Oltre il cinema – L’11 settembre: la narrazione frammentata dietro un fotogramma nero

L’11 settembre: la narrazione frammentata dietro un fotogramma nero

di Antonio Buonansegna

 

Fahrenheit 11/9 (Credits: Bim Distribuzione)
Fahrenheit 11/9 (Credits: Bim Distribuzione)

Che rumore fa la felicità? È la domanda che si pone il frontman dei Negrita. Un po’ per retorica, un po’ per poetica, nessuno è mai riuscito a dare una risposta. Ma se capovolgessimo l’interrogativo, chiedendoci quando termina la felicità, ognuno di noi avrebbe la sua lista: l’ultimo scricchiolio di un sacchetto di patatine, l’annuncio sul treno che ci ricorda di essere in partenza, la sveglia delle sette del mattino.

O, scavando più a fondo, il suono di un’infanzia interrotta bruscamente. Quella di un bambino di dieci anni, sereno nel fantabosco della Melevisione, che si trovò catapultato in un nuovo scenario: un fotogramma nero che, in pochi istanti, cancellava la sua infanzia.

Quel giorno, l’11 settembre secondo il calendario gregoriano, cinema e media hanno contribuito a scolpire nella nostra mente un’eredità emotiva. La finzione si è trasformata in un rifugio, una forma di terapia collettiva. Film come World Trade Center (2006) e United 93 (2006) sono diventati il nostro modo per elaborare un lutto e trovare un barlume di speranza. La narrazione classica di Oliver Stone si concentrava sulle storie di eroismo e resilienza dei primi soccorritori, optando per lo stile solenne a cui Hollywood ci ha da sempre abituato. Paul Greengrass, invece, con la narrazione corale di United 93 rendeva onore al coraggio dei passeggeri che, in un atto di ribellione disperata, hanno trasformato un aereo dirottato in un simbolo di eroismo collettivo.

Ci hanno insegnato che il cinema è soprattutto evasione. Ma in questo caso qualcosa si incrina: questi film hanno funzionato come un rito che ha permesso a una nazione di affrontare il proprio dolore. L’obiettivo era catartico: trasformare un dolore inspiegabile in una narrazione di coraggio e unità.

Questa è Hollywood, questa è l’America che, per un certo periodo, ha scelto di raccontarsi così. E intanto un’altra narrazione, più caustica e critica, si muoveva sul grande schermo. Un regista come Michael Moore, con il suo Fahrenhe

it 9/11, non solo criticò le decisioni politiche dell’amministrazione Bush, ma denunciò come i media avessero servito da megafono per la retorica della guerra. Moore gettò le basi per quella sfiducia e quella polarizzazione che oggi sono la norma. Ed è qui che le strade si separano.

Se all’epoca della tragedia, le Twin Towers ci hanno unito in un dolore comune, oggi, ventiquattro anni dopo, la recente morte di Charlie Kirk si trasforma nello specchio più amaro del nostro tempo. Non c’è più spazio per il silenzio attonito. I media non costruiscono una storia di dolore, preferendo narrazioni emotive separate e contrapposte.

Questa è Hollywood, questa è l’America, così come la vediamo oggi: un Paese che non può più provare la stessa emozione di fronte a una tragedia, perché i canali che la trasmettono sono separati e le narrazioni sono già scritte. È la fine di qualcosa che credevamo perfetto: l’idea che, in fondo, eravamo tutti dalla stessa parte dello schermo, a piangere o a celebrare, ma sempre insieme. Il mondo, oggi, non è più un racconto semplice e consolatorio. È un luogo frastagliato, pieno di storie contrastanti che ci confondono e ci dividono.

Che rumore fa la felicità? Cantano i Negrita. Impossibile dare una risposta. Aprire il pacchetto di patatine pieno, l’annuncio del treno che ci invita a prepararci alla discesa, la spunta che disattiva la sveglia. O forse, scavando più a fondo, il suono della sigla di chiusura della Melevisione, senza quel fotogramma nero a interromperne la visione.

World Trade Center di Oliver Stone (Credits: Paramount Pictures)
World Trade Center di Oliver Stone (Credits: Paramount Pictures)

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