Mio zio

Mio zio recensione del film di e con Jacques Tati [Flashback Friday]

Mio zio recensione del film diretto e interpretato da Jacques Tati con Alain Bécourt, Jean-Pierre Zola e Adrienne Servantie

Il cinema di Jacques Tati (Giorno di festa, Le vacanze del Monsieur Hulot) rappresenta da sempre, un unicum nella storia del cinema per la sorprendente capacità di lettura critica della sua epoca, di una leggerezza e semplicità disarmanti. Non fa eccezione Mio Zio – Mon Oncle (1958), vincitore dell’Oscar al miglior film straniero nel 1959, con cui Tati scandaglia l’ossessione della società francese per la modernità.

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In tal senso, Mio Zio (disponibile su Prime Video) rappresenta uno spartiacque nella carriera di Tati, che arrivato alla terza regia (e al primo film a colori) sceglie di calibrare il tono comico del suo cinema al servizio della critica sociale. Con Mio Zio infatti, Tati pone le basi tematiche del successivo Playtime – Tempo di divertimento (1967); un’esasperazione nichilistica e fredda della modernità nella società, visiva e concettuale, senza alcun margine d’incursione per la nostalgia e i sentimenti.

Mio zio recensione
Jacques Tati in una scena di Mio Zio

Grande merito del successo del cinema di Tati è dovuto al personaggio di Monsieur Hulot. L’alter-ego del cineasta francese infatti – a metà tra Buster Keaton e Charlie Chaplin – dà il là a Tati per codificare la sua comicità secondo i dettami della slapstick comedy. Ne consegue, in tal senso, che il cinema di Tati è figlio del suo tempo nella lettura sociale, ma totalmente estraniato nell’estetica; quasi come fosse in uno stato di sospensione perenne in termini di linguaggio filmico.

Nel cast di Mio Zio troviamo, chiaramente, Jacques Tati che figura anche come produttore, regista e sceneggiatore – Jean-Pierre Zola, Alain Bécourt e Adrienne Servantie.

Mio Zio: sinossi

Stavolta Monsieur Hulot (Jacques Tati) è alle prese con un quadro familiare della borghesia francese. La sorella di Hulot infatti, la Signora Arpel (Adrienne Servantie) è sposata con un ricco industriale (Jean-Pierre Zola) con cui conduce una vita perfettamente ordinaria e precisa fino al millesimo. I due hanno anche un figlio, Gèrard (Alain Bécourt), puntualmente trascurato ora dal padre impegnato con la ricerca d’agiatezza, ora dalla madre maniaca della pulizia.

Jacques Tati e Alain Bécourt
Jacques Tati e Alain Bécourt in una scena di Mon Oncle

La semplicità dello Zio Hulot, aiuterà Gèrard a sbloccarsi e a liberare tutta la sua vitalità, castrata da una vita appagante ma monotona. In preda alla gelosia, il Signor Arpel cercherà di trovare a Hulot un posto nella sua impresa, così da impedirgli di “rubargli” le attenzioni del figlio. Non tutto però andrà come previsto, e tra gag deliziose e una girandola di eventi, Arpel accetterà Hulot in famiglia e rinsalderà il legame con il figlio.

Mio Zio: la solitudine degli uomini

È un insolito linguaggio filmico quello del cinema di Tati, tra una comicità Chapliniana, e un lasciar parlare le immagini piuttosto che nel raccontare una storia vera e propria. Espediente che in Mio Zio permette di porre in scena un contrasto scenico tra la vita; la calorosità e la solidarietà del popolo; e l’ipocrisia della borghesia nel compiacere sé stessi e non riuscire a guardare oltre il proprio naso. Tra la spensieratezza di un cane randagio che corre in giro e di un telefono lasciato penzolare, e il grigiore e l’opulenza della fabbrica e della Villa Arpel, dei suoi percorsi ben delineati.

Tati dipana così una struttura narrativa dall’andamento ritmico dosato e meticoloso, dove nel porre in scena gli archi narrativi dei suoi protagonisti – e la susseguente trasformazione degli stessi – sceglie la via della “spontaneità costruita” piuttosto che di un’effettiva narrazione.

Jacques Tati e Jean-Pierre Zola
Jacques Tati e Jean-Pierre Zola

Mio Zio racconta della solitudine degli uomini borghesi, e nel farlo si affida a un linguaggio filmico che vive d’immagini piuttosto che di un solido intreccio scaturito da una narrazione effettiva. Così la sopracitata solitudine viene resa ora in una moglie ossessionata dalla pulizia e dall’apparenza; da un marito work-alcoholic; e da un bimbo che gioca con la palla in un angolo del giardino. Lo stesso racconto d’immagini, però, prende vita tra il popolo. Tra le pozzanghere su cui saltare; gli scherzi dei bimbi agli autisti; e nell’odore delle frittelle calde con marmellata e zucchero a velo.

Sul finire del secondo atto, il messaggio sociale di Mio Zio emerge prepotentemente e si verifica la collisione dei due mondi. L’intera sequenza dell’aperitivo poggia tutta sull’evoluzione scenica di Gérard e del rapporto con lo Zio Hulot. Espediente con cui raccontare della gioia di vivere, dell’abbandono del grigiore per tornare a una vita a colori.

