Nimrods recensione film di Lee Kirk con Mckenna Grace, Mason Thames e Jenna Fischer
di Sofia Migliore

Nimrods è un film che funziona. Si guarda con piacere, diverte e ha un gran ritmo, anche se cade in qualche cliché di storia di troppo sui classici viaggi americani.
La trama parte da un pretesto di vendetta molto semplice: il fratello maggiore Wayne organizza uno scherzo pesante ai danni di Tommy e la sua band, inventandosi di sana pianta che sono stati scelti per aprire il concerto di Capodanno dei Green Day a Los Angeles. Si tratta di una burla crudele architettata per fargli un torto, ma che finisce per dare il via a un folle viaggio on the road alla scoperta di loro stessi, a bordo di un van scassato, senza soldi e senza troppi piani.
La cosa migliore del film è che riesci ad entrare subito nella storia insieme ai protagonisti. Ti affezioni a Tommy e ai suoi amici perché la sceneggiatura riesce a renderli credibili e vicini allo spettatore fin dalle prime scene, facendoti fare il tifo per la band fin dal primo momento.
Funziona molto anche l’intero comparto visivo: il regista Lee Kirk sceglie un analog style totale che domina ogni singola inquadratura. Dai vecchi telefoni a gettoni agli oggetti di scena, tutto rimanda chiaramente a quel preciso mondo degli anni Novanta. Questa scelta estetica si riflette anche nei dettagli tecnici della pellicola: scene corte, tagliate e montate come se una vera camera analogica dell’epoca le avesse girate, trasmettono un senso di urgenza e di spontaneità visiva super azzeccato.

A far girare bene il tutto ci sono continue battute durante il film che funzionano e non risultano mai forzate o scritte a tavolino.
Il contrasto tra l’ingenuità totale della band e le sfighe continue del viaggio on the road crea dei momenti comici che strappano più di una risata sincera. Il problema è che, a lungo andare, alcune di queste battute diventano a volte troppo ripetute, rallentando un po’ la fluidità dei dialoghi nella parte centrale della corsa verso Los Angeles. Questo calo di ritmo si sente anche nella gestione del cast secondario. Il personaggio di Mckenna Grace, nonostante la buona presenza dell’attrice, non è stato tanto approfondito dalla sceneggiatura e finisce per restare molto in superficie rispetto alla tridimensionalità dei tre protagonisti principali. Fortunatamente, i montaggi serrati costruiti sulle canzoni salvano il ritmo generale ogni volta che la narrazione rischia di sedersi un po’.
Ma il vero picco emotivo arriva alla fine. Le canzoni scelte per dare le vibes giuste durante il concerto al Palladium sono perfette, e la scena del live esplode letteralmente con un’iconica esecuzione di American Idiot da sola vale l’intera visione del film.
Alla fine dei conti, Nimrods non evita del tutto le trappole e le tappe fisse dei classici road movie americani, ma riesce comunque a compensare i suoi difetti di scrittura e la scarsa profondità di alcuni comprimari grazie a una colonna sonora trascinante e a un’energia visiva ruvida che cattura dall’inizio alla fine.


