Nashville

Nashville recensione film di Robert Altman [Flashback Friday]

Nashville recensione del film di Robert Altman con Keith Carradine, Ronee Blakley, Lily Tomlin, Geraldine Chaplin, Henry Gibson e Barbara Harris

Quanto compiuto negli anni settanta da Robert Altman da MASH (1970) a Una coppia perfetta (1979) passando per Anche gli uccelli uccidono (1970); Il lungo addio (1973); California Poker (1974); Buffalo Bill e gli indiani (1976); 3 Donne (1977); Un matrimonio (1978); Quintet (1979) è tra le più pure espressioni della creatività della New Hollywood. Un giocare con la destrutturazione del genere e i rispettivi topos, in una continua rilettura fatta di solidi racconti. Processo similare a quello operato da Stanley Kubrick lungo tutto il suo opus, in un lavorare maggiormente sulle atmosfere del contesto scenico piuttosto che sui singoli protagonisti. Proponendo così un forte punto di vista autoriale, affrontando di volta in volta un genere diverso. Nel mezzo c’è Nashville (1975), forse il capolavoro che vale la carriera. Fotografia impietosa, vivace e brillante degli anni settanta americani dall’approccio registico da indagine antropologica.

Candidato a 8 Oscar 1976 tra cui Miglior film e Miglior regia, e vincendone appena uno alla Miglior canzone, i piani di Altman per Nashville risalgono ai primi anni settanta, precisamente durante la lavorazione de I compari (1971). Joan Tewkesbury, collaboratrice stretta di Altman che firmerà anche la sceneggiatura de Gang (1974), propose al brillante cineasta di girare direttamente a Nashville piuttosto che “altrove”, amplificando così il realismo e l’autenticità dell’opera.

Barbara Harris
Barbara Harris in una scena di Nashville

Prima ancora che una sceneggiatura però, Nashville fu un diario di bordo. Giunta nella capitale del Tennessee nel 1973, la Tewkesbury, annotò qualsiasi cosa le passò di mente nel suo soggiorno: atmosfere, osservazioni, umori, colore, perfino un incidente sull’autostrada; tutti elementi che sarebbero stati restituiti nella messa in scena.

Nel primissimo draft, oltre all’assenza della suggestiva climax; della tematica politica; nonché del personaggio Haven Hamilton (Henry Gibson), Nashville sarebbe dovuto essere ambientato tra l’omonima cittadina e New York. L’apertura di racconto avrebbe riguardato il personaggio di Tom (Keith Carradine) tra le strade della Grande Mela poco prima di partire per Nashville. Un rimando implicito, a detta della Tewkesbury e della sua visione, a come l’industria musicale fosse “geograficamente smantellata”. Il country-western era definitivamente esploso nella capitale del Tennessee, ma bisognava comunque andare a New York per essere pagati e fare affari.

La realtà incontra la finzione: Barbara Jean tra Dolly Parton e John Lennon

In nessuno dei draft della Tewkesbury però, era presente una morte eccellente: marchio di fabbrica di Altman, da sempre con il debole per i tragici epiloghi. Propose così di chiudere il racconto con l’assassinio di Barbara Jean. Il personaggio portato sullo schermo da Ronee Blakley che per la sua performance si guadagnò la nomination agli Oscar 1976 come Miglior attrice non protagonista, rappresenta uno dei nodi gordiani di Nashville. Concepita come doppio di Dolly Parton; protagonista di una rivalità dicotomica con Connie White (Karen Black), rilettura altmaniana de Tammy Wynette; a Barbara Jean, Altman regalò un finale truculento, premonitore di tempi bui prossimi ad arrivare.

Ronee Blakley
Ronee Blakley in una scena di Nashville

Negli anni ottanta infatti, all’indomani dell’omicidio di John Lennon ad opera di Mark David Chapman, Altman ricevette una telefonata dal Washington Post dove venne accusato d’essere “responsabile” dell’atroce delitto dell’ex-Fab Four:

Sei tu quello che ha predetto che ci sarebbe stato l’assassinio politico di una star. […] Beh non mi sento responsabile. […] Queste persone non vengono assassinate a causa delle loro idee o di quello che fanno. Sono assassinate per attirare l’attenzione sull’assassino. […] In realtà quello che stanno facendo è uccidere qualcuno che agli occhi del pubblico è una sorta di icona.

Nel cast figurano Keith Carradine, Ronee Blakley, Lily Tomlin, Geraldine Chaplin, Henry Gibson e Barbara Harris; Karen Black, Ned Beatty, Scott Glenn, Shelley Duvall, Robert DoQui, David Arkin, Cristina Raines, Allan F. Nicholls, Gwen Welles, Jeff Goldblum, Elliott Gould e Julie Christie.

