Rental Family recensione film di Hikari con Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto e Akira Emoto

Sembra che in Giappone operino almeno 300 agenzie che forniscono un particolare servizio: offrono finti amici, parenti o conoscenti a chiunque ne senta il bisogno, per le ragioni più diverse.
Non sarà una novità per chi ha conosciuto Yuichi Ishii grazie a Werner Herzog in Family Romance, LLC, ma da un film minore del 2019 si arriva a uno di più ampi orizzonti diretto da Hikari e interpretato da Brendan Fraser.
Rental Family segue infatti un attore americano trapiantato a Tokyo in cerca di ingaggi e successo che si ritrova a lavorare per una di queste agenzie. È un uomo che recita ruoli per gli altri, ma soprattutto per sé stesso, tentando di dare un senso alla propria esistenza in uno dei momenti di trasparenza personale e professionale.
Il film si muove con passo quieto, ma deciso, in un Giappone osservato con gli occhi e lo spirito di uno straniero. Tokyo diventa un luogo ambiguo: luminoso, ordinato, ma proiettato in un futuro intriso di solitudini e coni d’ombra. C’è una leggerezza dominante rispetto a temi potenzialmente critici nella società contemporanea e in particolare in quella giapponese, ma la formula studiata garantisce un efficace sistema di pesi e contrappesi narrativi per un ottimo intrattenimento.
Il primo, ovviamente, è Brendan Fraser. La delicatezza con cui si fa portatore del messaggio del film è di categoria superiore, oltre che velata di aspetti autobiografici. È vulnerabile, quasi disarmato, e comunica molto più con i silenzi che con le parole. Dopo ruoli intensi e drammatici, qui trova una forma diversa di profondità: meno tragica, più sommessa, ma altrettanto sincera. È lui il cuore pulsante del film, e la sua presenza basta spesso a tenere in equilibrio una storia che rischia, a tratti, di scivolare nel sentimentalismo.

Non inciampa mai in realtà perché è una favola dolceamara sul bisogno di connessione nell’era dell’isolamento, con l’acuta mossa di contestualizzarla in un’ambiente di cui arriva spesso un’eco distorta e filtrata. Le implicazioni etiche dell’affitto di relazioni non sono il focus ma restano al limite del campo emotivo, in favore di una via più intima e affettiva . Questo non soddisferà palati troppo fini o personalità sapiosessuali, ma è anche ciò che rende il film toccante e accessibile: preferisce la carezza al colpo di scena, l’empatia all’ironia.
Ci sono momenti in cui la sceneggiatura si adagia su schemi prevedibili, e il tono malinconico rischia di diventare compiaciuto. Ma la regia trova sempre un equilibrio visivo e sonoro che accompagna il racconto con precisione: luci morbide, il lavoro sulle mucche di Jónsi, piccoli gesti che diventano confessioni.
Alla fine, Rental Family parla di un bisogno universale: quello di sentirsi parte di qualcosa, anche solo per il tempo di una recita. È un film che sfrutta una soluzione giapponese ad un problema contemporaneo per provare a venderla a tutto il mondo. E mentre stai decidendo se sia plausibile o meno, se sia imbarazzante o addirittura pericoloso, eccolo lì che ti ha già preso per mano per portarti a spasso con una sensazione tiepida e fragile, come una verità appena sussurrata.


