Roberto Rossellini, più di una vita documentario di Ilaria de Laurentiis, Raffaele Brunetti e Andrea Paolo Massara [RoFF 20]

Era il 2020 quando Alessandro Rossellini, nipote del grande regista, presentò alla Mostra del Cinema di Venezia il suo documentario The Rossellinis, incentrato sulla grande famiglia allargata nata da Roberto Rossellini e i suoi vari matrimoni.
Ilaria de Laurentiis, Raffaele Brunetti e Andrea Paolo Massara presentano ora alla Festa del Cinema di Roma, il documentario Roberto Rossellini. Più di una vita, composto interamente da materiali d’archivio.
Un notevole cast di voci recita le parole del grande regista e di altri protagonisti del suo cinema e della sua vita, rigorosamente tratte dalle dichiarazioni e dagli scritti degli interessati: Sergio Castellitto dà voce a Rossellini, Kasia Smutniak a Ingrid Bergman, Vinicio Marchioni a Renzo Rossellini, Pierluigi Gigante al grande direttore della fotografia Aldo Tonti; sempre in voice-over si sentono anche due interviste realizzate ad hoc a Isabella Rossellini e a Tinto Brass.
Roberto Rossellini aveva esordito come regista negli anni del fascismo, con titoli come La nave bianca (1941) e Un pilota ritorna (1942); ma immediatamente dopo la liberazione della capitale da parte delle forze alleate si mise a girare l’epocale Roma città aperta (1945), che, assieme ai coevi film di De Sica, diede inizio al Neorealismo portando nuovo lustro al cinema italiano a livello internazionale.
Seguirono Paisà, Germania anno zero, Stromboli (Terra di Dio) e Francesco, giullare di Dio (entrambi del 1950), Europa ’51 (1952) e Viaggio in Italia (1954). Il suo sodalizio artistico e sentimentale con la grande attrice svedese Ingrid Bergman attirò l’attenzione – e sovente le critiche – della stampa di tutto il mondo occidentale, per una relazione giudicata scandalosa ai tempi, dal momento che tanto Rossellini quanto la Bergman erano sposati all’inizio della loro relazione.
Il documentario compie tuttavia la scelta audace di non concentrarsi affatto sul periodo più celebre della carriera del regista, bensì di partire dal 1956, l’anno della crisi tanto professionale quanto personale di Rossellini, soffermandosi in particolare sul suo viaggio in India per girare un documentario che vagheggiava già da un po’ e concretizzatosi grazie a un incontro a Londra con il primo ministro indiano Nehru.
L’opera parte dall’8 dicembre 1956, quando il regista fa testamento nell’imminenza della sua partenza per l’India, in un periodo caratterizzato da difficoltà a trovare finanziamenti per i suoi film in Italia, da un allontanamento dalla Bergman e da un generale senso di incomprensione per il suo cinema. “Si ostinano a non capirmi. Non mi importa della popolarità non mi importa del denaro. Devo lasciare questo mondo di apparenze. I film che ho girato sono fatti e finiti. Non voglio più vederli” dice in voice-over. “Mi è stato detto, scritto e ripetuto in ogni modo che avrei inventato una nuova forma d’espressione: il mio realismo. Non accettano che io faccia qualcosa di diverso. Ma il mio unico scopo adesso è mollare tutto, e ricominciare”.
Dopo settimane di accoglienza trionfale a Bombay, Rossellini e Tonti si immergono nella sfaccettata realtà dell’India con una troupe ridotta all’osso, incontrando il Dalai Lama e conoscendo di prima mano la vita delle classi più umili del paese. Una volta giunto nel paese, lavorò con grande libertà di mezzi e di modi, cercando attraverso la macchina da presa — un microscopio che mostra ciò che non si può vedere a occhio nudo — di cogliere la realtà più profonda.
Il progetto sull’India diventa per Rossellini anche l’occasione per conoscere quella che sarà la sua terza moglie: la sceneggiatrice Indiana Sonali Dasgupta, già sposata con un documentarista locale. Avrebbe ricordato Rossellini: “con lei ho avvertito la sensazione di andare più a fondo nella realtà del Paese. Ognuno ha una propria geografia sentimentale: l’India fa parte della mia, e non ne uscirà mai più.”
