Pulp Fiction

Pulp Fiction recensione del film di Quentin Tarantino

Pulp Fiction recensione del film di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson, John Travolta, Uma Thurman, Bruce Willis, Ving Rhames, Tim Roth e Harvey Keitel

Il cammino dell’uomo timorato di Dio, il Big Kahuna Burger, la teorizzazione sui massaggi ai piedi, MacGuffin demoniaci e il più iconico ballo del cinema contemporaneo. Quella Palma d’Oro conquistata nel maggio 1994 con Clint Eastwood presidente di giuria – in un testa a testa con Tre Colori: Film Rosso – era l’indizio (o forse la conferma) di come Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino (Bastardi senza gloria, Django Unchained) fosse una gemma rara.

Un piccolo gioiello di scrittura che stregò pubblico – che lo elesse da subito a instant cult – e critici di tutto il mondo. Gli elogi si sprecarono, specie da parte di due giganti del settore come Roger Ebert e Gene Siskel che ci videro lunghissimo paragonandolo – per il peso specifico che avrebbe avuto negli anni a venire – all’opera prima di Orson Welles; quel Quarto potere (1941) che lasciò basito un pubblico decisamente poco avvezzo ai virtuosismi narrativi.

Laddove la sopracitata opera di Welles segnò il definitivo passaggio dalle strutture narrative lineari a quelle a-lineari ed elaborate del cinema moderno americano, Pulp Fiction riuscì in un’azione ugualmente rivoluzionaria. Il regista di The Hateful Eight (2015) riesce nei suoi intenti andando a delineare un elaborato intreccio narrativo, con cui rileggere le naturali estetiche del cinema gangster, spezzando l’abituale andamento di una narrazione lineare nel cinema di genere.

Uma Thurman in una scena di Pulp Fiction
Uma Thurman in una scena di Pulp Fiction

L’opera di Tarantino ebbe un impatto non indifferente nel cinema dell’epoca (e non solo), trovandovi dei rimandi tematici “pseudo-pulp” nelle prime opere di Guy Ritchie tra Lock & Stock – pazzi scatenati (1998) e Snatch – Lo strappo (2000), sino all’espediente delle narrazioni volutamente a-lineari sapientemente declinato in quel gioiello di City of God (2002) di Fernando Meireles e una similare lettura del genere action, operata da Wes Anderson – quasi diciassette anni dopo – con Moonrise Kingdom (2012); senza però, in nessuno di questi casi, quella cura dell’elemento dialogico che ha reso grande Tarantino.

Nel cast di Pulp Fiction figurano Samuel L. Jackson, John Travolta, Uma Thurman, Bruce Willis, Ving Rhames, Tim Roth, Harvey Keitel, Steve BuscemiChristopher Walken; e ancora Amanda Plummer, Eric Stoltz, Peter Greene, Angela Jones, Maria de Medeiros e Rosanna Arquette.

Pulp Fiction: sinossi

Una coppia di rapinatori, Zucchino (Tim Roth) e Coniglietta (Amanda Plummer) discutono di un colpo in una caffetteria, finché non decidono di rapinarla. Due sicari, Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L.Jackson), hanno il compito di recuperare una valigetta misteriosa appartenente al loro capo, Marsellus Wallace (Ving Rhames). Dopo il buon esito della missione, Vincent ottiene da Marsellus, l’incarico di accompagnare la moglie Mia (Uma Thurman) a cena fuori; sarà l’inizio di una lunga notte…

Il Big Kahuna Burger di Pulp Fiction
Il Big Kahuna Burger di Pulp Fiction

Nel frattempo Butch Coolidge (Bruce Willis), un pugile al servizio di Wallace, è destinato a perdere un incontro su ordine del proprio capo. Coolidge però sceglie diversamente. Scommette su sé stesso, fa il doppio gioco, e decide di darsi alla fuga assieme alla fidanzata Fabienne (Maria de Medeiros); ma il passato torna inesorabile, e prima della fuga decide di recuperare un prezioso ricordo di famiglia.

