Ombre rosse

Ombre rosse recensione film di John Ford con John Wayne e John Carradine [Flashback Friday]

Ombre rosse recensione del film di John Ford con John Wayne, Claire Trevor, Andy Devine, John Carradine, Thomas Mitchell e Louise Platt

Fa strano pensare che quando John Ford propose Ombre rosse (1939) agli Studios (quasi) nessuno volle puntare sul suo concept. Eppure, ragionando a posteriori, a quasi 82 anni dalla sua realizzazione, l’opera del cineasta americano con protagonisti John Wayne, Claire Trevor e John Carradine, è da considerarsi non soltanto come un caposaldo del cinema classico americano, ma anche la quintessenza dell’epica fordiana.

È con Ombre rosse infatti, che Ford consolida le basi tematico-narrative per i successivi racconti western, come il topos del viaggio. Tema caro sin dagli albori della sua carriera, che il cineasta americano saprà brillantemente declinare in opere tra le quali La carovana dei mormoni (1950); Sentieri selvaggi (1956); Cavalcarono insieme (1961); Il grande sentiero (1964).

John Ford sul set di Ombre rosse
John Ford sul set di Ombre rosse

E non solo, perché Ombre rosse è pionieristico anche nella tipizzazione della dimensione caratteriale dei personaggi in scena: una prostituta cacciata dalla città perché ritenuta immorale; un dottore alcoolizzato; una donna incinta che viaggia per unirsi al marito ufficiale della Cavalleria; un venditore di superalcolici; un gentiluomo del sud e un fuorilegge dal cuore d’oro, personaggi “fallati” che troveranno però nel viaggio “di trasformazione” fordiano una nuova ragione di vita.

La genesi creativa tra Gary Cooper e Marlene Dietrich

Poco dopo la pubblicazione del racconto La diligenza per Lordsburg sul Collier’s, Ford ne acquistò i diritti, dando così il via alla genesi creativa de Ombre rosse. La molla che fece scattare l’idea nella testa di Ford, fu la familiarità con un racconto di Guy de Maupassant: Palla di sego (1880), racconto che narra di tre persone in fuga da Rouen su una carrozza, dopo l’invasione dei prussiani.

Con lo script in mano, Ford tentò di proporre il progetti a diversi studios hollywoodiani tra cui il potentissimo David O. Selznick. Il produttore di Rebecca – La prima moglie (1940), nonostante avesse accettato di investire su Ombre rosse, cambiò idea nel vedere Ford indeciso su quando iniziare a girare e sulle scelte casting. Nella maggior parte dei casi tuttavia, i produttori rispedirono l’offerta al mittente. All’epoca infatti i western a grosso budget erano fuori moda e poco remunerativi. Ma soprattutto per l’ostinazione – poi ben ripagata – di Ford, di scritturare un giovane John Wayne nel ruolo chiave.

John Wayne, Claire Trevor e John Carradine
John Wayne, Claire Trevor e John Carradine in una scena di Ombre rosse

Tra tanti no alla fine arrivò un si. Ombre rosse vide la luce grazie all’indipendente Walter Wanger ma tutto fu sul punto di saltare sul più bello. Oltre alle riserve di tipo remunerativo, Wanger pose a Ford un ultimatum: scritturare Gary Cooper nel ruolo di Ringo (che poi andrà a John Wayne); e Marlene Dietrich come Dallas (che poi andrà a Claire Trevor).

Ford respinse in blocco le richieste, non ritenendo le due star adatte alla tipologia di racconto. In tutta risposta Wanger produsse si Ombre rosse, ma dando al cineasta western metà del budget previsto, circa 250.000 dollari. Ford si rimboccò le maniche realizzando infine un capolavoro ineguagliabile, ma per certi aspetti l’ebbe vinta Wanger; non è di John Wayne infatti, il primo nome nei titoli di testa.

Ombre rosse: sinossi

Fine Ottocento americano. Un gruppo di persone sale a bordo di una diligenza che va da Tonto a Lordsburg: Dallas (Claire Trevor), prostituta cacciata dalla città in cerca di redenzione; il dottor Josiah Boone (Thomas Mitchell), alcolizzato senza speranza; Lucia Mallory (Louise Platt), incinta in viaggio verso il marito; Samuel Peacock (Donald Meek), venditore di superalcolici; non ultimo Hatfield (John Carradine), gentiluomo del sud, esperto giocatore d’azzardo. Poco prima della partenza, il tenente Blanchard (Tim Holt) informa che Geronimo e gli Apache sono sul sentiero di guerra; fornirà così una scorta adeguata per superare indenni l’ostacolo.

Alla guida c’è il postiglione Buck (Andy Devine) che, specie dopo una simile notizia, chiede allo sceriffo Charlie Wilcox (George Bancroft) di accompagnarli per protezione. Oltre a Geronimo infatti, nella zona è stato avvistato il fuorilegge Ringo (John Wayne), diretto verso Lordsburg per vendicarsi dell’assassinio del padre da parte di Luca Plummer (Tom Tyler). Tra assalti indiani e insidie di ogni genere, la diligenza intraprenderà un viaggio molto più complicato di quanto non sembrasse in partenza.

