Quarto potere

Quarto potere recensione film di e con Orson Welles [Flashback Friday]

Quarto potere recensione del film diretto e interpretato da Orson Welles con Joseph Cotten, Erskine Sanford, Dorothy Comingore, Ray Collins, Everett Sloane e William Alland

Nel 1973 il maestro della Nouvelle Vague, François Truffaut, realizzò Effetto Notte (1973); un vivace racconto meta-cinematografico con protagonisti lo stesso Truffaut, Jean-Pierre Léaud e Jacqueline Bisset, che rappresenta una sorta di testamento spirituale per il regista francese. Al suo interno infatti, il cineasta de I 400 colpi (1959) declama il suo amore per Quarto potere (1941) di Orson Welles attraverso una sequenza onirica tanto dolce quanto incisiva; si auto-raffigura infatti, come un bambino che – nel pieno della notte – ruba delle foto di Welles esposte nella vetrina di un cinema. La cosa non deve stupire più di tanto; in fondo, parlando del cineasta de La signora di Shanghai (1947), Truffaut ha così dichiarato:

Appartengo a una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto potere.

Orson Welles
Orson Welles

Eppure, quello che per decadi è stato insignito “film più importante di sempre“, ha avuto una lavorazione decisamente problematica. Nel 1939 la RKO offrì a Welles un contratto d’oro; cinquantamila dollari di compenso, il 20% degli incassi lordi e il totale controllo creativo. Una cosa del genere la rivedremo soltanto con il boom creativo della New Hollywood; all’epoca rappresentava il più vantaggioso contratto offerto da uno studio cinematografico.

E Welles ci andò a nozze, ma non fu facile per la RKO metterlo sotto contratto; il geniale regista era infatti insolente e testardo, e dopo il successo radiofonico de La guerra dei mondi (1938) pretendeva l’assoluto controllo creativo. Rifiutò infatti la prima offerta della RKO, ed è soltanto grazie all’insistenza del produttore George Schaefer che il matrimonio si fece; scendendo così a compromessi e accettando le condizioni di Welles.

Welles 1, Herman J. Mankiewicz e il boicottaggio di William Randolph Hearst

Per realizzare il suo primo progetto originale, Welles si avvalse della collaborazione di Herman J. Mankiewicz; sceneggiatore alcoolizzato di cui David Fincher ha raccontato in Mank (2020), che Welles spedì nella desertica Victorville per stare “lontano” dalle distrazioni in bottiglia e concentrarsi sul lavoro. In poco meno di tre mesi i due scrissero la sceneggiatura di Quarto potere – dal titolo provvisorio Welles 1 – ispirandosi alla vita di William Randolph Hearst; magnate della stampa la cui biografia aveva molteplici punti in comune con quella di Kane.

Orson Welles nella sua Xanadu
Orson Welles nella sua Xanadu

Più che ispirazione, nel caso di Hearst bisognerebbe parlare di plagio. Welles e Mankiewicz infatti, rilessero interamente la vita del magnate, ora nella Xanadu rievocante Castello Hearst; ora nelle origini della ricchezza dei genitori di Kane ed Hearst, ora perfino in Rosabella, che era il nomignolo che Hearst diede alle parti intime della sua seconda moglie.

In tutta risposta infatti, il magnate riuscì a limitare la circolazione, ne impedì le recensioni; e offrì perfino ottocentomila dollari affinché la RKO desse fuoco alla pellicola e ai negativi. Quarto potere fu infatti un flop al botteghino, guadagnando una manciata di migliaia di dollari per via della forte campagna di boicottaggio; poté tuttavia rifarsi con la vittoria dell’Oscar 1942 per la Migliore sceneggiatura originale, a fronte di nove nomination tra cui Miglior film e Miglior regia.

Nel cast figurano Orson Welles, Joseph Cotten, Erskine Sanford, Dorothy Comingore, Ray Collins, Everett Sloane e William Alland; e ancora Agnes Moorehead, Ruth Warrick, George Coulouris, Paul Stewart, Philip Van Zandt e Fortunio Bonanova.

Quarto potere: sinossi

Nel castello di Xanadu, in Florida, Charles Foster Kane (Orson Welles) è morto. Esalando l’ultimo respiro, il magnate dell’editoria pronuncia un’enigmatica parola: Rosabella. Il direttore di un cinegiornale, incarica così il giornalista Jerry Thompson (William Alland) di indagare sull’accaduto. Thompson passa così in rassegna amici, parenti e fonti documentarie; ogni tentativo, tuttavia, risulta vano.