Nashville: sinossi

Nel pieno del fervore elettorale dovuto alla candidatura di Hal Philip Walker, a Nashville va in scena un festival country della durata di 5 giorni. Ci sono il trio Bill, Mary & Tom (Allan F. Nichols, Cristina Raines, Keith Carradine); le icone country Barbara Jean (Ronee Blakely) e Connie White (Karen Black) dalla rivalità storica; Haven Hamilton (Henry Gibson), il padrino del genere musicale qui a Nashville; i coniugi Delbert e Linnea Reese (Ned Beatty, Lily Tomlin) divisi tra amore spento, politica, musica e due figli sordomuti; il soldato Kelly (Scott Glenn), groupie sotto mentite spoglie, fan sfegatato di Barbara Jean; e chi come Martha/L.A. Joan (Shelley Duvall) groupie lo è per davvero.

C’è chi nel mondo dello spettacolo vuole entrarci a tutti i costi come Albuquerque (Barbara Harris); e chi c’entrerà per farsi circuire come Sueleen Gay (Gwen Welles); C’è anche qualcuno che sembra passare di lì per caso, a bordo di un triciclo a motore (Jeff Goldblum) o con una custodia di violino sempre ben salda in mano come Norman (David Arkin). Chi fa politica come John Triplette (Michael Murphy); chi farà la cronista dell’evento come Opal (Geraldine Chaplin); e chi semplicemente è stato invitato come Elliott Gould e Julie Christie. Sono tutti qui, a Nashville, incuranti del fatto che, all’ombra del Partenone, le loro vite cambieranno per sempre.

L'aeroporto di Nashville
L’aeroporto di Nashville

Nashville: un mosaico di colori americani firmato Robert Altman

Quello di Altman è un viaggio nel cuore dell’America. Un mosaico di colori e caratterizzazioni. Microcosmo della società americana e della natura umana in tutte le sue sfaccettature. Al punto che, nonostante il contesto scenico “di provincia”, la Nashville di Altman è viva, vibrante e pulsante tra cocomeri al derby, ingorghi stradali da antologia e night club, al pari di quella New York mai raccontata ma soltanto “respirata” dai protagonisti.

Vive Nashville nei “losangelini fatti con lo stampo” come la sfuggente e strafottente L.A. Joan di una piccola ma preziosa Duvall e nei reporter arrembanti ma frivoli, “mai sul pezzo” come la britannica Opal di una formidabile Chaplin. Agente scenico a cui Altman cuce addosso un’ironica e disastrata carica valoriale sempiterna che oggi vivrebbe nelle stories di Instagram da K likes ma che all’epoca pontificava sul giallo degli autobus e sul valore esistenziale delle discariche. Nella rivalità dicotomica tra l’eterea Barbara Jean della Blakley e la provocante Connie White della Black, le cui sorti mediatiche sembrano quasi determinare uno schieramento politico tra le forze in scena capeggiate dall’inossidabile Haven Hamilton di Gibson, stella country patriottica ormai calante ma restia a spegnersi.

Geraldine Chaplin in una scena di Nashville
Geraldine Chaplin in una scena di Nashville

Barbara Harris in una scena di Nashville
Barbara Harris in una scena di Nashville

Vive soprattutto del sogno americano alla “A Star is Born” del “duello a distanza” tra la Albuquerque della Harris e la Gay della Welles. È qui che il regista de I protagonisti (1992) dispiega la sua tipica critica tagliente, tra l’ironico e l’agrodolce, giocando con gli archi di trasformazione dei suoi agenti scenici e l’inerzia caratteriale. Va al massimo Altman, regalandoci le due facce del successo. Avvolgendole attorno a chi come Albuquerque riesce a cogliere ogni opportunità, saltando perfino sul cadavere insanguinato di Barbara Jean infine intonando una It Don’t Worry Me tra il grottesco e il surreale con cui ribaltare l’inerzia dell‘assassinio climatico, e chi come Sueleen Gay, con la sua I Never Get Enough (For Love), deve invece accontentarsi di una voce stonata; una stanza piena di politici con la bava alla bocca; uno spogliarello e l’odore del sigaro ad accompagnare.

I’m easy: la lama tagliente al cuore del racconto

Un paio d’anni più tardi dal rilascio in sala, l’interprete di Delbert Reese, Ned Beatty, raccontò di un curioso retroscena. Poco prima di iniziare le riprese, Altman fece riunire tutti gli interpreti in una sorta di tavola rotonda affermando le seguenti parole:

Siamo tutti pronti ad iniziare il film, voglio che vi divertiate. C’è solo una cosa che dovete ricordare: Ogni personaggio in questo film ama un personaggio. Ognuno di questi personaggi ama Barbara Jean.