Pulp Fiction: la rilettura del cinema gangster secondo Tarantino

Pulp: Soffice massa umida di materia informe. […] Rivista o libro contenente argomenti luridi; o con carta stampata lurida e mai lavorata.” Nel parlare dell’apertura di racconto di Pulp Fiction, bisogna tener conto di come – per via della sua atipicità narrativa – ne abbiamo ben due. In quella di tipo scenico, Tarantino rilegge il topos della rapina in banca; teorizzando della “rapina intelligente”, per mezzo di dialoghi brillanti e audaci. In quella narrativa invece, Tarantino reinterpreta alla sua maniera la tipicità “di genere” dell’assassinio su commissione, alleggerendo il tono del racconto e l’atmosfera scenica; tra gli hashish-bar di Amsterdam, teorizzazioni su pilot televisivi e massaggi ai piedi, il valore del Big kahuna burger, ed Ezechiele 25:17 – fantomatico passaggio della Bibbia che Tarantino cita integralmente da Karate Kiba (1973):

Ezechiele, 25:17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che, nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è, in verità, il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te.

John Travolta e Samuel L. Jackson
John Travolta e Samuel L. Jackson

Tarantino parte dall’espediente de Le iene (1992) potenziandolo a livello narrativo. Il cineasta americano compie così un’autentica destrutturazione del cinema di genere; delineando una narrazione a-lineare episodica che si fregia di un intreccio con cui discostarsi del tutto dal tipico racconto dall’andamento lineare. Ciononostante, come detto in apertura, il racconto di Pulp Fiction vive di un’effettiva linearità scenica; sta allo spettatore saper cogliere gli indizi, i cambi d’abito repentini, i riferimenti velati a eventi altri e i differenti punti di vista, per costruire la mitologia. Generando così un dislivello narrativo tra gli eventi mostratici per mezzo del montaggio, e l’effettivo concatenamento dell’unitarietà del racconto.

Un processo arguto che in Pulp Fiction si realizza per mezzo di un racconto episodico cucito addosso a una struttura narrativa ciclica; ma anche di un brillante elemento dialogico fatto di citazioni e situazioni “altre”. Così facendo Tarantino contamina le tipizzazioni del cinema gangster e le intenzioni dei suoi agenti scenici – senza dubbio la principale innovazione portata dal regista di Jackie Brown (1997) alla causa postmoderna.

Il Jack Rabbit’s Slim: tra citazioni, auto-citazioni e Kill Bill

Nell’arena scenica del Jack Rabbit’s Slim, prende vita l’ennesima componente narrativa di Pulp Fiction; forse la più iconica, quella che ha reso non tanto grande l’opera di Tarantino, ma leggendaria. Lo sviluppo dell’intreccio scenico permette a Tarantino di porre le basi per uno dei nodi relazionali del racconto; quello tra la Mia della Thurman e il  Vincent di Travolta. Espediente con cui Tarantino rilegge l’ennesimo topos di genere; quello della relazione proibita tra la “donna del capo” e lo scagnozzo, che il cineasta sceglie di raccontare in chiave atipica, vivace e violenta.

Tra omaggi al quadrato dei Flinstones, le locandine de La legge del mitra (1958), Daddy-O (1958), Roadracers (1959), I diavoli del Grand Prix (1963), sosia di serie B di Elvis e Marilyn Monroe e “camerieri Zorro”; prende forma la prima vera lettera d’amore alla storia del cinema. Un mondo magico e kitsch, quasi astratto rispetto al racconto, con cui il cineasta americano realizza un esempio di citazionismo cinematografico da manuale.

Uma Thurman e John Travolta
Uma Thurman e John Travolta nella celebre sequenza di ballo di Pulp Fiction

A partire dalla presenza scenica “ballerina” di John Travolta, sino al ballo di Mia e Vincent sulle note di You never can tell di Chuck Berry, che trasuda cinema in ogni movimento. Se infatti quelli di Mia sono codificati sulla base de Il vaso di Pandora (1929), quelli di Vincent seguono perfettamente quelli del Guido Anselmi di Mastroianni de 8 ½ (1963). C’è tempo anche per un’autocitazione oppositiva, con Steve Buscemi nei panni di un cameriere; una sorta di punizione da contrappasso tarantiniano, dopo il ruolo scenico di Mr Pink ne Le iene, e il teorema della mancia.

Per mezzo di una regia fluida, fatta di primi piani, piani medi e piani sequenza dinamici, Tarantino scatena l’alchimia scenica di Thurman e Travolta; dando così vita a una sequenza suggestiva che ha fatto la storia del cinema. Tra chiacchiere su frappè da 5 dollari, e sul valore del silenzio in un rapporto; il preludio alla sopracitata sequenza di ballo, regala un momento indubbiamente particolare. La backstory del (breve) passato da attrice di Mia, con il racconto delle Fox Force 5, ha un che di familiare:

C’era una bionda, Sunset O’Neil, lei era il capo. La volpina giapponese era una maestra di arti marziali. Alla ragazza nera toccavano le demolizioni, era un’esperta. La volpina francese aveva una specialità: il sesso. […] Il mio personaggio, Raven McCoy, era la donna più pericolosa del mondo con un coltello.”

