neo-assunto arrembante, impulsivo, istintivo e “svelto di testa”. Il cineasta di Mank (2020) dispiega così la più tipica delle dinamiche relazionale dei crime cop. Di quelle che nei buddy come Arma Letale (1987) racconti dell’alba e del tramonto della vita di un poliziotto tra giochi d’equivoci ed elementi introspettivi ma che in un thriller-crime sporco come Seven diventa opposizione caratteriale dalla crescita graduale sullo sfondo di un solidissimo intreccio.

La lista dei peccati capitali di Seven
La lista dei peccati capitali di Seven

Tra il ticchettare dell’orologio, scandito dall’andirivieni del metronomo, prende così vita un racconto fatto di angoli bui e lerci; di penombre e guanti alle mani; di un tanfo di cadavere che traspare dallo schermo nel silenzio di una regia armonica e incisiva. Tra nidiate di blatte che scorrono lungo il pavimento e secchi di vomito, Fincher ci introduce, in campo lungo, in un cadavere con la faccia riversa su di un piatto di spaghetti; corpi disidratati e scritte di sangue e feci; ponendo così le basi dell’enigmatico conflitto scenico che trova conferme letterarie tra Dante e Milton; La Divina Commedia e Il Paradiso Perduto; perfino Chaucer e I racconti di Canterbury.

Un plot twist tra tradizione e innovazione: Fincher e il giallo postmoderno

Attingendo a una criticità che poggia le basi sin dalle Sacre Scritture, Fincher tesse così le fila di un’indagine tortuosa fatta di depistaggi, false piste e inseguimenti a piedi di soggettive e regia a fiato corto, che si annoda lungo tutto il primo e il secondo atto. Sette peccati capitali per uno schema d’ipotetici altrettanti delitti da contrappasso dantesco con cui il cineasta de Fight Club (1999) pone le basi per un racconto dal respiro classico ma dall’andamento tutt’altro che tipico. Fincher infatti, gioca con la natura stessa del suo intricato conflitto scenico, costruendo una climax antologica che permea interamente il terzo atto di Seven, mette la freccia, e diventa incontro tra tradizione e innovazione.

Brad Pitt nella climax di Seven
Brad Pitt nella climax di Seven

Nel farlo, il cineasta di The Social Network (2010) agisce per mezzo di un plot twist con cui andare a codificare una soluzione che è puro deus ex-machina. Ribaltando così l’inerzia di chiaro stampo classico del racconto con una risoluzione del conflitto sorprendente e spiazzante. Il sopracitato ingresso scenico dell’insanguinato John Doe di Spacey infatti, serra le fila; scioglie anzitempo il naturale sviluppo dell’enigmatica indagine; cucendo addosso a Seven un’arguta riflessione sulla società d’oggi e i suoi ignavi:

[…] Un obeso, un disgustoso obeso che faticava a stare in piedi; un uomo che se lo incontri per la strada chiami a raccolta i tuoi amici per fartene gioco insieme a loro; un uomo la cui sola vista mentre stai pranzando ti faceva passare la voglia di mangiare. E dopo di lui l’avvocato […] un uomo che aveva dedicato la sua vita al denaro, ai beni materiali, mentendo, con tutta la veemenza di cui era capace; dando così a volgari assassini e stupratori la libertà. Una donna, così orribile dentro da non riuscire neanche a sopportare di vivere solo perché aveva perso la bellezza esteriore. Un uomo spacciatore, uno spacciatore pederasta ad essere precisi; e non ci dimentichiamo di quell’altra infetta sgualdrina.

Per poi proseguire:

Solo in questo mondo di me*da si possono definire innocenti persone come quelle e rimanere con la faccia seria. Ma questo è il punto, vediamo un peccato capitale ad ogni angolo di strada, in ogni abitazione, e lo tolleriamo. Lo tolleriamo perché lo consideriamo comune, insignificante; lo tolleriamo mattina, pomeriggio e sera. Adesso basta però, servirò da esempio; ciò che ho fatto ora verrà prima decodificato, poi studiato ed infine seguito, per sempre.

Tra una scatola, dei tralicci e un omicidio di cieca rabbia e buon senso, Fincher destruttura gli abituali intenti di un racconto giallo, condannando all’inferno i suoi protagonisti per mezzo di una chiusa nichilista e disillusa, che è pura storia del cinema.

Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso” 

Chiude citando Hemingway l’opera di Fincher, aggiungendo però un più un marcato “…condivido la seconda parte” che cementifica gli intenti disillusi della climax. Candidato agli Oscar 1996 nella categoria Miglior montaggio, Seven darà la svolta alla carriera di un David Fincher, che nonostante il concept solido e la carica propulsiva del racconto, era ben poco interessato a tornare nell’industria cinematografica dopo la lavorazione di Alien 3 (1992), così dichiarando:

Preferirei morire di cancro al colon piuttosto che fare un altro film.

Il cineasta de L’amore bugiardo – Gone Girl (2014) riuscì a difendere strenuamente la sua idea e la relativa ratio filmica, realizzando così, in piena coerenza organica con la sua visione, un’opera delle più rilevanti nel cinema postmoderno americano, o come detto a Pitt e Spacey durante la lavorazione:

Non è questo il film per cui sarete ricordati, ma potrebbe essere il film di cui sarete incredibilmente orgogliosi.

La locandina di Seven
La locandina di Seven

Sintesi

Sporco, disilluso e cattivo, si potrebbe definire così Seven di David Fincher, l'opera che assieme a I soliti sospetti darà il definitivo slancio alla carriera di Kevin Spacey è un thriller teso, un crime cop rivoluzionario che rilegge le estetiche del genere di riferimento destrutturandole, opponendo così a un solidissimo intreccio che attinge a Bach, Dante, Chaucer e perfino Milton, una risoluzione semplice e netta di puro wow-effect emotivo.

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