Sangue del mio sangue

Sangue del mio sangue recensione film di Marco Bellocchio [RNFF 20]

Sangue del mio sangue recensione del film di Marco Bellocchio con Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Lidiya LibermanAlba Rohrwacher

Venticinquesimo lungometraggio di Marco Bellocchio (Sbatti il mostro in prima pagina, Vincere, L’ora di religione), Sangue del mio sangue è un lavoro bizzarro, che richiede allo spettatore una non piccola dose di apertura mentale. Se non ci si lascia sopraffare dalle perplessità e si accetta la spigliata eccentricità delle scelte narrative proposte dal cineasta per quasi due ore di proiezione, allora può essere molto interessante scovare tutte quelle tracce che fanno quadrare un discorso ampio e fitto sulla cecità del potere davanti ai cambiamenti storici.

Il film è ambientato a Bobbio, città natale di Bellocchio nella provincia di Piacenza, e comprende la giustapposizione tra due epoche storiche (il XVII secolo dell’Inquisizione e gli anni Duemiladieci) che si alternano, si rincorrono e si sfiorano, gonfiandosi di meta-citazioni cine-letterarie e variare di registri, sino a un finale inaspettato, sul limite di un ridicolo involontario fortunatamente scongiurato. Per quanto Bellocchio sostenga la tesi della natura “ludica” e disimpegnata del progetto, Sangue del mio sangue è un grande atto cinematografico che prende la Storia maiuscola e ne fa estensione dell’autore libero da restrizioni, che mastica e rielabora contesti ed eventi, costruisce parallelismi e compone un ricco saggio sugli oscurantismi, sui dualismi e sulle lotte sociali.

Se la prima storia (quella ambientata nel 1600) scorre e mette in circolo un vivace coinvolgimento emozionale ben esaltato dall’atmosfera figurativa, di ben più respingente lettura risulta la costruzione grottesca della narrazione al presente, che spinge molto su marcati toni satirici e allegorici. Il prodotto finito suscita in egual misura ammirazione o confusione, ma è impossibile negare la quadratura del cerchio e l’incisività (visiva e non) di numerose sequenze.

Lidiya Liberman
Lidiya Liberman

Pier Giorgio Bellocchio, Alba Rohrwacher e Federica Fracassi
Pier Giorgio Bellocchio, Alba Rohrwacher e Federica Fracassi

Sangue del mio sangue: sinossi

Bobbio, XVII secolo. Il giovane soldato di ventura Federico Mai (Pier Giorgio Bellocchio) giunge al Convento delle Clarisse per riabilitare la memoria del fratello gemello Fabrizio, un prelato suicidatosi dopo esser stato indotto in tentazione dalla monaca Benedetta (Lidiya Liberman), accusata di stregoneria dall’inquisizione. Ben presto, la sete di vendetta del soldato muta in lussuria, mentre la monaca dissoluta viene condannata ad essere murata viva. Trent’anni più tardi, Federico è divenuto un rispettato cardinale, e decide di assolvere la pena della sua tentatrice.

Bobbio, 2015. Il miliardario russo Rikalkov (Ivan Franek) vuole acquistare il Convento delle Clarisse, ma il locale è abusivamente occupato dal “vampiresco” conte Basta (Roberto Herlitzka), sotto il cui impero la cittadina prospera foraggiata dalla frode fiscale.

Roberto Herlitzka in una scena del film
Roberto Herlitzka in una scena del film

Filippo Timi
Filippo Timi

Critica sociale nel segno di Alessandro Manzoni

Sangue del mio sangue è un film che sbigottisce già dal modo di intendere la temporalità. Bellocchio evita il montaggio alternato e sceglie di dividere nettamente passato e presente, come fossero due film distinti accomunati da un discorso ricorrente. La digressione secentesca, fitta di evidenti richiami alla vicenda manzoniana della Monaca di Monza e all’immaginario di Giovanna d’Arco, brilla di una livida fotografia di Daniele Ciprì memore di tagli luminosi caravaggeschi; nella seconda il film si fa invettiva con caratteri da comedy se non addirittura da farsa, in netto contrasto con la ieratica austerità del primo atto. Nel blocco contemporaneo, Bellocchio raduna un cast di talenti variopinti (imperdibile l’istrionico cameo di Filippo Timi) e fa parlare il dialogo pungente, l’espressività caricaturale, il simbolismo “basso” ma incisivo.

Il trait d’union che collega le due digressioni è la dimensione spaziale del paese di Bobbio e ovviamente l’estetizzazione del potere che si autoelogia e fagocita le società di ogni tempo, in ogni strato. Non esiste alcuna differenza tra una Chiesa estremista e il “vampirismo” del conte Basta, o dei mille altri ingordi fraudolenti, massoni e miliardari che si contendono la cittadina; l’idea del potere vanifica le lotte progressiste e fagocita ogni anima pura facendone una potenziale traditrice di sé stessa. La ricerca di emancipazione del mondo femminile, diviso tra sottomissione a uomini ruvidi e obblighi monastici, è un altro contenuto tipico del cinema di Bellocchio che si inserisce forte e limpido nell’evocazione tematica del film, capace come pochi di tratteggiare gli orrori della provincia italiana.

Lidiya Liberman in Sangue del mio sangue
Lidiya Liberman in Sangue del mio sangue

Una scena di Sangue del mio sangue
Una scena di Sangue del mio sangue

La bellezza dell’imperfezione

Malgrado le sottigliezze che sabotano la banalità contenutistica e i mille pregi tecnici ravvisati in regia e fotografia, Sangue del mio sangue non è il miglior film di Bellocchio. La veste allegorica portata all’estremo e l’istrionismo farsesco della seconda parte possono infastidire i palati più raffinati; gli stessi attori, da Pier Giorgio Bellocchio a Roberto Herlitzka, che compaiono in più ruoli in entrambe le storie, convincono a fasi alterne. La vera forza risiede nello sguardo personale che scava la corruzione sociale, nello stile registico compatto, nel sentimento che traspare da ogni frase pronunciata.

Un film sbilenco ma affascinante, ingiustamente passato inosservato ai botteghino e all’occhio di Alfonso Cuarón al Festival del Cinema di Venezia del 2015.

Sangue del mio sangue: la locandina
Sangue del mio sangue: la locandina

Sintesi

Sangue del mio sangue è un film sfuggevole e sbilenco, in cui due storie distinte nei toni e nelle atmosfere paiono collegarsi casualmente. Il tutto però combacia, in maniera non sempre efficace ma coerente con il messaggio universale di Marco Bellocchio contro le falsità dell'italiano.

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