John Wayne in una foto promozionale di Ombre rosse
John Wayne in una foto promozionale di Ombre rosse

La teorizzazione del topos del viaggio fordiano

Le prime battute di Ombre rosse sono decisamente funzionali. Permettono infatti al cineasta de L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di presentare i sopracitati personaggi che prenderanno parte al viaggio. Simulacri tipizzati del genere western presentatici in modo semplice, netto, lineare, dalla straripante carica valoriale benevola; ognuno con una giustificazione narrativa alla base del viaggio. È di un viaggio che parliamo (a partire proprio dal titolo originale, Stagecoach/Diligenza). E per via del turning point – nonché declinazione dell’eterna dicotomia cowboy-indiani – alla base del racconto, esso assume una duplice valenza narrativa.

Il viaggio in Ombre Rosse non è soltanto la traversata nella Monument Valley, ovvero la ragione narrativa alla base delle azioni dei singoli personaggi sulla diligenza, e relativa metafora narrativa dell’evoluzione/trasformazione degli stessi. Oltre a questo, il topos della traversata presta al fianco all’opportunità di esaltare la componente scenica della Cavalleria Nordista, a cui, quasi dieci anni più tardi, dedicherà l’omonima Trilogia composta da Il massacro di Fort Apache (1948); I cavalieri del Nord Ovest (1949); e Rio Grande (1950).

La diligenza e il topos del viaggio
La diligenza e il topos del viaggio fordiano in Ombre rosse

Come accadde lungo tutta la filmografia fordiana, il tema del viaggio e la sopracitata dicotomia scenica, permettono a Ford di prendere pezzi di storia americana rielaborandoli al fine di renderli funzionali al racconto per consegnarli, così, all’immortalità cinematografica. Il topos scenico trova una sua declinazione attraverso una struttura narrativa lineare tipica del cinema classico prettamente hawksiano dalla messa in scena tanto sontuosa dal punto di vista registico, quanto essenziale da quello scenografico.

Ombre rosse: costruire la grammatica filmica del cinema western

Un racconto dall’andamento lento e graduale, volto ad approfondire la caratterizzazione dei personaggi così come la crescita delle relazioni sceniche tra gli stessi; susseguenti al dispiegarsi dell’intreccio alla base, piuttosto semplice. Ed è esattamente questa la ragione della grandezza di Ombre rosse. La sua capacità, attraverso un linguaggio filmico innovativo e immediato, di costruire le basi della grammatica filmica del cinema western classico tra caratterizzazioni colorate e topos scenici: dai grandi spazi del tema del viaggio; al clima di minaccia incombente per la presenza degli indiani; all’intervento – deus ex machina – della Cavalleria; all’eroe in cerca di redenzione.

John Wayne e la sua formidabile entrata in scena in Ombre rosse
John Wayne e la sua formidabile entrata in scena in Ombre rosse

Per chi si approccerà ad Ombre rosse per la prima volta, il consiglio è di non stupirsi dell’innovazione in termini di linguaggio filmico, a partire proprio dalla sequenza con cui ci viene presentato il Ringo di Wayne: un agile movimento della mano a far roteare il fucile; la Monument Valley sullo sfondo; e lo sguardo deciso e sincero di un fuorilegge dall’animo buono. Una presentazione così d’impatto, in pochi secondi, nemmeno negli action odierni dai budget “monstre” si riesce a trovare.

Basterà questo per farvene innamorare, e a riflettere su come un film del 1939 possa essere così tremendamente attuale e fresco. Ma è proprio questa la forza dei capolavori, e del cinema, l’imperturbabilità al tempo che passa; e Ombre rosse lo è, senza battito di ciglio.

Ombre rosse: l’inizio della leggenda John Ford e del feticcio John Wayne

Al momento del rilascio in sala di Quarto potere (1941), Orson Welles spiegò come la sua principale ispirazione fu proprio Ombre rosse. A detta del regista de L’infernale Quinlan (1958) infatti, l’opera di Ford è il perfetto manuale di regia cinematografica. Si dice infatti che Welles lo guardò qualcosa come 40 volte in preparazione alle riprese del suo esordio registico.

Candidato a 7 Oscar 1940 e vincitore dell’Oscar al Miglior attore non protagonista e Miglior colonna sonora, il peso specifico di Ombre rosse vive e rivive nella storia del cinema, nel retaggio. All’epoca infatti, l’opera del ’39 permise di disegnare le fattezze da “attore-feticcio” del perfetto eroe fordiano John Wayne. Interprete eccezionale a cui poi Ford chiederà di prestare il volto di Kirby Yorke e Nathan Brittles nella trilogia della cavalleria; Ethan Edwards nel sopracitato Sentieri selvaggi; nonché di Tom Doniphon in L’uomo che uccise Liberty Valance.

Ma soprattutto, Ombre rosse ha gettato le basi del definitivo salto di qualità del suo autore. Nei successivi due anni infatti, il cineasta americano dispiegherà il suo talento eclettico, realizzando due dei suoi film più importanti sul sogno americano: Furore (1940) tratto dall’omonimo romanzo del 1939 di John Steinbeck; ma soprattutto Com’era verde la mia valle (1941); vincitore di 5 Oscar nonché uno dei film più imprescindibili degli anni quaranta. Due delle tante consacrazioni del più grande regista western (e non solo) americano.

La locandina di Ombre rosse
La locandina di Ombre rosse

Sintesi

Definito da Orson Welles come "il perfetto manuale di regia", Ombre rosse è la quintessenza del cinema western fordiano. L'opera che diede il via alla "leggenda John Ford", è tra le opere essenziali della storia del cinema per la capacità, quasi didattica, di gettare le basi sugli elementi cardine del cinema western tra topos scenici e caratterizzazioni rese, infine, leggendarie.

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