Con una semplice backstory, Tarantino dà colore al racconto ponendo – a posteriori – le basi narrative di Kill Bill Vol.1-2 (2003-2004) e dell’epica di Beatrix Kiddo. Espressione della magistrale cura di particolari di un regista che non lascia mai niente al caso.

Tra Die Hard e Pulp Fiction: Bruce Willis e la canottiera sporca di sangue

La rilettura delle estetiche cinematografiche – come dicevamo – non è soltanto riconducibile all’elemento narrativo; è anche un lavoro intelligente di rilettura delle intenzioni dei suoi agenti scenici. In tal senso, la presenza scenica di Bruce Willis – il John McClane della saga di Die Hard – e l’episodio di cui è protagonista risulta cruciale; alzando sensibilmente la posta in gioco negli intenti rivoluzionari di Quentin Tarantino.

Laddove, alla vista di una mitraglietta, John McClane non avrebbe resistito, cucendosela addosso per tutta la durata del conflitto scenico, Butch Coolidge no. Butch la utilizza per neutralizzare il Vega di Travolta, per poi lasciarla lì; scegliendo più avanti la katana per sfuggire alla prigionia dello Zed di Greene. Potrebbe sembrare un passaggio semplice, quasi una sciocchezza, e invece è un evento di enorme rilevanza nell’economia delle dinamiche sceniche di Pulp Fiction.

Butch Coolidge e John McClane
Butch Coolidge o John McClane? Tarantino rilegge il cinema action

Tarantino gioca con le aspettative degli spettatore, destrutturando così le abitudini e gli sviluppi di un normale film d’azione. Non è casuale il far compiere simili azioni proprio al Butch di Willis; così come non lo è – a livello morfologico – la maglietta bianca sporca di sangue, al pari della “celebre” canottiera – che in Die Hard era un rimando visivo alla crescita del conflitto scenico. Con Butch Coolidge e il volto scenico di Bruce Willis, il cineasta americano opera una rilettura narrativa di John McClane; e un po’ di tutto il cinema action se consideriamo McClane come il simulacro della Hollywood d’azione mainstream.

Oltre a questo, il Butch Coolidge di Willis è funzionale al racconto per via della propria ragione scenica. Nell’epica del pugile corrotto in fuga, tra momenti romantici e di violenza brutale, Tarantino va a rileggere uno dei topos classici delle narrazioni noir. Rievocando così personaggi leggendari come il Charley Davis di Garfield de Anima e corpo (1947), il Terry Malloy di Brando de Fronte del porto (1954); e chiaramente il Jake La Motta di De Niro ne Toro Scatenato (1980).

La consacrazione di Quentin Tarantino

Ed è un po’ questa l’essenza di Pulp Fiction. Deus ex machina come Mr Wolf, balli iconici, teorizzazioni sul caffè e sulle rapine, sul valore del silenzio e sui massaggi ai piedi; e ancora sadomasochisti senza scrupoli, cervelli spappolati sul lunotto, e la coppia di sicari multietnica Travolta-Jackson che rievoca quella Silva-Strode de La mala ordina (1972).
Contaminazioni di genere, di sfumature e di atmosfere con cui dar colore al racconto e valorizzare – di riflesso – i vivaci ed elaborati archi di trasformazione dei suoi protagonisti; Pulp Fiction è un autentico miracolo filmico, un’opera irripetibile e imprescindibile che codifica appieno la poetica del primo periodo del suo cineasta. Quentin Tarantino rilegge il gangster a livello morfologico e narrativo, raccontando della sua redenzione dinanzi a valigette demoniche dalla combinazione 6-6-6; segnando indissolubilmente il postmodernismo e consegnandosi all’immortalità cinematografica.

Sintesi

Tra riletture di John McClane e balli entrati di diritto nella storia del cinema tra 8 e mezzo e La febbre del sabato sera; Pulp Fiction è da definirsi a pieno titolo un autentico miracolo filmico. Un'opera irripetibile e imprescindibile che codifica appieno la poetica del primo periodo del suo cineasta. Quentin Tarantino rilegge il gangster a livello morfologico e narrativo, raccontando della sua redenzione dinanzi a valigette demoniche dalla combinazione 6-6-6; consegnandosi all'immortalità cinematografica e segnando indissolubilmente il postmodernismo.

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