Leggendo del suo diario, Thompson scopre così di quando la madre Mary (Agnes Moorehead) lo affidò al magnate Thatcher (George Coulouris) per dargli una vita decorosa; o delle sue fortune a capo dell’Esquire con Bernstein (Everett Sloane) e Leland (Joseph Cotten); e dei matrimoni falliti con Emily (Ruth Warrick) e con Susan Alexander (Dorothy Comingore). Il mistero attorno a Rosabella s’infittisce; nessuno infatti ha idea di cosa possa significare la sua ultima parola. Thompson arriverà così sino a Xanadu per provare a svelare l’enigma, ma potrebbe risultar vano.

La Rosabella di Quarto potere
La Rosabella di Quarto potere

L’inizio del cinema moderno americano: un incipit rivoluzionario

Un cartello su di un cancello: “Vietato oltrepassare”. Poi una carrellata verticale con cui sguinzagliare la forza di una profondità di campo abortita sul nascere; in un occhio appannato, incapace di mettere a fuoco, e a guardare oltre. Welles gioca così di dissolvenze incrociate tra griglie e sbarre di cancello facendo svettare l’enigmatica ed hitchcockiana Xanadu in campo lungo. Procede per gradi il cineasta de L’orgoglio degli Amberson (1942), facendoci girare attorno alla reggia, togliendo allo spettatore punti di riferimento; tra scimmie solitarie, gondole e riflessi sul mare, ponteggi, moli e altarini.

Poi una luce da una stanza, Welles sceglie di dare una minima via allo spettatore immerso nel contesto scenico spettrale e gotico; incedendo così, sempre tramite delicate e corpose dissolvenze, dentro Xanadu in un gioco di chiaroscuri espressionistici reso grande dalla fotografia di Toland. Al suo interno, Welles pone, sin dalle prime battute di racconto, le basi dell’intreccio scenico.

Il formidabile incipit di Quarto potere
Il formidabile incipit di Quarto potere

Una bufera di neve e una veloce zoomata che ne amplia il raggio d’azione; il dettaglio delle labbra che pronunciano: “Rosabella”; una palla di vetro che crolla rovinosamente cristallizzando, di riflesso, l’evento traumatico; l’ingresso dell’infermiera. In un lenzuolo adagiato discendono le tenebre su chi scopriremo essere il Charles Foster Kane di Welles; dispiegando così la narrazione di Quarto potere (Citizen Kane in originale).

La disgregazione della linearità hawksiana: il colpo di stato di Orson Welles

Nel farlo, il cineasta de L’infernale Quinlan (1958) gioca con le intenzioni sceniche, e con lo spettatore, realizzando così un falso narrativo d’autore che racchiude al suo interno l’essenza stessa del racconto. Quarto potere infatti, vive della sua forza propulsiva di elemento di rottura delle abituali narrazioni classiche; linearità, limpidità e coerenza tipicamente hawksiana che Welles rimescola e destruttura interamente.

Così facendo infatti, il cineasta americano assimila l’occhio della cinepresa a quello dello spettatore, strumentalizzandolo per l’apertura di racconto – e al contempo ovviando a un’evidente problema narrativo. Qualcosa di cui un perfezionista come Welles era perfettamente consapevole nel redigere lo script. Declinando così un “difetto autoriale” che è rivoluzione e innovazione narrativa e industriale; proiettando il cinema verso una nuova era moderna.

La palla di Natale
La palla di Natale

Intenti sovversivi, che trovano rimandi anche nell’oramai celebre “parata di notizie”. Tra cartelli e un fittizio cinegiornale infatti, Welles dispiega in modo intelligente e innovativo il background caratteriale del suo formidabile alter-ego tra imprese politiche ed economiche da magnate della stampa sulle note della Tannhauser Overture di Wagner; codificando così un linguaggio filmico pionieristico per l’epoca, fatto di a-linearità a spasso nel tempo, con l’obiettivo di potenziare l’aura epica di Kane. Emerge infatti la quintessenza del self-made-man condensata in poche sequenze, attraverso cui Welles mitizza all’estremo il Sogno Americano per poi gettarvi ombre e ambiguità.

Quarto potere: l’indagine giornalista e il racconto fintamente episodico

Nello sviluppo del racconto, Welles alza la cifra dell’atipicità di Quarto potere, giocando con l’inerzia stessa dell’a-linearità dichiarata in apertura di narrazione; arricchendola di senso per mezzo di uno sviluppo lineare abilmente camuffato. Attraverso l’espediente dell’indagine giornalistica infatti, il cineasta de Il processo (1962) realizza un gioiello filmico narrativamente ibrido; introducendo così il punto di vista scenico dello zelante Jerry Thompson, strumentalizzandolo poi, per scandagliare la vita di Kane tra passato e presente.