Ironicamente però, Ronee Blakley fu l’unico membro del cast ad andare ben poco d’accordo con tutti, perfino con Altman. Il rapporto tra i due s’incrinò durante le riprese, riguardo alcune controversie sul personaggio. Sembrerebbe che le cose precipitarono al punto che la Blakley riscrisse da sé molte scene, spiazzando del tutto Altman. Nonostante questo però, l’affermazione di Beatty in merito è da intendersi come una preziosa chiave di volta per l’interpretazione di Nashville.

Keith Carradine in I'm Easy
Keith Carradine durante l’esibizione di I’m Easy

Lily Tomlin in una scena di Nashville
Lily Tomlin in una scena di Nashville

C’è una particolare sequenza in Nashville, esattamente quella in cui il Tom di Keith Carradine si esibisce in un locale intonando I’m easy. La canzone, oltre a far guadagnare al suo autore il sopracitato (e meritato) Oscar alla Miglior canzone, fu un successo strepitoso come 45 e 33 giri per l’epoca tanto da “guadagnarsi” una cover italica a opera di Teo Teocoli. Nella cornice narrativa di Nashville però, la struggente canzone di Carradine assume un significato d’enorme importanza per l’economia del racconto, rappresentandovi il cuore pulsante.

Il cineasta de America oggi (1993) infatti, nel giocare di montaggio alternato con le sorti di Sueleen Gay, realizza un gioiello di storytelling e di intenzioni sceniche. Tra gli occhi lucidi della Raines (fidanzata di Carradine all’epoca delle riprese); i sospiri della Chaplin; quelli sognanti della Tomlin; e di una curiosa Duvall; alle pendici del terzo atto Altman rimescola le dinamiche relazionali, le shakera, giocando d’intenzioni e suggestioni in campo lungo declinando – tra una delicatissima zoomata e un controcampo in pieno medio – la costruzione di un amore impossibile per poi abbatterlo nella totale indifferenza di una telefonata davanti allo specchio. Ed è un po’ questo il simulacro della grandezza di Altman. Il saper trattare dell’animo umano tra delusioni, trionfi silenziosi, crolli pubblici, conflitti interni e capricci mutevoli – con le sue gioie, la sua corruzione, le sue contraddizioni – come fosse una celebrazione tra le righe, quasi a ricordarci l’unicità dell’essere umani.

Raccontare del cuore dell’America, un’opera inarrivabile

Eccetto il personaggio di Jeff Goldblum che Altman inserì come raccordo scenico vivace e magico, tutte le anime di Nashville si mescolano tra loro. La narrazione di Altman è da intendersi più che come un canonico e lineare racconto a tre atti, come l’insieme di tanti tasselli di un mosaico che il dispiego dell’intreccio va infine ad amalgamare tra loro. Tanti “film nel film” – loro si, a tre atti – cuciti addosso agli archi di trasformazione che nella vivace Nashville s’incontrano, s’incrociano, si sfiorano appena, per poi andare ognuno nella propria direzione. Per intenderci, qualcosa di molto simile a quanto fatto da Quentin Tarantino con la Los Angeles de C’era una volta a… Hollywood (2019) e la gestione degli archi narrativi di Sharon Tate, Cliff Booth e Rick Dalton.

Certo qualcuno potrebbe storcere il naso. In fondo se pensiamo agli anni settanta hollywoodiani le pellicole-simbolo che vengono in mente sono Il padrino (1972); L’esorcista (1973); Lo squalo (1975); Apocalypse Now (1979). Nashville però sa cantare al cuore dell’America, quella popolare e radicata nel territorio, quella di cui cantavano Pete Seeger e Woody Guthrie nelle loro ballate country e che rivive tutta, pezzo per pezzo, nella totalmente autobiografica My Idaho Home di Barbara Jean/Ronee Blakley. Un’opera unica e inarrivabile da preservare e far conoscere alle future generazioni.

La locandina di Nashville
La locandina di Nashville

Sintesi

Quello di Robert Altman è un viaggio nel cuore dell'America. Un mosaico di colori e caratterizzazioni, microcosmo della società americana e della natura umana in tutte le sue sfaccettature al punto che, nonostante il contesto scenico "di provincia", la Nashville di Altman è viva, vibrante e pulsante al pari di quella New York mai raccontata ma soltanto "respirata" dai protagonisti, tasselli di un mosaico che il dispiego dell'intreccio va infine ad amalgamare tra loro. Tanti "film nel film" cuciti addosso agli archi di trasformazione che nella vivace Nashville si sfiorano appena, s'incontrano, s'incrociano per poi andare ognuno nella propria direzione.

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