Il ruolo scenico dell’architettura 

La dimensione scenografica assume un ruolo fondamentale nello sviluppo scenico di Mio Zio. Oltre che dare colore al racconto, diventa la piena metafora della condizione di quella particolare classe sociale. La struttura perfettamente geometrica della casa degli Arpel, ad esempio, si dipana in una coerenza scenica tra un grigio spento e un intenso blu; avvolti in sbarre in grigio. Negli interni troviamo invece un arredamento minimale, sprovvisto del tutto di tappeti; ma composto invece di minuscoli divani verdi, sedie dalla base in viola e tavoli dal design moderno ma privi di un’identità.

In totale antitesi, invece, la casa del Monsieur Hulot di Tati, in un’architettura multiforme e sgraziata ma colorata e vissuta; tra scale esterne, palazzine a tre piani, finestre e finestrelle, comignoli, tra garofani, finestre rotte e il cinguettio degli uccelli. Tra caramelle impossibili da spacchettare e spazzini dal linguaggio incomprensibile.

L'edificio "borghese" di Mio Zio
L’edificio “borghese” di Mio Zio

Il freddo della Villa Arpel, e il calore della palazzina di Hulot, diventano così i simulacri scenici del sopracitato conflitto alla base del racconto di Mio Zio. Della geometrica prevedibilità della borghesia – agiata e perfetta, ma vuota – e della giocosità del popolo. Caotica, a volte incomprensibile, imperfetta, ma certamente vitale.

E non soltanto abitazioni. L’enorme peso narrativo della scenografia nel racconto di Mio Zio è riscontrabile anche nella scuola la cui facciata, su cui campeggia una scritta in rosso rievocante più un discount “tutto a metà prezzo” che non l’ingresso in un istituto con funzione didattica. Lo stesso dicasi della fabbrica, tempio della modernità e del progresso tecnologico; caratterizzato, in regia, da campi lunghi a perdita d’occhio nel glaciale freddo di stanze in tinta grigio scuro.

I tempi moderni di Jacques Tati 

Nel terzo atto di un racconto decisamente atipico, Tati sfodera una sorprendente ciclicità narrativa nel riproporre gli eventi in apertura di racconto in un’evidente disarmonia. E non solo, l’intera sequenza tra fabbrica e Villa Arpel permette a Tati di mostrarci l’impatto della tecnologia nella società. Il riferimento a Tempi Moderni (1936) è evidente e palese, ora nell’assenza (quasi) totale di linee dialogiche, ora nello sviluppo. Tati declina il messaggio dell’opera del ’36 di Chaplin adattandolo al contesto scenico di riferimento. Da qui l’idea di mostrare il guasto di un macchinario nel bel mezzo di una visita dirigenziale in azienda.

La “novità” sta nella scelta di Tati, di mostrarci l’impatto della tecnologia nella quotidianità, ora nella presenza di stoviglie e oggetti di ogni genere fatti di plastica; ora nell’incomunicabilità tra coniugi per via del frastuono degli elettrodomestici; ora in porte automatizzate che vivono di vita propria.

Jacques Tati
Jacques Tati in una scena di Mio Zio

Con Mio Zio, Monsieur Hulot diventa spettatore, punto di vista degli effetti dell’evoluzione tecnologica a cui sceglie di non adeguarsi, lasciando che siano gli altri a farlo, riservandosi le vecchie abitudini. Nel rendere un simile atteggiamento, Tati sceglie la recitazione metodica, fisica, fatta di scatti, di gestualità, di poche parole, molta espressività e tanti silenzi.

Un approccio che inquadra la poetica del cineasta francese, in un linguaggio filmico che è innovazione ma al contempo nostalgia di un tempo che fu. Arricchendo così, per mezzo della semplice recitazione, il messaggio alla base de Mio Zio.

Mio Zio: cinema senza tempo

La forte valenza alla base del racconto di Mio Zio sta nel suo messaggio senza tempo, valevole oggi come ieri. L’evoluzione tecnologica e l’appagamento immediato non devono farci perdere di vista le cose importanti della vita. La spontaneità, la convivialità, il sentirsi bambini ancora una volta.

In tal senso, l’opera di Tati è immortale, perché ci rende consapevoli dei nostri limiti come esseri umani e nel rapporto con la tecnologia; come fosse un Black Mirror ante-litteram in buona sostanza. Monsieur Hulot diventa così molto più di un personaggio immaginario; piuttosto il simulacro della giusta predisposizione d’animo in quest’epoca in continuo mutamento. Un modello per le generazioni future.

Sintesi

Il cinema di Tati è figlio del suo tempo nella lettura sociale, ma totalmente estraniato nell'estetica, quasi come fosse in uno stato di sospensione perenne in termini di linguaggio filmico. In tal senso, Mio zio (1958), rappresenta lo spartiacque nell'opus Tatiano, essenziale nella codifica del sottotesto di rilevanza socio-culturale, con cui Tati racconta degli uomini e del rapporto con la tecnologia.

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