Così facendo, Welles realizza un ritratto a tutto tondo del suo alter-ego, per mezzo di una struttura narrativa complessa in digressione temporale che nel suo sviluppo agisce in forma linearmente episodica; resa sagacemente impropria tra testimonianze ed elementi testuali.

L'inizio dell'indagine giornalistica al centro del racconto
L’inizio dell’indagine giornalistica al centro del racconto

La sequenza, codificata in una brillante semi-soggettiva che vive di un chiaroscuro da manuale è essenziale nell’economia del racconto. Permette infatti a Welles, di ricondursi all’enigmatica Rosabella dell’incipit; un raccordo scenico formidabile che alza la posta in gioco e dà il via al dispiego del conflitto scenico. Il cineasta de Lo straniero (1946) procede così tra costruzioni d’immagine segnate da un uso pionieristico della profondità di campo; e da un montaggio netto, secco che conferisce a Quarto potere un ritmo incalzante. Espediente attraverso cui Welles declina l’anima romantica del racconto di un amore ricercato, reso dai traumi della vita possessione, e infine perso nella solitudine di Xanadu.

La climax: la verità attorno a Rosabella

È tuttavia nella climax che Welles serra le fila su (s)fortuna e gloria di Charles Foster Kane; costruendovi attorno una prigione di solitudine con cui giocare con il doppio, il riflesso e una profondità di campo propagata che è puro cinema avveniristico. Nel far perdere tutti i legami al suo alter-ego, il cineasta de Falstaff (1965) porta a compimento l’arco di trasformazione riavvolgendo il nastro; ritornando così agli inizi, alle parole pronunciate in punto di morte e a quel Macguffin dal sapore hitchcockiano.

La slitta di Charles Foster Kane
La slitta di Charles Foster Kane

La soluzione dell’enigma diventa un segreto tra spettatore e cineasta. Welles infatti impedisce al suo contesto scenico di accedere alla verità, al diradare la coltre di nebbia attorno a Rosabella, lasciando così intaccata l’aura epica del suo solitario magnate. Il cineasta de L’altra faccia del vento (2018) però, dà allo spettatore il privilegio della conoscenza, sfruttando ancora una volta l’espediente dell’incipit. Assimilando ancora una volta l’occhio della cinepresa con quello dello spettatore, Welles ci rende partecipi di Rosabella per mezzo di un panoramica; riconducendola così al retaggio, al legame familiare, a un dono che è rimpianto sino all’ultimo respiro, di giorni ormai perduti.

Quarto potere: gioiello immortale della filmografia mondiale

Ispirazione di opere come Il ponte sul fiume Kwai (1957), Mio zio (1958), Pulp Fiction (1994), vive di un’insolita modernità Quarto potere, perché se è vero che l’opera di Welles è prossima agli ottant’anni, i segni dell’età li nasconde bene; grazie soprattutto a un linguaggio filmico avanti di decadi tra una narrazione a-lineare, e l’aver posto le basi della codifica cinematografica della profondità di campo.

Eppure, tra i tanti elogi di critici, cineasti e cinefili, sono le parole della recensione dell’epoca di Jorge Luis Borges a destare particolare interesse; mostrandoci una chiave di lettura dell’opera wellesiana che seppur in parte negativa, ragiona sull’importanza nel “domani” di Quarto potere offrendo spunti di riflessione valevoli oggi come ieri:

Oso sospettare che Quarto potere perdurerà come perdurano certi film di Griffith; il cui valore nessuno nega, ma che nessuno si rassegna di rivedere. Soffre di gigantismo, pedanteria, tedio. Non è intelligente, è geniale; nel senso più notturno e tedesco. […] Oppressivamente, infinitamente, Orson Welles esibisce frammenti di vita dell’uomo Charles Foster Kane; invitandoci a combinarli e a ricostruirlo. […] Alla fine comprendiamo che i frammenti non sono retti da segreta unità. L’aborrito Charles Foster Kane è un simulacro, un caos di apparenze.

La locandina di Quarto potere
La locandina di Quarto potere

Sintesi

Il boicottaggio di Hearst, la recensione in negativo di Borges che guarda sorprendentemente al domani, e la sequenza onirica di Effetto notte (1973) di Truffaut. Quarto potere di Orson Welles ha rappresentato e rappresenta, ancora oggi, un modello per critici, cineasti e cinefili di tutto il mondo. Una di quelle opere immortali, che nonostante i suoi "splendidi" ottant'anni, non invecchia e perfino migliora. Confermando, di anno in anno, l'avveniristico sguardo registico di un Welles che tra l'a-linearità e la codifica filmica della profondità di campo, guardava ben oltre il rompere gli schemi del classicismo hawksiano, piuttosto al cinema del nuovo millennio.

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