La relazione provocò grande scandalo: le autorità indiane arrivarono inizialmente a sequestrare il negativo del film, e fu soltanto un colloquio di Ingrid Bergman con il primo ministro Nehru a salvare la situazione. Perseguitati dai giornalisti e dai proto-paparazzi, Rossellini e la sua nuova compagna si rifugiarono a Parigi, dove al montaggio del documentario collaborò anche un giovane Tinto Brass. Presentato a Cannes nel 1959, India – Matri Bhumi fu un grande successo di critica, particolarmente apprezzato dai redattori dei Cahiers du Cinéma, che proprio in quegli anni stavano esordendo alla regia dando vita alla Nouvelle Vague. Il film permise a Rossellini di tornare alla ribalta sulla scena cinematografica internazionale, dopo alcuni anni di relativamente scarsa attenzione.

La seconda parte di Roberto Rossellini, più di una vita si concentra sugli anni che vanno dal 1960 al 1977. Subito dopo India – Matri Bhumi, Rossellini gira in tempo record Il generale Della Rovere, accolto da buoni incassi al botteghino e impreziosito dalla presenza dell’altro grande padre del neorealismo, Vittorio De Sica, qui in veste di attore. Rossellini definì però l’opera un “film alimentare”, dichiarando pubblicamente di saper costruire a tavolino un film di successo, ma di preferire il cinema di ricerca.
Spinto dalla curiosità per nuovi mezzi e linguaggi, fu l’unico tra i grandi registi italiani ad accogliere con interesse la proposta di Ettore Bernabei di realizzare film per la televisione. Ben presto, tuttavia, divenne insofferente per la presenza dei funzionari sul set e per le continue richieste di modifiche alle sceneggiature provenienti dai manager della RAI.
Decide così di mettersi in proprio e di fondare una sua società di produzione, la Orizzonte 2000. Deciso a orientare gli spettatori invece di confonderli, Rossellini realizza nel 1964 il documentario L’età del ferro e, nel 1966, La presa del potere da parte di Luigi XIV, finanziato dalla televisione francese. Con grande maestria riesce a rappresentare lo sfarzo della corte del Re Sole nonostante il budget limitato a disposizione.
Insofferente per la crescente importanza attribuita alla pubblicità in televisione, Rossellini si avvicina alle generazioni più giovani, agli aspiranti registi del Centro Sperimentale e alla Contestazione giovanile, recandosi più volte alla pionieristica università di Houston per tenervi conferenze e incontrare ricercatori spesso molto lontani dal mondo del cinema, legati alla scienza, che portò alla realizzazione di un nuovo documentario tv.
Tra i lavori degli ultimi anni di vita spicca anche Intervista a Salvator Allende: La forza e la ragione, importante conversazione con il leader cileno realizzato due anni prima del golpe. Tra i testimoni di quegli anni c’è anche la sceneggiatrice Silvia D’Amico, sua quarta e ultima moglie, che ricorda come, dopo la morte di Anna Magnani, Rossellini la truccò personalmente prima della chiusura della bara, infastidito dal fatto che nessuno aveva pensato a farlo nonostante l’attenzione della grande attrice per il suo volto.
Presidente della giuria del Festival di Cannes del 1977, aveva accettato il ruolo alla condizione di poter organizzare i dibattiti degli stati generali del cinema e della televisione; l’edizione si concluse con il trionfo di Padre Padrone dei giovani fratelli Taviani, che vinsero la Palma d’oro contro ogni pronostico, e la scelta di non attribuire gran parte degli altri premi proprio per enfatizzare l’importanza di quel film di ricerca inizialmente concepito solo per la televisione. Un mese dopo la fine del festival, il 3 giugno 1977, Roberto Rossellini morì per un arresto cardiaco.
Roberto Rossellini, più di una vita è un documentario scorrevole ma ben approfondito, frutto di un grande e palpabile lavoro di ricerca. Certo con questo stile si poteva realizzare, e forse sarebbe stato meglio, un documentario magari in due o tre capitoli su tutto il percorso del regista, approfondendo il suo pensiero sul neorealismo.
In ogni caso il film di Ilaria de Laurentiis, Raffaele Brunetti e Andrea Paolo Massari rappresenta un ottimo esempio di documentario sul cinema decisamente al di sopra della media, con un ottimo montaggio e belle musiche. Del finale del documentario restano particolarmente impresse l’idea del cinema come una posizione morale e l’affermazione di Rossellini di non essere un regista di professione, ma di esercitare quotidianamente “il mestiere di uomo… Non mi innamoro di nulla. Mi affascina tutto. Resto lucido e critico. Credo nella tenerezza. Sono libero di fare quello che voglio. E poi, francamente, non mi ferma nessuno”.


